Me

U scrusciu ru mari

Un racconto di Mariachiara Ingrassia

Immagine di copertina

Quella di Modugno, U pisci spada , è la canzone preferita di Gaspare. La canta sempre, a squarcia gola, quando vuole rompere il silenzio religioso del mare, nelle ore sospese tra la notte e l’alba. Forse per conforto di una solitudine sacra. Per narcisistico autocompiacimento, anche. 

“Pari Domenico Modugno”, gli ha detto una volta Rosetta, scuotendo la testa in un movimento brusco che era solita fare, mentre la chioma che era ancora bionda le svolazzava sulla testa, per ricaderle di colpo sulle spalle, tonf. E sembrava ancora più bella. Da quel giorno, Gaspare si era montato la testa. 

“Che se non facevo il pescatore, a quest’ora un cantante ero”, diceva agli amici un giorno sì e l’altro pure. 

Quella melodia, “bastarda che non è altro”, s’infila nella testa appena le dai spazio e lì rimane per tutta la giornata, e “non ne vuole sapere di smammare, tistuna pi’ com’è”. Ma, in fondo, gli fa compagnia, insieme allo sciabordio armonico del mare che è, in definitiva, il rumore ipnotico della sua esistenza. E che bel rumore. 

“Puru i pisci si ponnu ‘nnamurari”, pensa. “È un malannu straordinariu di tutti li criaturi di terra e di mari”. 

Ed è un’immagine talmente poetica che Gaspare sorride, cullato dal suo stesso pensiero panico di sorte condivisa con la natura tutta. E a stare lì, in mezzo a una distesa di acqua immobile, che si fa più chiara a man a mano che il giorno avanza, lui si è sempre sentito parte di un tutto immenso. Indispensabile tassello di quell’ecosistema azzurro. Del resto, “chianciemu lacrime salati comu st’acqua”, sussurra a se stesso, nei momenti in cui la malinconia l’assale.  

Per questo piangere è imprescindibile, perché ci avvicina alla nostra natura di mare, essenzialmente acquatica, che sconfina l’umano. E allora Gaspare lo può capire u duluri d’amuri del pesce spada, perché fatto delle stesse molecole di dolorosissimo sale.

Dunque, mentre il giorno avanza e la calura del sole s’innalza, la barca è una sorta di culla ancestrale: e dondola, dondola, annaca, annaca, in tutto questo dipanarsi di pensieri indisciplinati, il moto ondulatorio delle onde produce una sorta di effetto narcotico. Scccccccc, è la ninna nanna dell’acqua. È un frusciare liquido che fa scccccccc

E le palpebre cominciano a opporre blanda resistenza, che quasi quasi gli cala gli sonno a Gaspare, feto rannicchiato dentro quel ventre atavico. Il mare è utero che accoglie e accarezza.

Il mare accoglie e accarezza, già. Accarezza anche la testa di Lighea, i capelli neri neri, il seno abbondante, le spalle sinuose, la curva del collo, le orecchie piccole e le labbra grandi, che sono salate, come la pelle, liscia e nera. Sì, la sua pelle non è bianca e pallida come quella di Rosetta che Gaspare ricorda quando aveva i capelli biondo cenere e li scuoteva altezzosa. No, lei, Lighea, è scura scura quando, inaspettatamente, esce dal mare per applaudire. La sua sagoma, nel controluce del sole, sembra un’ombra. Ma spiccano i denti, perché sorride Lighea: si vede che le è piaciuto l’assolo canoro di Gaspare. E che ne sapeva lui che c’era qualcuno ad ascoltarlo.

“Accussì si fa? Rinnanz’o pubblico senza preparazione? Chi malafiura! ”. 

Lighea lo guarda ancora, e Gaspare non sa, né gli è dato sapere, da quale terra vengano questi occhi tanto intensi “ca diventi ciecu, taliannuli”. Ma che importa della Terra, in mezzo a tutto questo mare? E se venissero proprio dagli abissi? Se fossero stati partoriti dalle viscere del mondo? 

“Il tuo canto è commovente”, dice Lighea. 

E la sua voce, sì, quella sembra venire da lontano, intrisa di profonda gratitudine e di una tristezza stanca. 

“Io sono Lighea, ricordatelo il mio nome”, aggiunge. “La mia storia assomiglia a quella dell’amore che canti. Ho amato anch’io e ho sofferto per l’amore perduto, per la Terra straziata. Ho pregato, bestemmiato, ho invocato aiuto. Ho camminato tanto. Ed ora eccomi qui, direttamente da quella parte di mondo dimenticata da Dio”. 

Poi resta in silenzio Lighea, come assorta in un pensiero remoto, ma vivido, o, forse, in una preghiera senza fede, né speranza. 

Ce ne sono altri. Altre teste vengono fuori dall’acqua: una, due, tre, quattro. “C’è un picciriddu, a’mmollo all’acqua”. E là, un uomo con la faccia seria. Un ragazzo e una ragazza, laggiù, abbracciati. Cinque, sei, sette, otto. Ecco un altro bambino attaccato al collo del padre. Un’anziana signora galleggia a pancia in su. E nove, dieci, undici, …ventidue, ventitré, …quarantuno… Non si possono contare. Un intero pubblico. E una barca grande grande. “Sì, puru una barca c’è, cu un caricu di cristiani”.

“U capivu”, pensa ad alta voce, “sono le prove generali a sorpresa!”. 

“Amunì”, grida Gaspare, “nisciti i telecamere di Ics Factor!”. 

Campagna regione lazio

Ma niente. Hai voglia a gridarglielo. Nessuna risposta, cenno di capo, effetto sorpresa, nulla. L’esortazione e la sua voce si disperdono nel mare, in una roboante eco. Il pubblico muove le braccia. Si agita. Pare in delirio, uno strano delirio nauseabondo. E ognuno, piano piano, così come aveva fatto per prima Lighea, reclama il diritto di raccontare la propria storia taciuta troppo a lungo, per troppo tempo rimasta inascoltata lì sotto, nei fondali marini. In tutti, adesso, c’è un’urgenza a dire, e parlano, parlano. 

Liste di nomi. Imprecazioni. Mani che toccano, mani che abbracciano, mani che lasciano. Strette di mano. E resti e abiti. Macerie. Lettere. Vite. Esplosioni. Fughe. Bum. Tutti a terra! Ritorni. Amputazioni. Traversate. E terra. E calcinacci. Baci. Armi. Strette di madri e raccomandazioni. Cosce. Idilli. Occhi. Sperma e preghiera. E canti lontani. Ricordi d’infanzia. Sogni di vita. Lauree. Lutti. Nenie. E poesie d’amore. Promesse anche. Profumi di casa, di pelle e carezze di nonne. Giochi di strada. Olezzi d’orina. Doveri. Lotte intestine. Tombe. E rabbia. Acqua e mal di mare. E ancora nomi, sussurrati, urlati. Liste di nomi da ricordare. Identità da scandire per inciderne la dignità nelle memorie. Ché i nomi raccontano. 

Gaspare scoppia a piangere. Non lo sa perché, ma gli viene da piangere come ad un bambino senza sonno. Piange le lacrime di tutti, delle vite altrui, di quelle storie: insostenibili pesi per il suo cuore di uomo semplice. Piange per il dolore di morti che non gli appartengono. Piange per la gioia di un amore che non ha mai provato. Piange lutti di figli mai avuti e terre mai lasciate e guerre mai combattute. Piange le lacrime di ogni dolore puro, meraviglioso, perfetto, come a svuotarsi l’anima, a redimere il mondo. È un pianto catartico che gli viene dal profondo delle viscere. “Zitti!”, dice tra i singhiozzi. Sccccccc, fa come il mare. E tutti tacciono. 

Una scossa. Una scossa tanto forte che per poco la barca non si capovolge. “Beddamatri!”, sobbalza in un sussulto Gaspare. “Chi ci fu? U terremotu ci fu!” E sbarra gli occhi, ridestandosi. Li strabuzza, li stropiccia, li risbarra.

E, di colpo, l’aria che nel frattempo si era fatta indistinta e insieme ad essa il cielo e le nuvole e il blu del mare e il giorno, fagocitati da un anonimo buio senza contorni, sono di nuovo inondati di luce; anzi no, è buio, poi ancora luce, a intermittenza. Finché, una volta rimessa a fuoco la vista, l’azzurro del mare non torna a imporsi nelle sue varianti sfumate. Ed è pace. Il dondolio, traditore, l’aveva fatto addormentare, complici le poche ore di sonno e il tepore del primo sole. 

E dov’è finito il suo pubblico? Dove sono le comparse monologanti? Tira un sospiro di sollievo, Gaspare. Un sogno, era tutto un sogno. In mare guerra non ce n’è. Davanti a lui, solo una distesa d’acqua serafica e, a far da colonna sonora imperitura, quel rumore, u scrusciu ru mari che, a pensarci bene, pare un lamento. 

Torna, così, alla sua solenne attesa d’immobilismo ieratico, il pescatore-cantante. Qualche pesce abbocca all’amo e, allora, grato, dopo un inchino all’orizzonte, linea di demarcazione tra l’umano e il divino, Gaspare ritorna alla terra.  

Il caffè sul tavolo nella tazzina verde, la sua preferita, è odore di casa. Glielo fa trovare sempre pronto Rosetta che, nonostante i segni del tempo e la testa ormai canuta, ha ancora il collo baciami-baciami, pensa Gaspare. 

“In mare guerra non ce n’è”, le dice.

“Ma che vai dicendo? Certo che non ce n’è!”, gli risponde lei.

“Ho fatto un sogno, Rosé, un sogno ca’ paria vero. C’erano cristiani nt’all’acqua, assai. E Lighea, una picciotta nivura nivura. Tutta nera era e mi cuntò una storia ”. E gliela racconta, non scevra di dettagli che ricorda uno per uno, e non come succede con certi sogni. Gliela racconta come se avesse preso in prestito gli occhi di Lighea. E allora c’è il suo giovane compagno, gli spari. Gli spari veri, dal vivo, non quelli dei film. E come dev’essere la guerra dal vivo? C’è quest’imbarcazione troppo carica che vale la vita e i risparmi di sempre. Il suo bambino stretto a sé e la paura atroce. C’è la speranza e l’amarezza della fuga, nel racconto del racconto di Gaspare. E compare spesso la parola confine. Attraversamento del confine. Posti di blocco al confine. Il confine sottile tra la vita e la non vita. E finalmente il mare, il mare è mosso, e l’aria irrespirabile. 

“Nella barca, se la sono partati in tre, trascinandola”, dice. “E poi”.

“Gaspare, non è colpa del mare. Il mare è innocente”, commenta Rosetta, fermandolo, con una mano sul ginocchio. 

Ha sempre avuto questa capacità lei, anzi un potere. Il potere di dire l’ultima parola, la più saggia, come a rassicurarlo e zittirlo. 

Bevono il caffè, allora, nel loro intimo silenzio di sempre. 

Dunque, la vita continua a scorrere lenta, di quella lentezza paziente insita negli uomini che si rapportano quotidianamente con la natura e sanno aspettare. Adesso, però, la sua memoria straripa di storie altrui da mescolare con la propria, fino a confonderne i confini, e l’alba in mare ha un nuovo sapore.  

Così, da quel giorno, ogni mattina, Gaspare, quando canta la canzone di Modugno, in mezzo a quello specchio d’acqua azzurro, rivolge un pensiero al suo invisibile pubblico onirico di uomini e donne degli abissi, si esibisce per loro. Perché lo fa? Be’, vuoi per senso di profonda gratitudine, vuoi per umanissima e, forse, inconsapevole pietas, vuoi per pura vanità, altrettanto umana. E quasi li sente i loro applausi e, in segreto, se ne compiace. 

Sulla sua barca, Gaspare vi ha inciso una scritta: Lighea, figlia del mare. Perché qua, a Lampedusa, si sa, siamo tutti figli del mare. Scccccccc.