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L’uomo che fu Nobel e giullare: chi era Dario Fo

Scompare una delle voci più inconfondibili del teatro italiano e mondiale, che aveva saputo coniugare impegno e risata, riuscendo a vincere il Nobel indignando i potenti

Immagine di copertina

È stato autore e attore, uomo di cultura e giullare, odiato
dalle istituzioni e premiato dai reali, avversato dal potere in Unione sovietica come negli Stati Uniti, tradotto in decine di lingue e inventore di
una lingua tutta sua. La vita di Dario Fo sembra un’eterna contraddizione, ed è
forse proprio per la sua straordinarietà che la sua scomparsa oggi non è solo quella di un grande teatrante, ma di una figura unica e inimitabile, riuscita
nel tempo a definire un genere a sé stante, senza epigoni.

Nonostante le sue opere vengano continuamente rappresentate in tutto il mondo (rarità assoluta per un drammaturgo italiano),
con la scomparsa di Fo viene meno anche l’unica vera voce e l’unico vero corpo in grado di rendere
loro giustizia fino in fondo, perché la sua fisicità e la sua maestria nella recitazione sono inestricabili dalle sue pur apprezzatissime doti di autore.

La voce di Dario Fo, che da un’origine lombarda sapeva
colorarsi di mille toni e inflessioni fino a essere compresa anche da chi non
avesse mai messo piede in Italia, era uno strumento unico. L’attore, rifacendosi agli
anziani di paese incontrati durante la sua gioventù in Svizzera e alla tecnica del grammelot (una lingua fatta di suoni imprecisi, sorta di esperanto improvvisato) sapeva farsi capire anche senza
usare parole di senso compiuto, un’impresa ardua per qualsiasi uomo di teatro.

La sua fisicità, caratterizzata da movimenti agili e repentini uniti
a una figura alta e dinoccolata e a un volto inconfondibile, lo rendeva un perfetto giullare, definizione che ha sempre rivendicato con orgoglio, e che
addirittura l’Accademia del Nobel gli riconobbe nel consegnargli l’ambito premio nel 1997.

Aveva iniziato lavorando in radio per la RAI negli anni Cinquanta, e
nello stesso periodo aveva conosciuto e poi sposato il grande amore della sua
vita, Franca Rame. Lei lo aveva affiancato in scena e come coautrice in moltissimi dei suoi spettacoli, per sessant’anni, fino alla sua scomparsa nel
2013, dopo una vita che Fo aveva sintetizzato in questo modo: “È stata una vita
bella. Con tutti i casini, i dolori, le violenze, gli arresti, gli sgombri, la
galera, le bombe nei teatri, la casa incendiata, nessuno che voleva più
affittarcene una obbligandoci a lasciare Milano, la cosa tremenda e mai
cancellata che Franca subì nel 1973, i 40 processi, abbiamo vissuto tre volte
più degli altri, a una velocità incredibile”.

Nel 1962, la presenza di Fo a Canzonissima, varietà televisivo della RAI allora democristiana,
ebbe vita breve, e il suo stile satirico irriverente gli procurò un
allontanamento dalla tv di stato che durò più di un decennio.

Intanto però il suo successo come autore e attore teatrale cresceva,
e il suo stile si faceva sempre più raffinato e al contempo più connesso
all’attualità, portandolo a scrivere opere in grado di descrivere il
presente e rimanere altrettanto potenti a decenni di distanza.

È il caso di Morte
accidentale di un anarchico
(1970), ispirato alle vicende che portarono
alla morte dell’anarchico italiano Giuseppe Pinelli e rappresentato con successo nei teatri di
Londra trent’anni dopo l’accaduto, o di Mistero
buffo
(1969), che resta uno dei suoi lavori più noti e fu rivisto e
modificato per decenni sui palchi italiani e non solo.

Fu in quel periodo che Fo divenne anche una delle voci italiane
più schierate e impegnate politicamente in ogni aspetto
della sua vita e della sua arte, sostenendo le organizzazioni extraparlamentari
di estrema sinistra e fondando il collettivo “La Comune”, che cercava di utilizzare spazi alternativi ai teatri tradizionali come le fabbriche, le strade e le
università. Questa scelta venne pagata cara in particolare da Franca Rame, che nel 1973 fu vittima di uno stupro da parte di un gruppo di estremisti di destra, un’esperienza che la donna ebbe il coraggio di mettere in scena nella pièce Lo stupro

Anche con l’avanzare dell’età, Fo non diminuì mai il proprio impegno politico, schierandosi sempre “contro” tendenza, come quando appoggiò il neonato Movimento
5 Stelle di Beppe Grillo sin dal primo V-Day del 2007, continuando poi a sostenerlo fino alla fine.

Negli anni Settanta si cominciò a parlare con toni entusiasti delle sue opere anche all’estero, nonostante Fo avesse fatto scelte di
campo che gli erano costate care, come quando, dopo l’invasione sovietica della
Cecoslovacchia nel 1968, negò i diritti delle sue opere al paese, o come il
fatto che, avendo simpatie apertamente comuniste, fino al 1984 non gli fu
concesso un visto d’ingresso negli Stati Uniti.

Quando gli fu accordata una breve visita per
una rappresentazione di Morte accidentale
di un anarchico
a Broadway, incensata dalla stampa americana, Fo commentò
scherzando, riferendosi al via libera di Reagan, presidente ed ex collega: “Da
un attore del suo calibro non ci si poteva aspettare altro che questa
solidarietà”.

Fo rimane in ogni caso una voce incredibilmente comica, capace di unire argomenti impegnati a battute, azioni e rappresentazioni in grado
di affascinare anche i bambini nella loro stramberia clownesca. È il caso della sua collaborazione con Enzo Jannacci, per il quale
scrisse il testo di Ho visto un re
(1968), ancora oggi cantata come una filastrocca amara:

 

Il 9 ottobre 1997 arriva il riconoscimento definitivo: Fo vince
il Premio Nobel per la letteratura, con la seguente motivazione: “Perché,
seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo
la dignità agli oppressi”. Commentando la notizia, il drammaturgo si
rivolge all’Accademia delle arti svedese con ammirazione mista a stupore per la
scelta quantomeno anomala: “Il vostro è un atto di coraggio al limite della
provocazione!”.

Per quello che lo scrittore Erri De Luca ha definito “Il più
allegro premio Nobel della letteratura di ogni tempo”, anche l’annuncio è fuori
dall’ordinario: Fo è infatti in auto insieme ad Ambra Angiolini per
registrare un programma televisivo in cui i due passeggeri guidano da
Milano a Roma parlando tra loro, quando all’improvviso un’altra auto gli si accosta e un giornalista mostra un foglio con su scritto “Hai vinto il Nobel!”.

Dirà ancora Fo: “Fu un botto, un’esplosione, non soltanto
per me, ma anche in Italia e
in molti altri paesi. […] Vado a Milano e mi precipito nel teatro dov’è in
scena Franca, che in quel periodo sta recitando con Albertazzi ne Il
diavolo con le zinne
. In città la reazione della gente è impressionante. Un
tram si ferma e tutti i passeggeri scendono per farmi le congratulazioni. E il
cortile di casa mia viene occupato da una banda di ragazzi che prende a suonare
e a cantare facendo un baccano infernale e svegliando l’intero palazzo. In
molti esultano per la mia vittoria. […]

Fu solo arrivando in Svezia che colsi
l’importanza di quel rituale secolare e scoprii che il Nobel per la Letteratura
è il più importante di tutti. Mentre gli altri si possono dividere fra diversi
studiosi, quello per la Letteratura assolutamente no. Nella cerimonia, molto
teatrale, è il Nobel per la Letteratura che apre la sfilata e siede vicino alla
regina. Io indossavo un frac che mi aveva fatto Gianfranco Ferré, e siccome me
lo sentivo addosso come un costume di scena avevo il vantaggio di non sembrare
un maître d’hotel come i miei compagni di Nobel; tutt’al più potevo sembrare un
cameriere.

Nel proprio discorso all’Accademia, il vincitore del Nobel deve
raccontare la propria storia. Io decisi non di leggere un testo, ma
d’improvvisare. Naturalmente l’improvvisazione, in teatro, richiede sempre una
ferrea preparazione. Anche in quel caso la mia fu un’improvvisazione rigorosa e
programmata. Raccontai la mia vita: l’università mai terminata, l’accademia, le
difficoltà… Ma volli farlo in modo “figurato”. Gli spettatori potevano seguire
le varie tappe del racconto guardando una serie di disegni: d’accordo con gli
organizzatori, avevo disegnato cinquanta tavole. Queste tavole, che
raccontavano i punti salienti della mia storia, vennero stampate e distribuite
a tutti i presenti in sala, più di cinquecento. Così mentre parlavo dicevo: ‘Andate a pagina tre e poi quattro e poi cinque’, e tutti ubbidivano divertiti”.

A dimostrazione del suo talento multiforme, fu in quell’anno
che Fo lavorò anche come voce narrante in un ambito decisamente inaspettato:
uno spot pubblicitario della Apple, che aveva appena visto il ritorno di Steve
Jobs, che fece epoca e oggi, nel suo elogio ai folli, sembra definire meglio di
tante altre descrizioni la sua persona:

“Questo film lo dedichiamo ai folli, agli anticonformisti,
ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Costoro non amano le regole, specie i regolamenti, e non hanno alcun rispetto
per lo status quo.

Potete citarli, essere in disaccordo con loro, potete
glorificarli o denigrarli, ma l’unica cosa che non potrete mai fare è
ignorarli. Perché riescono a cambiare le cose. Perché fanno progredire
l’umanità.

E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo
il genio. Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter
cambiare il mondo, lo cambiano davvero”.