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L’uomo naufragato per 28 ore da solo tra gli squali dell’Oceano Indiano

Un cittadino sudafricano ha raccontato alla BBC la disavventura che lo ha visto cadere in mare aperto in Indonesia e rimanere in attesa di soccorsi per un giorno

Immagine di copertina

Un cittadino sudafricano di 53 anni, Brett Archibald, ha raccontato in questi giorni alla BBC quelli che sono stati i momenti molto
probabilmente più difficili e ansiogeni della sua vita, ovvero le 28 ore
trascorse da solo in mezzo all’Oceano Indiano nel 2013, quando credeva che i
suoi giorni fossero al capolinea.

Il 17 aprile 2013, come Archibald ha ricordato durante il
programma della BBC Victoria Derbyshire,
si trovava in barca con un gruppo di nove amici al largo delle coste dell’Indonesia,
impegnato in una vacanza di gruppo a base di surf.

Quella notte, verso le 2:30, una tempesta stava
imperversando sull’Oceano Indiano, Archibald non si sentiva bene a causa di un’intossicazione
alimentare e uscì sul ponte di bordo per cercare di migliorare la sua
situazione, ma all’improvviso ebbe un attacco di vertigini e cadde in acqua.

“Vidi le luci della barca scomparivano. Ho gridato, ho
gridato con tutta la forza che avevo nei polmoni, ma mi sono reso conto molto
presto che non sarebbero mai riusciti a sentirmi”.

Per le successive 28 ore Brett restò da solo in acqua, determinato
a evitare le onde in arrivo, cercando allo stesso tempo di distrarsi
mentalmente in ogni modo per dimenticare i crampi che lo attanagliavano fino a
dargli le allucinazioni.

A un certo punto il sonno prevalse, fino a quando Brett non
sentì qualcosa colpirlo alla nuca, per rendersi poi conto che si trattava di due
gabbiani che lo stavano attaccando con una forza, tanto che fu “come se lo avessero colpito
con una mazza da baseball”, e facendogli perdere sangue dal naso.

“Improvvisamente pensai: posso cercare di afferrarne
uno e mangiarlo”, ma il piano non funzionò, come prevedibile. Anzi, le cose
peggiorarono notevolmente circa 15 ore dopo la caduta in mare: Archibald
avvertì un urto alla schiena, e poi un altro, per rendersi conto con sgomento
che si trattava di uno squalo.

Essendo però un surfista esperto, dopo il panico iniziale si
rese conto che si trattava di una specie di squalo non pericolosa per l’uomo, e
lentamente in lui tornò la speranza di sopravvivere, nonostante la sua
condizione fosse ormai disperata.

Passarono altre 13 ore prima che l’uomo venisse trovato, a
circa venti chilometri da dove era caduto in mare il giorno precedente, da parte
di un gruppo di ricerca partito dopo che i suoi amici si erano resi conto della
sua assenza il giorno dopo a colazione.

Quando Archibald fu salvato da una barca locale impegnata
nelle ricerche, pesava circa sei chili in meno, e le sue mani, i suoi piedi e
le sue labbra erano ormai quasi prive di flusso sanguigno per il lungo periodo
trascorso in acqua.

Nonostante questo, già il giorno successivo, Brett tornò
sulla sua tavola da surf a cavalcare le onde, perché, dice oggi, “Sapevo
che se non fossi tornato subito in mare, non l’avrei fatto mai più”.