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Cosa succede ora in Turchia dopo il colpo di stato fallito

L'analisi di Matteo Colombo, giornalista e ricercatore ISPI, sulle conseguenze di un golpe fallito

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Il fallito golpe in Turchia segna la probabile fine dell’epoca degli interventi diretti dei militari in politica e sancisce la crisi dell’idea stessa dell’esercito come guardiano della laicità e della democrazia.

È stato un tentativo di prendere il potere come era stato organizzato nei decenni precedenti, bloccando le vie d’accesso e prendendo possesso degli edifici più importanti, nonostante il paese sia ormai radicalmente cambiato dopo quasi 15 anni di potere dell’Akp, il Partito di Giustizia e Sviluppo guidato da Recep Tayyip Erdoğan.

I turchi che continuano a sostenere il presidente, legando al suo successo politico il loro riscatto sociale ed economico, hanno ormai perso qualsiasi timore reverenziale nei confronti delle forze armate e della loro interpretazione dell’ideologia kemalista, e non sono più disposti ad accettare intromissioni dei militari nella politica.

L’esercito si è dimostrato diviso al suo interno, profondamente mutato dalle nomine governative degli ultimi anni e dai casi Ergenekon e Balyoz, che si sono conclusi nei controversi arresti di diversi ufficiali ostili al governo per avere tentato di rovesciare il governo di Erdoğan.

Le opposizioni laiche (Chp) e nazionaliste (Mhp) hanno definitivamente abbandonato l’idea di prendere il potere grazie all’intervento militare, dissociandosi dal tentativo di colpo di stato fin dalle prime ore della notte.

Il tentativo di golpe è fallito soprattutto perché non ha ottenuto alcun supporto politico nel paese. Ancora una volta, l’errore di chi ha tentato di prendere il potere è stato quello di riproporre un modello di colpo di stato ormai superato dalla storia, che prevede di azzerare il parlamento e attribuire temporaneamente il potere a un direttorio.

Così facendo, i golpisti si sono alienati il sostegno di chi si oppone a Erdoğan ma non ha intenzione di rinunciare all’attuale sistema parlamentare che, seppure fragile e imperfetto, è comunque per molti preferibile al potere militare.

La sconfitta dei golpisti nasce da una mancata comprensione dei cambiamenti nel paese e da una strategia troppo ambiziosa per un gruppo di ufficiali che agiva senza il supporto delle sfere dell’esercito e dei principali partiti di opposizione.

Un azzardo che avrebbe forse avuto qualche possibilità di successo soltanto se si fosse limitato a ottenere l’esilio o l’arresto del presidente Erdoğan, lasciando il potere nelle mani dell’Akp, magari guidato dall’ex premier Davutoğlu o dall’ex presidente Gül, o puntando alla formazione di un governo di unità nazionale per redigere una nuova Costituzione.

Le conseguenze del fallito golpe sono ancora da valutare, ma ci sono pochi dubbi sulla volontà da parte di Erdoğan di punire i responsabili del tentato colpo di stato.

Dopo i fatti del 15 luglio, esistono le condizioni perché il presidente turco possa chiedere poteri speciali per affrontare questa emergenza.

L’intera vicenda fornirebbe inoltre il pretesto per nuovi arresti di oppositori, che potranno essere facilmente accusati di fare parte del cosiddetto ‘derin devlet’ (Stato profondo), ossia di una sedicente alleanza di alti ufficiali militari e dell’intelligence, importanti magistrati e giornalisti, capi delle grandi industrie e alti esponenti del crimine organizzato che punta a rovesciare la democrazia.

È inoltre molto probabile che vengano approvate nuove misure per colpire il movimento di Fethullah Gülen. Il gruppo religioso, che fino a pochi anni fa aveva una grande influenza in diversi settori della società e dello stato turco, è stato, infatti, indicato da Erdoğan come responsabile del tentato golpe.

C’è il rischio che tale organizzazione venga considerata come la principale minaccia alla sicurezza nazionale, insieme al Pkk, determinando nuovi arresti dei suoi sostenitori. 

Altre conseguenze da valutare sono quelle all’interno dell’apparato militare turco. Il tentato golpe potrebbe portare a diversi cambiamenti nell’esercito per neutralizzare qualsiasi minaccia alla presidenza.

İl rischio di gravi tensioni tra i diversi reparti e di lotte interne alle strutture di sicurezza potrebbe indebolire ulteriormente il paese e rendere la Turchia più vulnerabile agli attacchi dell’Isis e dei gruppi indipendentisti curdi.

Infine, la notte di ieri potrebbe segnare l’inizio di una grave crisi diplomatica tra Europa e Turchia. Se venisse confermato che la Germania ha rifiutato di concere asilo ad Erdoğan, tale decisione scaverebbe un solco tra il presidente turco e il suo principale alleato europeo, creando ulteriori tensioni per quanto riguarda il processo di adesione della Turchia all’Unione.

Inoltre, potrebbe mettere in discussione gli accordi di collaborazione tra Ankara e Bruxelles per quanto riguarda il contrasto al terrorismo e la crisi dei rifugiati. Uno scenario che rischia di complicare le già difficili relazioni tra alcuni stati membri dell’Unione e la Turchia, e che avrebbe conseguenze ancora da valutare per l’intera regione mediterranea. 

— L’analisi è stata pubblicata da ISPI con il titolo “Errori e conseguenze di un golpe mancato” e ripubblicata in accordo su TPI con il consenso dell’autore 

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* Matteo Colombo, è un assistente di ricerca dell’ISPI