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La mia vita dopo Guantanamo

Un ex detenuto, trasferito in Kazakistan, riflette sulla sua condizione di vita oggi, e si chiede se la situazione sia migliore rispetto ai 13 anni trascorsi a Guantanamo

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Lutfi Bin Ali è un tunisino di 51 anni, catturato nel 2001 al confine tra Pakistan e Afghanistan e accusato dall’intelligence degli Stati Uniti di essere legato ad alcuni noti membri di Al Qaeda in Afghanistan e di far parte di una cellula jihadista tunisina.

Era tra i cinque detenuti che alla fine del 2014 sono stati trasferiti dalla prigione americana di Guantanamo al Kazakistan. A bordo di un aereo militare, con piedi e mani legati, dopo due giorni e molti cambi è arrivato a Semej, città vicina al confine con la Russia famosa per il “poligono” dove si svolgono test nucleari sovietici.

Da allora vive in un appartamento nella città. Ogni tanto si chiede se la sua situazione attuale sia in realtà peggiore dei 13 anni trascorsi a Guantanamo.

“Almeno a Guantanamo ci sono persone con cui parlare. Qui ho nessuno”, ha detto Bin Ali a Shaun Walker, corrispondente da Mosca del Guardian che lo è andato a trovare nella sua nuova casa. Poche persone in città parlano inglese e solo una parla arabo.  

La chiusura della prigione statunitense a Cuba è stata promessa da Barack Obama per la prima volta nel 2008. Ad oggi nel carcere, tristemente nota per gli episodi di tortura, restano 61 detenuti condannati per reati di terrorismo.

Per svuotare il carcere, molti ex prigionieri yemeniti, tunisini e libici sono stati trasferiti in paesi terzi in cui vengono inseriti in programmi di riabilitazione finanziati generalmente dal paese ospitante. In Kazakistan, invece, il programma di due anni finalizzato al reinserimento dell’ex detenuto nella società è finanziato dalla Croce rossa internazionale.

Dal 1999 Bin Ali avrebbe dovuto subire un intervento al cuore per installare una valvola artificiale. L’intervento è stato effettuato solo quest’anno.

“Mi hanno spiegato che il Kazakistan era un paese musulmano, aveva un sistema sanitario eccellente, e avevano un programma per prendersi cura di lui” racconta l’avvocato statunitense di Bin Ali, Mark Denbeaux, che ha spinto il suo assistito ad accettare il trasferimento.

“Dopo due anni avrebbe dovuto essere libero di andarsene. Ma niente di quanto mi hanno detto si è rivelato essere vero”, spiega Denbeaux al Guardian.

A causa dei test nucleari sovietici i livelli di radiazione nella zona di Semej sono ancora ben al di sopra della media, e molti ritengono che questo provochi seri problemi di salute. La popolazione locale, inoltre, è diffidente nei confronti di Bin Ali anche a causa della recente notizia secondo la quale nei primi sei mesi del 2016 almeno due prigionieri di Guantanamo rilasciati sono tornati a unirsi a gruppi militanti.

In totale, l’amministrazione Obama ha rilasciato 161 prigionieri da Guantanamo dal 2009, 17 dei quali nei primi sei mesi di quest’anno.

L’obiettivo del presidente statunitense di chiudere definitivamente il carcere prima della fine del suo mandato sembra tuttavia difficilmente raggiungibile.

Lo scorso settembre la Camera dei rappresentanti ha approvato un disegno di legge per fermare i trasferimenti e la Casa bianca ha fatto sapere che porrà il veto sul provvedimento.

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