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Chi era Shimon Peres, uomo di guerra e di pace

Shimon Peres, morto stamane all’età di 93 anni, è stato uomo pieno di contraddizioni come gli altri padri fondatori di Israele, da Rabin a Sharon

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Shimon Peres, morto stamane all’età di 93 anni, è stato uomo di guerra e di pace come gli altri padri fondatori di Israele, da Rabin a Sharon. Duplicità frutto di uno stato che doveva farsi riconoscere prima di farsi accettare, come sapeva bene il trentatreenne Shimon quando Ben Gurion lo inviò a Parigi nel 1956 per strappare ai francesi il segreto dell’atomica.

Da allora il ritornello israeliano sulla bomba è “non diciamo di averla ma neppure che non ce l’abbiamo”, e in qualche modo riflette le mille contraddizioni di Peres che nella vita non si è fatto mancare niente. “Si può essere prolifici solo al prezzo di essere pieni di contraddizioni, si rimane a lungo giovani solo se l’anima non si cheta mai, se non cerca riposo e pace”, ha scritto Chemi Shalev citando Nietzsche per descrivere lo statista israeliano.

Così l’ex ministro, primo ministro, presidente, personaggio di riferimento a livello internazionale, muore da premio Nobel per la pace ma anche da importatore dell’atomica in Medio Oriente, da protettore delle colonie negli anni Settanta e architetto degli accordi di Oslo nei primi Novanta, da leader forte che passa gli ultimi anni nel suo impotente “Centro Peres per la pace” ammirando le onde di Jaffa quando ormai la pace è ridotta allo stato di una “aspirazione”.

Quell’ambiguità se la ricordano bene gli abitanti di Ofra, uno dei primi insediamenti israeliani nella Cisgiordania che fece da apripista all’impresa delle colonie. Fecero festa, ballarono e cantarono quando nel 1975 il ministro della Difesa Peres ordinò all’esercito di “non assistere ma neppure evacuare” gli attivisti del movimento Gush Emunim che avevano dato vita all’insediamento.

La stessa leggerezza sulla questione avrebbe accompagnato tutto il mandato di Peres al ministero della Difesa, istituzione chiave per la Cisgiordania ebraica dal momento che nessun avamposto viene sdoganato senza il suo nulla osta. Negli anni a seguire Peres si sarebbe giustificato sostenendo di aver autorizzato insediamenti solo nelle zone non densamente popolate da arabi, ma avrebbe ammesso di aver sottostimato il peso dell’impresa cosiddetta dell’“Yshuv”.

Erano gli anni dei duri scontri con Yitzhak Rabin, suo primo ministro con cui ebbe un rapporto tormentato ma che affiancò fino in fondo quando pagò con la vita gli accordi di Oslo che avevano concepito insieme. Nel novembre 1995 lo aveva infatti accompagnato sul palco di quella “piazza dei re d’Israele” gremita di persone che sentivano finalmente avvicinarsi la pace, palco che Rabin avrebbe lasciato solo per farsi freddare da un estremista di destra autoproclamatosi “strumento di Dio”. 

Con Peres, che è nato in Bielorussia, una località che allora apparteneva alla Polonia, nel 1923, scompare definitivamente la generazione di grandi politici “pionieri” che dalla diaspora avevano forgiato lo Stato di Israele. All’alba dei suoi 69 anni, il paese sembra avere ormai alle spalle la stagione eroica della fondazione per chi non vede nell’impresa dell’insediamento in Cisgiordania la continuazione del pionierismo della prima ora.

Se all’indomani dell’indipendenza David Ben Gurion si compiaceva che nello stato ebraico ci fossero “ladri, criminali e puttane” – come in tutti gli stati normali – la scomparsa di Peres dovrebbe rappresentare quello spartiacque oltre il quale Israele realizza davvero una sua “normalità” nella pace. Obiettivo che Peres ha inseguito per una vita, con le buone e con le cattive, cercando in un certo senso di travalicare la propria epoca ma vedendoselo sempre sgusciare via dalle mani.