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L’illusione del sorriso di Anne Frank
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L’illusione del sorriso di Anne Frank

L'immagine di Anne Frank è stata ridotta a un'icona di fiducia e speranza, banalizzandola e dimenticando come il suo sorriso sia stato spento da un destino atroce

04 Ago. 2017

Il 4 agosto 1944 Anne Frank fu arrestata e deportata dal rifugio di Prisengracht 263 ad Amsterdam verso il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, passando da quello di transito di Westerbork (Paesi Bassi).

A condividere con lei questo spazio-tempo sospeso, denso di morte e speranza (erano gli ultimi mesi di guerra, con la Francia già libera) c’erano la sorella Margot, i genitori Otto ed Edith, Peter, con cui aveva vissuto lo sbocciare rapido e intenso di un’infatuazione amorosa, una coppia di amici di famiglia e un altro conoscente.

Con queste sette persone Anne aveva condiviso per più di due anni lo spazio angusto di un retrocasa, nel tentativo di sottrarsi alla furiosa violenza nazista. Da quel rifugio, “l’alloggio segreto” – come lei lo chiamava – non uscì mai fino al momento in cui la Gestapo vi fece irruzione. Per sette fiorini, l’equivalente di cinquanta euro attuali, Anne fu denunciata e la sua vita consegnata ai nazisti.

Nell’“alloggio segreto” l’autrice del Diario trascorse il periodo compreso tra i tredici e i quindici anni d’età, celata al mondo esterno senza tuttavia ritirare da esso il proprio investimento ideale e affettivo, proiettandosi nel futuro nonostante i bombardamenti, il pessimismo e la stanca rassegnazione degli adulti.

Stretta fra quattro mura, coltivava il desiderio e il progetto di diventare giornalista o scrittrice, studiando a Parigi e a Londra:

Chi non scrive non può sapere quanto sia bello scrivere; in passato mi dispiaceva di non saper disegnare bene, ora invece sono superfelice di saper almeno scrivere. E se non ho il talento di scrivere per giornali o libri, potrò pur sempre scrivere solo per me. Ma voglio andare avanti, non riesco a immaginare di vivere come la mamma, la signora Van Daan e tutte quelle donne che fanno il loro mestiere e poi vengono dimenticate. Devo avere qualcosa, oltre a un marito e dei figli, a cui dedicarmi! Non voglio far la fine di gran parte della gente, che non ha vissuto per uno scopo. Voglio essere utile o procurare gioia alle persone che vivono attorno a me ma che lo stesso non mi conoscono, voglio continuare a vivere anche dopo la morte! (5 aprile 1944)

Queste erano le sue ambizioni, queste le aspirazioni nate fra i confini di un rifugio precario, saturo d’angoscia, di nervosismo, di litigi, ma dove era anche possibile studiare e leggere “per non restare indietro”, amare, imparare passi di danza, scoprendo i cambiamenti del corpo e dell’anima, nella morsa della minaccia esterna:

Ho un bel parlare del ‘dopoguerra’, ma è come se parlassi di castelli in aria che non diverranno mai realtà. Penso alla nostra casa di prima, alle amiche, alle feste scolastiche, come penserei a cose di cui un altro ha fatto esperienza, non io. L’alloggio segreto col nostro gruppo di otto rifugiati mi sembra uno squarcio di cielo azzurro attorniato da nubi nere, cariche di pioggia. L’area rotonda e circoscritta su cui stiamo è ancora sicura, ma le nubi si avvicinano sempre di più a noi e sempre più stretto diventa il cerchio che ci separa dal pericolo incombente. Siamo immersi nelle tenebre e nel pericolo e urtiamo gli uni contro gli altri cercando disperatamente una via di salvezza. (8 novembre 1943).

Quando morì di fame e tifo nel campo di concentramento di Bergen-Belsen (Germania), nello stesso paese dove era nata prima di essere resa apolide, privata cioè dei diritti di cittadinanza, Anne non aveva ancora compiuto sedici anni.

Il suo corpo era consumato dalle sofferenze della malattia e del digiuno, e nella sua mente era probabilmente sfumata quella speranza rivolta al futuro e all’umanità che da reclusa, in una soffitta di Amsterdam, aveva avuto la forza e la capacità di coltivare.

Eppure, nonostante l’evidenza di questa morte atroce, avvenuta nell’alveo del razzismo e dell’indifferenza, il ricordo di Anne continua a ruotare intorno a un’immagine di ottimismo, di fiducia inscalfibile negli esseri umani che, più che essere sua, risponde soprattutto a un nostro disimpegnato desiderio di edulcorazione.

Il 15 luglio 1944 Anne scrive nel suo diario: “È molto strano che io non abbia abbandonato tutti i miei sogni perché sembrano assurdi e irrealizzabili. Invece me li tengo stretti, nonostante tutto, perché credo tuttora all’intima bontà dell’uomo”.

A partire dagli anni Cinquanta questa è la frase che più frequentemente viene associata all’immagine di Anne e costituisce in generale la battuta finale con cui si chiudono le numerose produzioni teatrali e cinematografiche dedicate alle vicende raccontate nel Diario.

Attraverso questo processo di edulcorazione che ha investito la sua vita e la sua storia, la figura di Anne Frank è stata svuotata di consistenza, ridotta a un’icona di belle speranze.

Il suo sorriso e il suo volto sono diventati il contenitore di sogni e utopie disancorati (“la pace nel mondo”, “l’amore tra gli esseri umani”), scissi da una meditazione profonda sulle origini (e sulla possibile prevenzione) di una violenza che in breve tempo ha portato milioni di esseri umani alla morte. Persino la lettura del Diario viene talvolta tralasciata nella convinzione di conoscerlo già.

Poco prima di andarsene, Anne aveva assistito alla morte della sorella. In un ambiente violentato dalla brutalità e logorato da una strenua lotta per la sopravvivenza che gli stessi nazisti avevano introdotto e incoraggiato tra i prigionieri, Margot era l’unica alleata che le restava dopo essere stata separata ad Auschwitz dal padre e dalla madre.

Come testimonierà in seguito un’amica di infanzia che a Bergen-Belsen aveva avuto l’occasione di rivederla, Anne era convinta che i suoi genitori fossero entrambi morti. Conoscendo l’amore nutrito per Pim, come lei chiamava affettuosamente Otto Frank, in molti hanno avanzato l’idea che se solo avesse saputo della sopravvivenza di suo padre, forse, sicuramente, avrebbe resistito fino alla liberazione, avvenuta poche settimane dopo, nella primavera del 1945.

Nel 1978, in una poesia intitolata La bambina di Pompei e con una consapevolezza diversa da quella della cultura popolare, Primo Levi la ricordava così:

Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,

Della fanciulla d’Olanda murata fra quattro mura

Che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:

La sua cenere muta è stata dispersa dal vento,

La sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito […]

Come Anne, Levi aveva subito la persecuzione in quanto ebreo ma, a differenza di Anne, era riuscito a sopravvivere. Tuttavia portò in testimonianza l’esperienza di una ferita e di un’oppressione insanabili, culminate nel suicidio del 1987.

Un anno prima aveva dato alle stampe I sommersi e i salvati, in cui aveva narrato di quella zona grigia di corruttibilità che adombra la natura umana, rendendo l’individuo in determinate circostanze uno spietato homo homini lupus.

Quel quaderno sgualcito (in realtà Anne scrisse su più fascicoli), “il libro della mia vita”, come ella definì il suo diario, si interrompe bruscamente il 1 agosto 1944, in un momento in cui, con uno sguardo introspettivo acuìto dagli anni di reclusione forzata, Anne medita profondamente su se stessa, su come potrebbe essere se “nel mondo non ci fosse nessun altro”.

Certamente quel mondo è stato implacabile con lei, consegnando la sua vita all’annientamento e il suo ricordo a una sacralizzazione-banalizzazione che, adagiadosi nell’illusione di un sorriso che sopravvive “nonostante tutto”, tenta in fondo di dimenticare come esso sia stato spento.

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