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Erdogan, un dittatore eletto in Turchia

Secondo Alon Ben-Meir la Turchia secolare e democratica è ormai avviata alla distruzione e le potenze occidentali dovrebbero intervenire

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Anche prima del fallito colpo di stato militare, il presidente della Turchia Erdoğan governava come un dittatore che ha l’ultima parola su ogni questione di stato. Il maldestro golpe non è stato altro che, come lui stesso ha detto, “un dono di Dio” per epurare ciò che era rimasto della democrazia turca e ripulire le forze armate e il sistema giudiziario per assicurare la totale subordinazione delle istituzioni ai suoi capricci.

Per Erdoğan, essere eletto è stato come aver ricevuto l’investitura per schiacciare e smantellare i principi della democrazia, per consolidare i propri poteri e promuovere la sua agenda islamista.

Essendo un uomo politico astuto ed estremamente abile, Erdoğan ha dipinto il golpe come un attacco alla democrazia, sostenuto da un coro di voci occidentali che pure sono consapevoli che la Turchia sotto Erdoğan è tutto fuorché una democrazia.

Se è rimasto al potere, tuttavia, lo deve alla sua sbalorditiva capacità di fare appello alle classi inferiori e al suo successo nel distribuire i beni di cui quasi metà della popolazione aveva urgente bisogno, incluso l’accesso alla sistema sanitario, infrastrutture, opportunità lavorative, e la promozione dei valori islamici (in un modo considerato inaccettabile in precedenza) con i quali il cittadino turco medio può identificarsi.

Coloro che hanno beneficiato direttamente di queste riforme e sono diventati i più ardenti sostenitori di Erdoğan non erano preoccupati dal fatto che calpestasse la democrazia, anche se li ha sistematicamente derubati dei diritti che la democrazia stessa garantisce. Eppure, decine di migliaia di persone hanno accolto il suo invito a scendere in strada per opporsi all’esercito e l’hanno fatto mettendo a rischio le proprie vite.

In effetti, una delle principali ragioni dietro al colpo di stato era quella di impedire a Erdoğan di distruggere completamente quel che resta dei pilastri di una Turchia secolare e democratica quale quella che Mustafa Kemal Ataturk creò nel 1923.

Ataturk voleva fondare una democrazia secolare sul modello di quelle occidentali e voleva fare delle forze armate le custodi della costituzione della Turchia. Nel tempo, i militari hanno esercitato questa prerogativa quattro volte per impedire che il paese cadesse nel caos.

Il primo golpe, quello del 1960, portò alla rimozione e all’esecuzione del primo ministro Adnan Menderes, che aveva tentato di islamizzare il paese. Il quarto colpo di stato nel 1997 si concluse con le dimissioni forzate e il divieto di occuparsi di politica al primo ministro Necmettin Erbakan, anch’egli accusato di aver inficiato i principi secolari del paese.

Malgrado gestire i cambi di regime tramite interventi militari non sia certo un metodo auspicabile, dato il modo in cui Erdoğan ha privato gradualmente e con successo il paese della sua sostanza democratica, un segmento dell’esercito ha creduto di non avere altra scelta che mettere in piedi un golpe per cambiare il pericoloso corso imboccato da Erdoğan.

Questo tragico episodio sarebbe potuto essere prevenuto se le potenze occidentali, guidate dagli stati Uniti, fossero state più decise nel condannare il modo illegittimo in cui Erdoğan ha esercitato il proprio potere, specialmente negli ultimi anni. Invece, hanno continuato a enfatizzare l’importanza strategica della Turchia, cosa che Erdoğan ha pienamente sfruttato a proprio vantaggio.

Il ruolo della Turchia che ospita quasi due milioni e mezzo di profughi siriani e la sua capacità di fermare il flusso dei rifugiati o di aprirgli le porte dell’Europa a ulteriormente rafforzato la presa di Erdoğan. 

È stato capace di sfruttare le profonde preoccupazioni dell’Unione Europea circa la crisi dei migranti stringendo un accordo che conferisce alla Turchia grandi vantaggi che superano di gran lunga i suoi obblighi. La chiave di volta dell’accordo è che i migranti che raggiungono la Grecia attraverso la Turchia saranno rispediti indietro, e che per ciascun siriano rimandato in Turchia, un rifugiato siriano sarà ricollocato nell’Ue.

In cambio, i cittadini turchi potranno avere accesso all’area Schengen mentre l’Ue ha accelerato l’assegnazione di sei miliardi di euro in aiuti alla Turchia per provvedere ai migranti e il processo di adesione di Ankara all’Unione.

Anche se per ora l’Ue ha resistito alle minacce di Erdoğan di rompere l’accordo se essa si sottraesse alla libera circolazione dei cittadini turchi per via della sua volontà di reintrodurre la pena di morte dopo il colpo di stato, Erdoğan resta sprezzante e ritiene di poter essere prepotente nei confronti dell’Occidente rimanendo impunito.

Inoltre, Erdoğan ritiene che il ruolo della Turchia nella lotta all’Isis e il suo consenso all’uso della base aerea di Incirlik da parte dell’aeronautica degli Stati Uniti per lanciare i raid contro il sedicente califfato gli abba dato un’ulteriore strumento da utilizzare nei confronti di Washington e zittire qualsiasi critica sulle sue continue e gravi violazioni dei diritti umani.

Coloro che speravano che Erdoğan avrebbe mostrato moderazione nel reagire al colpo di stato e nell’occuparsi di quanti sono sospettati di avervi partecipato sono stati rapidamente disillusi.

Non ha perso tempo e ha iniziato una caccia alle streghe colossale. Quasi 9.500 persone stanno affrontando procedimenti legali e circa 50mila tra soldati, magistrati, impiegati pubblici e insegnanti sono stati sospesi o arrestati. Centinaia se non migliaia di persone verranno incarcerate grazie alle leggi di emergenza che permetto la detenzione amministrativa a tempo indeterminato senza l’obbligo di formulare accuse.

Ancor peggio, Erdoğan ha passato al setaccio gli istituti di istruzione superiore e ha vietato agli studiosi di intraprendere viaggi all’estero per scopi accademici, mentre il dipartimento dell’Istruzione ha chiesto le dimissioni di tutti i rettori.

L’alto numero di persone coinvolte in tempi così brevi fa sorgere il sospetto che questi individui fossero già su qualche sorta di lista nera. Erdoğan ha potuto fare tutto questo grazie a quasi 200mila uomini delle forze di polizia e dell’intelligence che gli sono devoti.

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Adesso Erdoğan, emerso più forte di prima dal golpe, intensificherà ulteriormente la sua brutale guerra contro il Pkk e i curdi siriani, che sono nientemeno che gli alleati degli Stati Uniti, e continuerà a rifiutare di negoziare con la nutrita comunità curda in Turchia.

Forse è arrivato il momento che Ue e gli Stati Uniti rivedano le loro relazioni con la Turchia e smettano di accordare a Erdoğan la libertà di esercitare il suo regno, quando il suo comportamento ha direttamente e indirettamente avuto un impatto sugli interessi occidentali, sia a livello interno che in Medio Oriente.

Gli Stati Uniti non possono permettere che un membro della Nato schiacci le regole della democrazia senza conseguenze. Inoltre, Erdoğan ha dimostrato in molte occasioni di non avere nessun senso di lealtà nei confronti dell’Alleanza atlantica.

La Turchia deve essere avvertita che, come ha recentemente detto il segretario di Stato John Kerry, la Nato richiede il rispetto della democrazia. “Ovviamente, molte persone sono state arrestate rapidamente. Ma speriamo di poter lavorare in modo costruttivo per prevenire ricadute”, ha detto Kerry.

Inoltre, Erdoğan deve sapere che le prospettive di entrare nell’Ue saranno un ricordo del passato se continua a minare i principi del governo democratico, inclusa la totale subordinazione del sistema giudiziario alla sua agenda politica.

Anche se gli Stati Uniti e l’Ue hanno bisogno della Turchia per combattere l’Isis, Erdoğan deve essere consapevole che l’Isis rappresenta una minaccia più grande per la Turchia che non per gli interessi occidentali.

Infine, è necessario far sì che la Turchia riprenda i negoziati con la minoranza curda e metta fine al conflitto col Pkk, che destabilizza la regione in un momento in cui bisognerebbe concentrarsi sulla sconfitta dell’Isis.

A questo proposito, Erdoğan deve comprendere che ci saranno serie conseguenze se non mette fine agli attacchi contro i curdi siriani che colpisce con il pretesto di combattere il terrorismo (dato che accusa la loro ala militare, il Pyd, di lavorare insieme al Pkk).

Se Erdoğan ha letto il fallito golpe come un’opportunità mandata da Dio per spazzare via chiunque sia percepito come suo nemico, gli Stati Uniti e l’Ue devono usare questa occasione per far capire a Erdoğan che la storia ha mostrato in molte occasioni che i regimi totalitari prima o poi cadono, e che non gli sarà risparmiato il giorno in cui dovrà affrontare un tribunale.

— Analisi di Alon Ben-Meir, professore di relazioni internazionali ed esperto di Medio Oriente alla New York University

— Traduzione a cura di Paola Lepori