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Trump vincerà le elezioni presidenziali?
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Trump vincerà le elezioni presidenziali?

L’analisi politica di Iacopo Luzi, che ha seguito la convention dei repubblicani a Cleveland per TPI, sul futuro delle elezioni presidenziali americane

23 Lug. 2016

Impossibile stabilire fin da ora con certezza quali siano le possibilità di vittoria di Donald Trump, ma secondo gli ultimi modelli previsionali di riferimento, in particolare quello del New York Times e del sito FiveThirtyEights, la sua percentuale di vittoria finale oscilla tra il 24 per cento e il 36 per cento. 

In pratica, a oggi, Hilary Clinton avrebbe grandi possibilità di vincere le elezioni presidenziali 2016, che si terranno il prossimo 8 novembre.  

La candidata democratica è ampiamente favorita in 14 stati su 50 e nel Distretto di Columbia, ovvero Washington D.C. Tutto questo consenso le porterebbe già di per sé 186 dei 270 “electoral votes” necessari per diventare il nuovo presidente degli Stati Uniti. 

Aggiungiamoci altri otto stati dove la Clinton è vista in testa rispetto a Trump ed eccoci arrivati ai fatidici 270 voti elettorali che assegnerebbero la presidenza all’ex segretaria di stato e, dopo Obama, nuovamente al Partito democratico. 

Tuttavia, questi sono soltanto modelli previsionali e potrebbero ampiamente, e aggiungerei tremendamente, sbagliarsi. 

Certo, va detto, che hanno solide fondamenta, in particolare il modulo del New York Times chiamato “Upshot’s presidential prediction model”. Senza entrare nei dettagli, il modello si basa sulla storia elettorale di ogni singolo stato americano e su più di 300 sondaggi elettorali nazionali e statali.  

Molte cose potrebbero cambiare da oggi a novembre e non è da escludere un’ipotetica, quanto inaspettata, vittoria di Mr. Trump. Saranno quattro mesi cruciali per la vittoria finale. Eppure, dopo la convention dei Repubblicani che si è tenuta a Cleveland da lunedì 18 luglio fino a giovedì 21 luglio, cosa possiamo dire di Trump?  

Ho avuto la possibilità di potervi partecipare in prima persona e dopo aver ascoltato tutti quanti i discorsi, tutte le persone invitate sul palco a parlare e dopo aver sentito lo speech conclusivo di Trump, tutto urlato, della durata di un’ora e venti minuti (nuovo record di durata), credo di poter dire qualcosa a riguardo: Donald Trump ha perso una grande occasione. 

In Italia molti credono che Trump sia in vantaggio, ma la verità è che Donald non se la sta passando troppo bene e questa convention di Cleveland non ha di sicuro migliorato la situazione. Non ha aggiunto niente di nuovo. Poteva essere tutt’altra cosa, e invece Trump non ne è uscito minimamente rafforzato. 

L’imprenditore newyorkese e i suoi sostenitori, partendo dal chirurgo Ben Carson fino ad arrivare all’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, in quattro giorni di convention hanno solamente confermato tutto quello che avevano già detto, ridetto e ampiamente sottolineato nelle primarie: insulti e critiche alla Clinton di ogni genere e forma, la necessità per gli Stati Uniti di tornare a essere una forza predominante, sicurezza e ordine ovunque, demonizzazione degli immigrati illegali (in particolare messicani) e dei musulmani, etichettati come “terroristi islamici radicali”. 

Senza dimenticare la difesa a spada tratta del secondo emendamento della Costituzione americana, quello che legittima ogni cittadino a possedere un’arma da fuoco. Insomma: niente di nuovo sotto il sole. 

Il tutto si è concluso con il discorso finale di Trump, che è stata la vera ciliegina sulla torta: secondo il famoso imprenditore, gli Stati Uniti starebbero attraversando una vera e propria crisi economica, spirituale, politica e di valori. L’apocalisse sarebbe imminente, insomma. 

La situazione sarebbe a tal punto tragica, che, secondo Trump, solo lui può rappresentare la soluzione per curare il paese e rendere l’America “great again”. 

Quello che sto dicendo potrebbe sembrarvi una mia opinione personale, eppure anche illustri giornali come il Washington Post, lo stesso New York Times, Politico, New Yorker e Bloomberg, nei loro editoriali, hanno espresso la stessa identica opinione.

Nonostante una folla persuasa fino all’inverosimile delle possibilità di vittoria di Trump, tanto che, fra un discorso e l’altro, anch’io ho rischiato di convincermene per osmosi, c’è da dire che esiste una grande differenza fra Hillary Clinton e il celebre imprenditore newyorkese. 

Clinton ha alle spalle l’intero partito democratico, persino il presidente Barack Obama e l’acerrimo rivale delle primarie Bernie Sanders hanno dato il proprio endorsement alla candidata democratica, mentre Donald Trump ha alle spalle un partito spaccato, diviso, che per una parte ha deciso di non sostenerlo in alcuna maniera. 

Basti pensare alle assenze della famiglia Bush (cosa che non si vedeva da tantissimo tempo, alcuni dicono da 50 anni) e di John Kasich, governatore dell’Ohio, alla convention. 

Senza contare Ted Cruz che, chiamato a tenere il proprio discorso durante la terza giornata, ha deciso di non dare il proprio sostegno al rivale Trump davanti a tutti. Si è congratulato con lui e niente di più, mentre una folla inferocita lo esortava a dare il proprio endorsement. 

Probabilmente lo stesso Trump era convinto che alla fine Ted Cruz avrebbe ceduto e gli avrebbe concesso il proprio appoggio, date le pressioni del partito e magari in vista di un’eventuale nuova candidatura futura, cosa che invece non è avvenuta. Anzi, ciò che ha detto Cruz resta piuttosto emblematico: “votate secondo coscienza”.  

Traduzione: non siete obbligati a votare Trump nonostante siate repubblicani, se non v’identificate in lui. 

Un messaggio chiaro e forte che dimostra come il Partito repubblicano, nonostante tutte le belle parole dello speaker della Camera Paul Ryan e del chairman del Comitato Nazionale Repubblicano Reince Priebus, non sia realmente unito. 

Come non lo è il suo elettorato, basti vedere alcuni delegati a favore di Cruz che, durante la prima giornata della convention, hanno tentato di ostacolare la votazioni di alcune regole. Un chiaro segno di malcontento da parte di una frangia del partito che non riesce proprio a farsi andare giù l’imprenditore di New York. Al di là delle apparenze di circostanza. Una situazione che potrebbe influenzare molti elettori quando si tratterà di andare a votare fra quattro mesi. 

Trump era chiamato con questa convention a portare unita nel partito e con il suo discorso a dimostrare di essere un candidato credibile. Una figura capace di riunire tutti i repubblicani sotto la stessa tettoia. Tutto ciò non è successo.  

E pensare che la mossa di nominare vicepresidente il governatore dell’Indiana Michael Richard “Mike” Pence, profondo conoscitore delle dinamiche politiche e membro di riferimento del partito, era stata fatta proprio per compiacere le parti più conservatrici del Grand old party (GOP). 

Ma ritorniamo al discorso finale di Trump: il candidato aveva la grande occasione di mandare un messaggio diverso, di proporre qualcosa di nuovo rispetto a quanto affermato durante le primarie. Invece ha fallito nel suo intento. 

Nella sua ora abbondante di discorso, Donald Trump ha semplicemente ripetuto fino allo stremo le stesse cose dette e ridette durante la campagna delle primarie. 

In primis, demonizzare il mondo intorno a lui, tanto che in molti hanno definito le sue parole un “hate-filled speech” (un discorso pieno d’odio), e presentarsi come unico possibile rimedio a tutti i mali dell’America. 

Se i democratici erano preoccupati di Trump prima della convention, mentre nella giornata di venerdì 22 luglio la Clinton ha nominato suo vicepresidente il senatore della Virginia Tim Kaine, ora lo sono molto, ma molto, meno.

In conclusione, direi che ci sono tutti i presupposti per credere che Trump non sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti. Eppure, sotto sotto, date tutte le analisi politiche e i pronostici andati in fumo negli ultimi mesi, non mi sentirei così tanto tranquillo a metterci una mano sul fuoco. 

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