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Messico, le donne che hanno liberato la loro città dal narcotraffico

Un gruppo di donne messicane di Cheran ha dato vita a una rivolta: prima sconfiggendo i taglialegna che stavano distruggendo la foresta, e ora anche la malavita locale

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Con i suoi 12mila abitanti, il piccolo comune di Cheran, nello stato messicano di Michoacan, si contraddistingue dagli altri 112 municipi per una particolarità: qui non c’è traccia di crimine organizzato, non esistono forze di polizia né tanto meno partiti politici. 

Tutto questo è stato reso possibile grazie alla determinazione e all’impegno delle donne locali, che hanno difeso la loro foresta dai taglialegna, dalla malavita organizzata e dai cartelli del narcotraffico. 

Per questa ragione, il comune di Cheran è considerato un’oasi in mezzo al deserto, un’eccezione rispetto alle altre città messicane stritolate dalla morsa dei cartelli della droga. 

Per poter raggiungere questi risultati e riuscire a vivere in un luogo dove non si dovesse combattere quotidianamente contro il crimine ci sono voluti molto tempo e molto coraggio.

Esasperate dalle continue uccisioni e dai rapimenti all’ordine del giorno, indignate contro i gruppi di uomini mascherati che si aggiravano indisturbati estorcendo mazzette ai piccoli impresari della zona, stanche di dover assistere (da oltre tre anni) al disboscamento indiscriminato della loro foresta commissionato dai cartelli messicani, le donne di Cheran hanno deciso di agire.

In passato i cartelli messicani erano focalizzati principalmente sul traffico di droga, ma negli anni hanno iniziato a diversificare e ampliare il loro modello di business, estendendo il proprio controllo su qualsiasi settore che potesse rivelarsi redditizio, come il commercio di legname, alla base dell’economia locale di Cheran. 

Un episodio risalente al 2011 ha determinato il punto di svolta per queste donne, come ha raccontato una di loro alla Bbc. “Un taglialegna si stava avvicinando a una delle sorgenti d’acqua di Cheran. Eravamo tutte preoccupate e temevamo che tagliasse tutti gli alberi. Abbiamo deciso di difendere la nostra città”. 

In un primo momento le donne decisero di recarsi nella foresta per cercare di affrontare il problema in maniera diplomatica con gli uomini armati. Ma la tattica non ebbe successo. Il gruppo fu aggredito verbalmente e cacciato via in malo modo. Ma non per questo si diede per vinto. 

Era necessario mettere a punto una nuova strategia che fosse più efficace. Trattare con diplomazia si era rivelato del tutto inutile e soprattutto pericoloso, perciò le donne decisero di intervenire in modo più incisivo, tendendo degli agguati ai camion che arrivavano in città. 

La rivolta delle donne di Cheran iniziò così il 15 aprile di cinque anni fa, giorno in cui alcune di loro bloccarono i pick-up che transitavano lungo la strada principale della città, prendendo in ostaggio alcuni dei taglialegna. Quel giorno, le campane della chiesa risuonavano e venivano sparati per aria fuochi d’artificio per allertare la comunità del pericolo.

In quel frangente, un folto gruppo di donne arrivò di corsa per supportare le compagne. “Tutti per strada correvano impugnando un machete”, ha raccontato una delle donne che partecipò alla rivolta di Cheran solo indirettamente, poiché all’epoca aveva appena tredici anni.

“Le donne si riversarono per strada, con il volto coperto. Si sentivano le persone urlare e le campane della chiesa che suonavano per tutto il tempo”. 

Per calmare gli animi e ristabilire l’ordine pubblico intervennero la polizia municipale e il sindaco, che decretarono la liberazione degli ostaggi. Ma la situazione non divenne affatto più tranquilla, al contrario, le tensioni tra i residenti, i taglialegna e la polizia si fecero ancor più accese. 

Fu proprio questo episodio a segnare l’inizio del cammino della città di Cheran verso l’autogoverno.

“Mi fa venire voglia di piangere ricordare quel giorno”, ha raccontato un’altra donna. “Era come un film dell’orrore, ma è stata la cosa migliore che avremmo potuto fare”. 

I funzionari di polizia locali che occupavano posizioni di alto livello e facevano affari con i politici della zona furono destituiti dai loro incarichi e poi cacciati, in quanto accusati di collaborare con le reti criminali. I partiti politici furono vietati (un divieto che sopravvive ancora oggi), perché ritenuti essere la causa delle divisioni e delle faide interne alla comunità indigena di Cheran. 

Il comune messicano, popolato in gran parte dagli indigeni Purepecha, è tornato così alle proprie radici, indipendente da ogni influenza esterna. Al fine di proteggere la comunità dalle infiltrazioni di organizzazioni criminali sono stati stabiliti dei posti di blocco con guardie armate nelle tre principali arterie che collegano la città. 

I posti di blocco sono custoditi dai membri della cosiddetta “Ronda Comunitaria”, una milizia locale costituita da uomini e donne di Cheran, che ha il compito di fermare ogni veicolo e di interrogare le persone a bordo, domandando loro da dove provengono e dove sono diretti. 

Se si vive in un luogo dominato dalla violenza dilagante e dalla criminalità, non devono sorprendere queste misure adottate per difendersi. Lo stato messicano del Michoacan è uno dei più sanguinosi del paese: nel mese di luglio sono stati registrati oltre 180 omicidi, il numero più alto degli ultimi dieci anni. 

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“A Cheran mi sento al sicuro perché riesco a camminare per le strade di notte e non ho paura che mi possa accadere qualcosa”, ha raccontato Melissa, una studentessa universitaria. 

Non solo le strade della città sono sicure ora, ma anche le aree pubbliche come i parchi e la pineta, devastata in passato dai taglialegna. Queste zone sono infatti continuamente sotto la stretta sorveglianza degli agenti della Ronda Comunitaria. 

Grazie all’assenza di gruppi criminali, le regole a Cheran vengono rigorosamente rispettate e chiunque voglia tagliare un albero deve prima ottenere un permesso specifico. In questo modo, i residenti permettono alla foresta di rigenerarsi. 

Si stima che più della metà dei 17mila ettari di foresta che circonda la città sia stata devastata dalla criminalità organizzata. Negli ultimi cinque anni, gli abitanti di Cheran hanno contribuito a rigenerare circa 3mila ettari di foresta. 

Cheran non è del tutto indipendente, ma riceve dei finanziamenti statali e federali. Tuttavia, la sua autonomia come comunità indigena dei Purepecha è riconosciuta e sottoscritta dal governo messicano.

Anche il divieto di dare vita a partiti politici è stato accolto dai giudici, i quali hanno confermato agli abitanti di Cheran il diritto a non partecipare alle elezioni locali, statali e federali. 

La pace e il senso di sicurezza che si respirano ora a Cheran sono in netto contrasto con la paura che domina le città vicine. L’elemento che ha permesso tutto ciò, come hanno spiegato alcune donne, è stato solo uno: la solidarietà. 

Altre città hanno cercato di ricalcare l’esempio di Cheran, ma non hanno raggiunto lo stesso successo. “Fino a quando ci sarà almeno una persona che vuole continuare a difendere la nostra comunità, allora noi la seguiremo. Ci sentiamo orgogliosi di aver fatto qualcosa che nessun altro aveva mai osato fare”, ha precisato una delle donne di Cheran.