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Perché votare SÌ o No al referendum costituzionale

L'intervista di Anna Giurickovic Dato per TPI ai giuristi Vincenzo Cerulli Irelli, per il SÌ al referendum sulla riforma costituzionale e a Giovanni Maria Flick per il NO

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Dopo una lunga attesa, è stata fissata la data del referendum costituzionale: si voterà il 4 dicembre. Lo ha comunicato il 26 settembre il premier Matteo Renzi al Consiglio dei ministri. La riforma costituzionale proposta dal ministro Boschi e appoggiata dal governo Renzi, prevede significativi cambiamenti, tra cui: il superamento dell’attuale sistema del bicameralismo paritario e l’introduzione di un bicameralismo differenziato, dove il senato diviene organo di rappresentanza delle istituzioni territoriali.

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E poi la conseguente riduzione del numero di parlamentari e il contenimento dei costi del funzionamento delle istituzioni, la revisione della disciplina del procedimento legislativo e delle previsioni del titolo V della Costituzione sulla competenza dello stato e delle regioni, la soppressione del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. Sin dall’approvazione definitiva del ddl Renzi-Boschi del 12 aprile, quando la Camera ha dato il suo via libera al testo con 361 voti a favore, 7 contrari e 2 astenuti, si è acceso il lungo dibattito sul referendum costituzionale.

— Il video con l’intervista di Anna Giurickovich ai giuristi Vincenzo Cerulli Irelli e Giovanni Maria Flick (il pezzo prosegue dopo il video): 

Da un lato il premier ha dichiarato che ci troviamo davanti a un “grandissimo bivio tra l’Italia che dice sì e quella che sa solo dire di no”, e si è detto pronto a dimettersi in caso di vittoria del no. Per il sì al referendum si è speso anche l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiarendo che “le due debolezze fatali della storia repubblicana sono state la minorità dell’esecutivo e il bicameralismo perfetto”. Dall’altro lato sono nati i comitati per il No, presieduti da costituzionalisti ed esponenti delle opposizioni, i quali temono uno stravolgimento dei principi della nostra Costituzione ed una svolta autoritaria.

Per meglio comprendere le ragioni del Sì e le ragioni del No alla riforma costituzionale, TPI ha intervistato due autorevoli giuristi che in merito al referendum hanno due visioni opposte: il professor Vincenzo Cerulli Irelli, già deputato con L’Ulivo dal 1996 al 2001, periodo durante il quale è stato relatore della riforma costituzionale del titolo V, e il professor Giovanni Maria Flick, già ministro di Grazia e Giustizia del governo Prodi I e presidente della Corte costituzionale dal novembre 2008 al febbraio 2009. 

Perché votare Sì al referendum costituzionale?

Vincenzo Cerulli Irelli: per due ragioni, la prima ragione è abolire il bicameralismo perfetto che caratterizza questo paese, unico tra i grandi paesi europei. Creare una sola camera politica che esprima la fiducia al governo e che abbia la pienezza del potere legislativo mentre l’altra, invece, diventa una camera di riflessione e di proposta che ha poteri di rinvio, poteri di controllo, camera che, d’altra parte, sia rappresentativa degli enti regionali e locali e quindi porti al centro del potere politico la presenza delle autonomie territoriali. La seconda ragione è quella di correggere l’eccessivo regionalismo che aveva caratterizzato la riforma costituzionale del titolo V nel 2001 e che ha portato, in questi anni, a una serie di scompensi perché lo stato, in alcune materie fondamentali, ha poteri legislativi limitati dagli analoghi poteri delle regioni e questo porta a evidenti problemi di operatività complessiva dell’azione di governo.

Perché votare No al referendum costituzionale?

Giovanni Maria Flick: per una ragione di metodo e una di contenuto. Quella di metodo è il modo in cui è stata fatta la riforma: ricerca di maggioranze raffazzonate, una conflittualità perenne, fretta e motivazioni abbastanza insufficienti – anche se suggestive – come quella di diminuire i costi della politica. Esistono altri modi per eliminare il bicameralismo perfetto e questo, a mio avviso, è un modo sbagliato perché in realtà non dà al senato i poteri, la rappresentatività e la legittimazione sufficienti per svolgere effettivamente una rappresentanza istituzionale dei territori. Si riequilibra il discorso tra stato e regioni, tra competenze reciproche, facendo esattamente l’opposto che si è fatto nel 2001, cioè lo stesso errore alla rovescia: troppo accentramento oggi, allora troppo decentramento. La riforma lascia temere che vi sia lo stesso tasso di conflittualità nei rapporti tra poteri dello stato e poteri delle regioni che abbiamo sperimentato nei nove anni passati (in particolare chi come me è stato alla Corte costituzionale). Non viene, poi, toccata la posizione delle regioni a statuto speciale. Inoltre, il procedimento di approvazione delle leggi adesso è diventato un fiume che si divide in otto, nove o dieci rigagnoli, cioè in forme diverse di approvazione a seconda delle materie. Il ché vuol dire innescare un’altra fonte di conflitti di attribuzione molto forte tra senato e camera dei deputati. 

Renzi le ha dato dell’archeologo in difesa del codice di Hammurabi, secondo lei la costituzione è blindata?

Giovanni Maria Flick: no assolutamente, c’è l’art. 138 che prevede come e in qual modo cambiarla. Ma una cosa è cambiare la Costituzione rispettando l’art. 138, una cosa è fare una modifica che a mio avviso non rispetta né la forma né la sostanza del metodo del cambiamento, senza cercare un accordo condiviso per arrivare a quel cambio. Nessuno pensa che la Costituzione non possa essere toccata, soprattutto la seconda parte. Sono cambiate profondamente le condizioni che nel ’48 portarono a una Costituzione che rafforzava il Parlamento rispetto all’esecutivo. Ma una cosa è razionalizzare quel rapporto, un’altra cosa è passare a una forma di “premierato forte” e cioè di modifica notevole della struttura costituzionale senza sufficienti garanzie.

Come si sente di rispondere a chi ha il timore che dalla riforma possa derivare un eccessivo rafforzamento della posizione del presidente del consiglio? 

Vincenzo Cerulli Irelli: l’articolo 138 contempla il caso in cui la riforma costituzionale sia approvata a maggioranza assoluta, salvo referendum. Le maggioranze assolute in genere coincidono con le maggioranze di governo, quindi non si può ritenere che una maggioranza di governo non possa approvare una riforma costituzionale, fermo restando poi il referendum. Si dice che questo pacchetto costituzionale rafforzerebbe la posizione del presidente del consiglio, si è parlato di “premierato assoluto”. In realtà oggi il governo italiano è uno dei governi più forti che esistano al mondo, perché usando lo strumento dei decreti legge e della questione di fiducia riesce a far votare quello che vuole. Quindi il governo italiano già ha tutti gli strumenti per avere una grandissima forza operativa. In questo assetto costituzionale tale forza operativa viene, in realtà, limitata e non accentuata. Al senato non esiste una maggioranza politica che sostiene il governo e nelle materie di competenza del senato il governo non potrà chiedere la fiducia, ma dovrà aprire un negoziato che può controbilanciare lo strapotere del governo in parlamento. Non sottovaluterei, poi, il potere di rinvio del senato, che presso la camera può aprire questioni politiche anche nelle materie dove non ha potestà legislativa piena. 

La preoccupa il combinato disposto tra la riforma e l’Italicum? 

Giovanni Maria Flick: io non temo svolte autoritarie come qualcun altro, io temo che si emani una riforma costituzionale che non funziona. Una delle ragioni del non funzionamento sta anche nella preponderanza del rapporto tra Camera dei deputati e governo e al principio maggioritario portato alle estreme conseguenze. D’altra parte stiamo attendendo una pronuncia della Corte costituzionale sulla legittimità dell’Italicum. Il rischio è che ciò che si spera di avere con la riforma – maggiore semplificazione, maggiore efficienza – in realtà non vi sia e che anche questa riforma sia destinata come tutte le altre a restare un qualche cosa se non di inutile, quantomeno di complicazione. Ecco un esempio di come rendere difficili le cose facili attraverso quelle inutili.

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La riforma costituzionale realizza un effettivo risparmio sui costi della politica?

Vincenzo Cerulli Irelli: si riduce il numero dei parlamentari di 315 (i senatori) e i nuovi senatori, stando al testo, non dovrebbero ricevere indennità, nel senso che la loro indennità resta quella degli enti di provenienza. Io credo che questo non sarà tanto facile da realizzare, in ogni modo, rispetto a tutto il resto dei costi della politica che riguardano il nostro paese, questa posta mi pare che sia abbastanza ridotta. Certo è un segnale: si è sempre detto “vogliamo la riduzione del numero dei parlamentari” e questa volta si fa. Un’altra riduzione è data dalla soppressione del Cnel. E ancora, dalla soppressione delle province: è vero che verranno sostituite dagli “enti di area vasta”, ma questi sono formati da amministratori comunali.

Che ne pensate del fatto che Renzi abbia presentato l’approvazione referendaria agli elettori come una decisione determinante per la permanenza in carica o meno del governo?

Giovanni Maria Flick: quando il parlamento discute di Costituzione il governo deve restare fuori. Trasformare un referendum costituzionale che è di tutti in una sorta di plebiscito sulla posizione del presidente del consiglio mi sembra innanzitutto una cosa di pessimo gusto: il governo va a casa quando non ha più la maggioranza o quando ha finito il mandato elettorale, non quando non va bene un referendum. Credo che sia un modo molto sgradevole di snaturare quello che è un istituto fondamentale di democrazia, usandolo per una finalità che non è quella per cui il referendum costituzionale è stato previsto dai padri costituenti. Polarizzando il discorso su “presidente del consiglio sì, presidente del consiglio no”, si è finito per ignorare completamente i contenuti del referendum che già di per sé sono difficili da comprendere e che richiedono uno sforzo abbastanza significativo. Questo è dovuto anche al fatto che questo referendum è un po’ come le offerte speciali nei supermercati: ti do due bottiglie di Dash, ma tu contemporaneamente compri anche mezzo chilo di pesce surgelato.

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Vincenzo Cerulli Irelli: effettivamente il governo non dovrebbe avere particolare relazione con la riforma costituzionale. Ricordo che quando votammo la riforma del titolo V, allora il governo si tenne del tutto al di fuori, cosa che non è avvenuta, poi, nella successiva riforma proposta da Berlusconi che non trovò il consenso popolare. Però è anche vero che questa volta la maggioranza di governo ha posto come primo punto del proprio programma la riforma costituzionale e che il Presidente del consiglio, in questo caso, è segretario del partito di maggioranza; per cui Renzi quando parla come ha parlato, parla come capo della maggioranza parlamentare piuttosto che come capo del governo. Quindi io credo che dal punto di vista politico non vi siano particolari illegittimità o scorrettezze.