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Intervista alla fondatrice del Burning Man
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Intervista alla fondatrice del Burning Man

Ogni anno migliaia di persone da tutto il mondo si radunano nel deserto del Nevada dando vita a una comunità autonoma basata sulla creatività e la fiducia in se stessi

26 Ago. 2018

Burning Man, Burning Man. Chi non lo conosce? Negli ultimi
due anni sembra che i giornali di tutto il mondo abbiano sincronizzato i loro
calendari editoriali per parlare di questo evento.

C’è chi fornisce una panoramica generale, offrendo delle
gallery con immagini post-apocalittiche che ricordano i paesaggi di Mad Max o Star Wars.

C’è chi lo descrive come un festival in cui regna la
dissolutezza più sfrenata.

C’è chi afferma che rispetto al passato abbia perso la sua
vera natura, a causa della presenza dei super big della Silicon Valley, tipo
Larry Page e Sergey Brin, Jeff Bezos, Marck Zuckeberg e altri personaggi che
lavorano nelle più importanti industrie tech [ci sono anche le celebrity, meno snob e più pop].

E chi sottolinea il fatto che ci sia troppa poca diversità:
pochi nativi americani, neri, latini e asiatici. Quando sono andata io, I’m black and I’m on the Playa è stato
uno dei vari eventi a cui ho partecipato. Una specie di tavola rotonda in cui i
burners afroamericani [ma anche white], raccontavano le loro esperienze
al Burning Man [qui c’è un punto di vista di una burner].

Per chi non lo conoscesse, il Burning Man è un evento che si
tiene ogni fine agosto in Nevada, nel Black Rock Desert.

Ciò che lo caratterizza rispetto agli altri festival è il
fatto che migliaia di persone provenienti da tutto il mondo, per una settimana
si radunano in questo deserto, dando vita ad una vera e propria comunità che vive
in questa città temporanea a forma semi-circolare: Black Rock City.

Una comunità che promuove la cooperazione, l’espressione
individuale, la fiducia in sé stessi. Una città dove si respira arte e
creatività a 360 gradi [ma anche tanta sabbia, per via delle tempeste di
sabbia, e tanta afa, con temperature che di giorno arrivano a toccare i 45
gradi].

Una città dove vigono alcune regole semplici ma
imprescindibili: baratto, autosufficienza [vendono solo ghiaccio e caffè], e il
non lasciare tracce del proprio passaggio quando si va via. Leave no trace.

Questi sono alcuni granelli dell’universo Burning Man, e
guardando le foto o leggendo gli articoli si può avere solo un’idea di
un’esperienza che alla fine è qualcosa di molto personale.

Per quanto mi riguarda, essendoci stata due anni fa, mi sono
posta un po’ di domande di ritorno in Italia. Domande che avrei voluto
rivolgere a quelli che stanno dietro l’organizzazione di quest’evento. E visto
che il prossimo 9 aprile tra gli speaker della terza edizione di TEDxROMA: GAME CHANGERS ci sarà uno dei
co-fondatori, Harley Dubois, ne ho approfittato per farmi dare qualche
risposta.

GRIOT: Leave No Trace è uno dei dieciprincipi su cui è incentrata la cultura del Burning Man. Negli ultimi due anni,
circa 70mila persone hanno preso parte all’evento. Si può dire che nonostante
l’impegno di ogni partecipante a non lasciare dietro di sé tracce del proprio
passaggio, l’impatto ambientale è qualcosa di reale. Quanto c’è del vostro,
come organizzazione, nel riportare il deserto al suo stato naturale?

Harley Dubois: Non è così in realtà. Ogni anno miglioriamo
sempre di più nel ripulire la playa
[il deserto] e vale lo stesso per chi prende parte al nostro evento. Dicono che
molte mani rendono il lavoro più leggero. Se dai un’occhiata alla nostra clean up map, la M.O.O.P. map  – Matter Out Of Place, vedrai che la
comunità è sempre più green, più attenta all’ambiente, piuttosto che rossa.

Devi sapere che c’è uno staff apposito che si occupa di
seguire il nostro impegno ambientale e un esercito di volontari in continuo
aumento che monitora i nostri progressi e successi. Per non menzionare il
governo federale che alla fine di tutto viene a fare la sua consueta ispezione.
Inoltre la playa ha il suo naturale
ciclo di pulizia.

Con le piogge invernali si disfa del suo strato
superficiale, rimuovendo le tracce lasciate dagli pneumatici e le interruzioni
di superficie e in primavera facciamo un altro check. E ti posso assicurare che la situazione non è per niente
peggiorata perché da dieci anni abbiamo sviluppato le nostre tecniche di
pulizia.

Sono molte le ragioni per cui abbiamo scelto di organizzare
il Burning Man sulla superficie di un letto di un lago antico prosciugato. Tra
queste c’è la questione pulizia. Su lago infatti non può crescere né decomporsi
nulla. Ecco perché è semplice pulire.

A livello turistico
l’evento ha un impatto molto importante sullo sviluppo di questo settore e
molti Stati e piccole località ne traggono sicuramente beneficio [non solo in
termini economici]. Nel mio caso, per esempio, ho percorso circa 6mila km tra
California, Arizona, Utah, Nevada, alcune volte dormendo in tenda all’interno
di parchi e aree protette incredibilmente vergini e scoprendo nuovi incredibili
paesaggi e scenari. Questo vostro contributo vi viene riconosciuto in un
qualche modo?

Ad essere sincera devo confessarti che né il governo
federale né le agenzie locali ci danno abbastanza credito. Abbiamo ispirato
veramente migliaia di persone ad apprezzare la natura e ad avere rispetto per
la sua incontaminata bellezza, ma è raro che ci venga riconosciuto
pubblicamente o in maniera ufficiale.

Detto ciò, per quanto riguarda la tua esperienza, posso
dirti che non siamo alla ricerca di un riconoscimento. Siamo semplicemente
contenti di poter influire positivamente sulle persone e del fatto che
apprezzino il nostro bellissimo pianeta.

È impossibile far
capire a qualcuno l’esperienza del Burning Man se non si va di persona. E non
si può parlare di Burning Man senza parlare di arte. Che rapporto hai con la
visual e la performing art?

Vengo da una famiglia di artisti e insegnanti. Ho sempre
pensato di essere molto più simile a mia madre, un’artista. Ho frequentato un
liceo di arti performative e sono laureata in Belle Arti. Ho dipinto per 15
anni, molto prima che Burning Man piombasse nella mia vita, e sono saldamente
improntata a vivere una vita fatta di arte. Però Burning Man mi ha aiutata
molto a capire di più questa cosa, proprio come fece mio padre. Come
responsabile della città, ho sempre visto Black Rock City come fosse una mia
tela.

Poi sono anche esperta in amministrazione e insegnamento. E
il mio lavoro oggi unisce entrambi gli aspetti di queste capacità.

E visto che ci stiamo espandendo sempre di più, abbiamo una
visione più globale sul tipo di arte interattiva che sta avendo una certa
influenza in posti remoti come la Cina, la Repubblica Ceca, Israele. Ho
lanciato il nostro programma globale di sovvenzione alle arti [Global Art Grants Program] 12 anni fa, e
il nostro impatto a livello internazionale dura più o meno da allora.

Qual è la tua
installazione preferita?

Guarda, ci sono troppe opere belle per dirti che ne ho una
preferita. Ogni anno ci sono installazioni meravigliose e col tempo cambiano
anche i miei gusti. Poi ho tanti artisti amici quindi non vorrei seccare
nessuno.

Le mie foto d’arte preferite comunque inevitabilmente
contengono mia figlia. Ora ha 12 anni ed è stata a ben tredici Burning Man. Era
presente nel mio utero prima ancora che nascesse, quindi la conto da allora!

Ogni anno c’è un tema
differente. Caravansary è stato il
tema artistico dell’edizione 2014. Carnival
Mirrors
quella del 2015. Da Vinci
Workshop
è il tema di quest’anno. A cosa vi ispirate per la scelta dei
temi?

È il mio amico e collega Larry Harvey [nel 1986 lui e
l’amico Jerry James insieme ad altri amici diedero vita al Burning Man, sulla
spiaggia di Baker Beach, San Francisco] che ogni anno sceglie il tema. È la
nostra mente filosofica, l’ideatore. Si ispira a ciò che osserva, legge, a
quello che succede nel mondo. Ha una capacità unica di saper catturare lo
spirito di una determinata epoca e legarlo al tema del Burning Man.

Senti, e invece per
quanto riguarda gli eventi? Non appena uno sbriga tutte le pratiche [un “po’”
di fila, ritiro biglietti, se non te li sei fatti spedire a casa] inizia la
vera esperienza. Vieni subito accolto dai Greeters,
che ti danno il benvenuto, e la guida “What, Where, When”. Una guida dove sono
elencate le infinite attività in calendario per quella settimana. Attività
ideate e realizzate dai partecipanti per la comunità. In base a quale criterio
le selezionate?

La guida What, When,
Where
è una risorsa della comunità. Elenca tutte le attività alle quali i
cittadini di Black Rock City possono partecipare, cioè se presenti in tempo la
tua proposta di evento. Il calendario si riempie abbastanza velocemente e
alcuni eventi vengono lasciati fuori semplicemente perché non c’è più spazio o
perché sono stati presentati tardi! Questo è l’unico criterio di selezione.

Il gruppo di persone che monta l’infrastruttura per il
Burning Man non ne controlla il contenuto. Lo controllano le persone che
partecipano al Burning Man. Burning Man è una Do It Yourself Experience.

A proposito di
infrastrutture, ci vogliono circa 2mila volontari per costruire, gestire e
pulire la città. Ma non si tratta solo di Black Rock City. Molte persone
entrano a far parte di Burner without
Borders
, un programma del Burning Man Project che sostiene economicamente
progetti innovativi legati al recupero delle comunità e portati avanti dai vostri
volontari sparsi nel mondo. Secondo te quali sono gli ingredienti che vi hanno
aiutato a far crescere questa comunità di volontari e a far sì che le persone
volessero farne parte?

Burning Man porta a dare, a donare anche agli altri, a non
pensare solo a sé stessi. Parte tutto dal nostro chiedere alle persone di
portarsi all’evento ciò di cui hanno bisogno per vivere una settimana in un
deserto duro e inospitale.

Una volta arrivato a Black Rock City, capisci subito che
lavorare insieme agl’altri rende la vita più semplice e piacevole. E questo ti
porta a capire che c’è un enorme beneficio personale nell’aiutare gli altri, e
prima ancora che tu stesso te ne accorga, probabilmente ti ritrovi ad aiutare
qualcuno a costruire la sua installazione artistica o il suo theme camp. E alla fine ti chiedi:
“Perché devo aspettare una settimana all’anno per aiutare gl’altri?”.

Il lavoro di Burner
without Borders
è molto accessibile alle persone. Con una donazione di 25 dollari
si aiutano direttamente le vittime di un disastro perché non ci sono
intermediari.  In generale ciò che fa un Burner without Borders è aiutare gli
altri ad acquisire delle capacità che possono servirgli. Competenze o strumenti
che le persone del Primo Mondo danno per scontate. È bello poter donare il
proprio vecchio telefono a un rifugiato siriano.

Tutto questo impegno è il risultato di un evento che si
svolge nel deserto ed oggi è il vero lavoro di Burning Man. L’evento nel
deserto è meraviglioso e stimolante ma è là fuori la vera attività del Burning
Man, cercare di produrre un cambiamento positivo nel mondo. Burner without Borders è un esempio
molto importante di ciò che stiamo facendo.

Prima ti ho menzionato il nostro Global Art Grants Program. Ecco. Questo è un altro esempio delle
ripercussioni che ha il Burning Man, che è appunto un’esperienza che va ben
oltre l’evento nel deserto. Sappiamo che l’arte interattiva crea un senso di
comunità e la comunità, a sua volta, ispirerà un senso civico. E il senso
civico darà luogo a cambiamenti positivi, prima a livello locale e poi a
livello globale.

Burner without Burnes
diciamo che salta questo passaggio e passa direttamente al senso civico, ma
scommetto che ogni luogo in cui ci sono burners
impegnati ad aiutare altre persone in progetti di recupero della comunità,
in qualche modo si respirerà anche arte. Succede sempre.

In passato sei stata
direttrice di un centro sportivo e una vigilessa del fuoco a San Francisco.
Come donna e City Manager del Burning Man, quanto ti sono state utili queste
esperienze?

Credo che come per ogni altra persona, tutte le esperienze
che ho vissuto mi hanno aiutato a prepararmi al Burning Man. Sicuramente
lavorare nei vigili del fuoco è stato un qualcosa di molto intenso ed efficace,
che mi ha fatto acquisire quelle conoscenze che poi ho usato in situazioni [al
Burning Man] nelle quali c’erano di mezzo questioni legate alla sicurezza delle
persone. In sostanza in quest’ultimi dieci anni ho impiegato molte delle mie
energie al Burning Man.

Prima di allora mettevo in piedi i team di volontari che
aiutano i cittadini di Black Rock City. Sai, in questa fase della mia vita –
sono entrata nei cinquanta – sono abbastanza convinta che le mie inclinazioni
legate al mio essere donna mi siano state di grande aiuto. Sia nel costruire
con successo questi team sia nel riuscire a dare il giusto equilibrio, tra
creatività – con un po’ di caos – e al tempo stesso sicurezza.

C’è una cosa che
avresti voluto fare in passato ma che non sei riuscita a fare?

Eh… Non sono MAI stata al Burning Man! Ho lavorato
all’evento sin dal mio primo anno. Servivo la colazione al team ma non sono mai
stata una vera partecipante e non sono neanche sicura che avrei saputo cosa
fare in questi panni.

La mia intera esperienza al Burning Man è riconducibile al
facilitare l’esperienza altrui. Avevo il duro compito di essere sempre
reperibile e per i problemi più delicati, come una morte o un grave incidente,
un incendio o condizioni meteo rigide tipo la pioggia – diventa un fenomeno
molto problematico sul letto di un lago antico.

Non riesco a immaginarmi di svegliarmi ogni mattina, uscire
fuori e cominciare a divertirmi. È veramente da troppo tempo che mi alzo alle
6:00 e ho le riunioni che cominciano alle 6:30.

Cosa vorresti fare
nel futuro del Burning Man?

Vorrei fare due cose:

1. Liberare il Burning Man di tutti quegli stupidi
stereotipi che ancora oggi intaccano la sua nomea. Noi non siamo un festival di
musica. In realtà non siamo neanche un festival! Non vendiamo nulla. Non c’è un
palco centrale né promuoviamo artisti famosi. Non vendiamo né cibo né bevande.
E al Burning Man non ci sono più droghe che in una qualsiasi altra città. E poi
non è vero che ci sono tutte queste persone nude. E, per finire, siamo molto family-friendly.

2. Non devi venire in Nevada per viverti quest’esperienza.
Sempre più persone partecipano ai nostri eventi [regionali] in giro per il
mondo. Eventi che seguono i nostri dieci princìpi. Non fraintendermi. La
maggior parte di questi eventi è già grande quanto la comunità che li supporta
ma c’è ancora questo luogo comune che il Burning Man si svolga solo nel deserto
del Nevada, il Black Rock Desert. Non è così. Non è vero. Burning Man è una
filosofia e si tiene in tutto il mondo.

Che messaggio
vorresti mandare a chi parteciperà per la prima volta e ai veterani?

Ai first-goers
voglio dire che quest’esperienza va ben oltre la loro immaginazione.
Sbarazzatevi delle vostre aspettative e portate con voi la vostra autenticità.

Ai veterani chiedo: “Cosa state facendo a casa vostra, nella
vostra comunità? Condividetelo con noi. Vogliamo saperlo e vogliamo essere i
vostri più grandi sostenitori”.

Cosa significa per te
essere un Game Changer al giorno
d’oggi? Ti senti una Game Changer?

Credo che le persone abbiano bisogno di essere svegliate per
riuscire a capire quali siano le possibilità che hanno nella loro vita. Essere
un Game Changer significa dare alle
persone questa opportunità. Può presentarsi in forme diverse e variare da
individuo a individuo, quindi la varietà è una necessità.

Sono 30 anni che cambiamo la vita delle persone. Non era
nelle nostre iniziali intenzioni ma in qualche modo alla fine è successo. Molte
persone oggi ci considerano un’istituzione e noi stessi guidiamo altre realtà
ad avere lo stesso impatto che ha il Burning Man. Io sono semplicemente
un’umile facilitatrice di questo processo. Il mio ego e la mia identità non
sono avvolti in tutto questo. La mia passione e amore per l’arte, la voglia di
imparare e la felicità, sì. Lo sono.

Questo articolo di Johanne Affricot è stato originariamente pubblicato su Griot con il titolo Game Changers | La co-fondatrice Harley Dubois ci racconta il suo Burning Man

GRIOT raccoglie e racconta storie di creatività e cultura pop. News, pillole d’arte, fotografia, stile, musica, video. Persone e idee. Concepito tra Roma, New York e Port au Prince, GRIOT inizia a prendere forma nel 2014 e nel 2015 entra ufficialmente a far parte della giungla dei webzine, e-zine, blogzine, zin-zine.

Info Evento:

Harley Dubois sarà presente sabato 9 aprile all’Auditorium
Parco della Musica di Roma per la terza edizione di TEDxROMA: GAME CHANGERS

Dalle 9:30 alle 18:00

I biglietti sono acqusitabili qui.

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