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Fertility day: ma l’avere figli è ancora solo compito delle donne

Dopo la propaganda sull'evento molte donne si chiedono come poter pensare di avere figli quando il precariato regna padrone e il lavoro retribuito è spesso un miraggio

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Il prossimo 22 Settembre in Italia si celebrerà il primo ‘Fertility Day’, evento promosso dal Ministero della Salute. Questo evento fa parte del Piano Nazionale per la Fertilità, un documento approvato a maggio 2015 che include politiche e azioni mirate all’aumento dei tassi di natalità in Italia. Nelle ultime ore questo evento ha ricevuto grande attenzione, probabilmente in seguito alla circolazione sui social di una serie di 12 cartoline di supporto al Fertility Day, e delle polemiche scatenatesi in seguito. 

Grande è stata infatti l’indignazione che ha circondato queste cartoline e la campagna in generale. In molte ci stiamo chiedendo come potremmo pensare di avere figli quando il precariato regna padrone e il lavoro retribuito è spesso un miraggio. Inoltre per molte lavoratrici il congedo maternità di cinque mesi previsto dalla legge risulta essere più lungo della durata totale del contratto di lavoro. 

Più che una giornata di sensibilizzazione alla tutela della fertilità, avremmo bisogno di una vera riforma del lavoro, che ci permetta di raggiungere la stabilità lavorativa necessaria all’avere figli, che ci tuteli sul posto di lavoro durante e dopo la gravidanza, che supporti le neo famiglie nell’inserimento lavorativo. Degli aiuti diretti a quei nuclei famigliari che non possono contare sull’aiuto di nonni e zii, facilitazione nell’accesso agli asili nido, più flessibilità nel congedo paternità. 

A meno che. 

A meno che in Italia non si pensi ancora che per le donne l’avere figli e l’avere un lavoro siano scelte esclusive – o l’uno o l’altro. A meno che la gravidanza, la cura e l’educazione dei figli non siano visti come compiti esclusivi della madre. 

Il fatto che al giorno d’oggi il congedo per maternità abbia una durata di cinque mesi, mentre il congedo per paternità possa arrivare ad un massimo di quattro giorni, probabilmente è un chiaro esempio del fatto che in Italia l’avere figli sia visto come un compito che ricade principalmente sulle donne. Secondo la legge, il congedo per paternità può durare cinque mesi (o il tempo rimasto una volta sottratto il congedo già usufruito dalla donna) solo in caso di morte o grave infermità da parte della madre, o abbandono del figlio. Ai nuclei famigliari non è data una scelta su chi voglia prendersi cura dei figli: deve essere per forza la donna. 

Certo, la gravidanza la dobbiamo portare a termine noi, su questo c’è poco da discutere. Ma in seguito alla nascita e allo svezzamento iniziale, sia padre che madre possono prendersi cura dei figli in egual misura (lo so, sono una donna snaturata – che piovano le critiche). 

Stando a stime del 2015, una donna su quattro abbandona il lavoro per motivi familiari, contro meno del 3 per cento degli uomini. Questi dati parlano chiaro: oggi la donna in Italia è ancora vista essenzialmente come madre, se è fortunata come madre-lavoratrice, mentre il compito di lavorare e provvedere ai bisogni materiali della famiglia ricade ancora sulle spalle degli uomini. L’avere una famiglia raramente rappresenta un ostacolo alle carriere maschili. 

Anziché ricordarci che il nostro orologio biologico ticchetta senza sosta, il governo potrebbe cercare di adottare misure che finalmente portino a un cambiamento nella società italiana, dando la possibilità a padri e madri di prendersi cura dei figli in egual misura e tutelando il posto di lavoro di entrambi i genitori.