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Il presidente filippino Duterte è accusato di aver ordinato l’omicidio dei rivali

Un ex sicario ha dichiarato che quando era sindaco di Davao Duterte ha fatto eliminare alcuni dei suoi oppositori e ordinato il bombardamento di una moschea

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Non è ancora caduto nel dimenticatoio il polverone causato dall’insulto rivolto al presidente americano Obama, che Rodrigo Duterte, presidente delle Filippine, si trova nuovamente nell’occhio del ciclone, e questa volta per fatti ben più gravi di un incauto exploit verbale.

Secondo un ex membro di una squadra della morte di Davao, popolosa città nel sud del paese, all’epoca in cui Duterte era sindaco (fu eletto per la prima volta nel 1988) l’attuale presidente filippino ordinò diversi omicidi inclusi quelli di alcuni suoi oppositori.

Edgar Matobato, 57 anni, ha dichiarato durante un’udienza in senato che la cosiddetta Davao Death Squad ha ucciso circa un migliaio di persone nel corso di un periodo di 25 anni.

Tra le vittime di omicidi spesso cruenti ci sono stati spacciatori, stupratori, piccoli delinquenti, ma anche persone scomode per l’allora primo cittadino.

Secondo Matobato, tra le persone tolte di mezzo ci sono anche quattro guardie del corpo di un rivale di Duterte, Prospero Nograles.

I dettagli delle esecuzioni poi sono raccapriccianti. L’ex killer ha raccontato che le vittime potevano essere strangolate o uccise a colpi di arma da fuoco, che alcune venivano sventrate e gettate in mare perché i pesci le mangiassero e addirittura una volta un uomo è stato dato in pasto a un coccodrillo.

Ma le accuse di Matobato vanno oltre. Secondo l’uomo, Duterte avrebbe ordinato di bombardare una moschea in ritorsione per un attacco contro la cattedrale di Davao nel 1993.

Il portavoce del presidente, Martin Andanar, ha naturalmente negato che Duterte sia stato capace di dare ordini del genere e ha rilevato che finora non è stata provato l’esistenza di alcuna squadra della morte di Davao.

Persino il figlio di Nograles nega l’episodio dell’assassinio delle guardie del corpo del padre.

A capo dell’inchiesta del senato sugli omicidi extra-giudiziali vi è un’oppositrice di Duterte, Leila de Lima, la quale è stata accusata dal presidente filippino di avere legami con i trafficanti di droga a cui ha dichiarato guerra.

Dalla sua elezione sono stati uccisi oltre tremila spacciatori e tossicodipendenti, e la situazione non ha mancato di allarmare la comunità internazionale circa il rispetto dei diritti umani nel paese.

Preoccupazioni che Duterte ha liquidato nel suo solito modo colorito, dando al Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon del fesso.