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I profughi invisibili che vivono sotto il cavalcavia della tangenziale est di Milano

Provengono in prevalenza dall'Afghanistan e dal nord del Pakistan. Carlotta Ludovica Passerini ha documentato per TPI le loro condizioni di vita precarie

Immagine di copertina

Vivere sotto il cavalcavia di un’autostrada nella canicola di luglio nell’indifferenza generale. E chi passa, gira la testa dall’altra parte. Sabato 9 luglio sono tornata al piccolo accampamento di profughi sotto il cavalcavia della tangenziale est di Milano, in corrispondenza dello svincolo di Linate. 

Sono una ventina i profughi costretti a viverci. Vengono dall’Afghanistan e dal nord del Pakistan, dall’area di Peshawar, città famosa per la strage del 16 dicembre 2014, in cui i talebani fecero irruzione nella Army Public School, uccidendo oltre 150 persone, di cui 132 studenti fra i 10 e i 18 anni. 

L’accampamento si raggiunge percorrendo la via privata Aquila, dove si trova il Cara – centro di accoglienza di richiedenti asilo – gestito dalla Croce Rossa. 

Superato il centro, bisogna seguire una stradina: sulla destra ci sono i campi, e in lontananza si vede l’ex stazione gasometrica AEM. Sulla sinistra, invece, una recinzione di cemento separa via Aquila dall’area sotto il cavalcavia della tangenziale. 

Una coperta segnala l’ingresso dell’accampamento, ricavato da un pertugio fra le barre di cemento. 

Ad accoglierci una decina di ragazzi. Alcuni sono sdraiati su brandine di fortuna, altri parlano fra loro. Appena ci vedono, ci vengono incontro, stringendoci la mano a suon di “assalam aleikom”, la pace su di voi. 

Ci mostrano l’accampamento. La prima cosa che si nota sono tantissimi rifiuti, di ogni genere, abbandonati da anni. “Abbiamo cercato di mettere tutte queste cose abbandonate ai lati. Rischiamo di farci male al buio con quelli” dice M., indicando quella che qualche tempo prima doveva essere una porta.

Alcune brandine sono sparse fra i piloni. C’è una zona cucina, lo capiamo dalle ceneri dei falò che accendono per cucinare e per preparare il tè. Ci sono pentole e piatti con avanzi, pieni di formiche. 

Vicino alla cucina c’è un armadietto, dove i ragazzi tengono le provviste che riescono a comprare con i pochi soldi che hanno messo da parte. 

Poi c’è la zona della preghiera: su un materasso hanno posizionato un tappeto e, uno alla volta, si mettono a pregare verso la Mecca.

Nell’accampamento non c’è il bagno, com’è prevedibile. Vediamo delle taniche piene d’acqua. Ci spiegano che sono andati a prenderla al Parco Forlanini – poco lontano da lì -, dove hanno riempito le taniche alle fontanelle. Al Parco lavano i panni e fanno anche la doccia, alle fontanelle. Spesso, ci dicono, sono stati rimproverati dai passanti che gli hanno spiegato che non è consentito lavarsi in un luogo pubblico. 

Ora hanno iniziato a lavare i vestiti fra i piloni. Li vediamo stesi, un po’ sulla cancellata di cemento che separa l’accampamento dalla strada, un po’ su uno stendino che era stato abbandonato sotto al cavalcavia.

L’accampamento è invaso da mosche e insetti di ogni genere. I ragazzi spiegano che il problema principale sono le zanzare. Insegno loro qualche rimedio della nonna e gli consiglio di non grattarsi, dopo aver loro consegnato alcuni spray anti-zanzare che mi avevano chiesto al nostro primo incontro.

C’è un generatore abbandonato, faccio loro notare che è molto pericoloso. “Lo abbiamo trovato qui, ci serve per caricare i cellulari”.

I ragazzi non parlano italiano, sanno solo le poche parole che hanno imparato agli sporadici corsi di lingua forniti dal Cara. La loro lingua madre è il pashto, e solo pochi parlano inglese. Un ragazzo che invece lo parla benissimo si offre come traduttore per darci una mano. Si chiama Ijaz, e dopo parleremo di lui.

I ragazzi ci raccontano la loro storia. Vivevano tutti presso il centro della Croce Rossa, spiegano. Poi ci riferiscono che da un giorno all’altro, senza aver ricevuto alcuna spiegazione, sono stati allontanati. 

Alcuni di loro hanno ricevuto il permesso di soggiorno, altri no. Ci dicono che altri ragazzi afghani e pakistani che vivevano con loro in via Aquila, dopo aver ricevuto i documenti, sono stati indirizzati verso altri centri, i cosiddetti Sprar – Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati. 

Ma loro no. E ora vivono così, in pessime condizioni, sotto lo svincolo per Linate della tangenziale Est. 

Uno di loro ci dice di essere stato cacciato dal centro la sera prima, verso mezzanotte. È un signore afghano, sulla quarantina. Veste con gli abiti tradizionali. Dal momento che parla solo pashto, I. ci fa da traduttore. 

Campagna regione lazio

“Quando stavo andando a dormire mi hanno detto che dovevo andarmene” racconta “allora ho chiamato la polizia. Quando sono arrivati i poliziotti hanno detto alla Croce Rossa che non potevano farmi andare via a quell’ora, senza un posto dove dormire. I poliziotti mi hanno detto che sarebbero tornati oggi al centro, ma non è arrivato nessuno. Ieri, quando se ne sono andati, mi hanno fatto uscire dal centro, e ho dormito qui”.

Non è l’unico nuovo arrivato. Molti ragazzi che c’erano settimana scorsa, ora sono partiti. E molti altri hanno preso il loro posto. 

Fra loro c’è F., 31 anni. Viene dal nord del Pakistan. Prima di arrivare in Italia, due anni fa, ha vissuto sei anni in Inghilterra, dove ha imparato l’inglese, finché il suo permesso di soggiorno non è scaduto. Lo troviamo sul suo letto di fortuna, una coperta all’ombra di un pilone. Usa il suo zaino come cuscino. “Non è possibile vivere qui, senza cibo, senza igiene” dice “non è possibile sia questa l’Italia”. F. ha ottenuto il permesso di soggiorno, e dice che appena lo ha ricevuto, è stato allontanato dal centro. 

Anche M. è nuovo. Viene dall’Afghanistan. Ha 47 anni. Sorride, anche con gli occhi. Racconta di essere arrivato in Europa tanti anni prima, ha vissuto in Inghilterra anche lui. 

M. racconta di aver lasciato l’Afghanistan dieci anni prima. Lì vivono sua moglie e i suoi otto figli, due femmine e sei maschi. Dice che fra sei mesi, se tutto va bene, la sua famiglia potrà raggiungerlo in Italia. 

Però vuole trovare un lavoro prima. “Tutti noi abbiamo detto ai nostri cari che l’Europa è bella e che stiamo bene. Non possiamo dir loro che viviamo qui, sotto i ponti”. Ed è per questo motivo che preferiscono non essere fotografati, perché non vogliono che la loro famiglia scopra la verità. 

M. dice di non voler tornare più in Afghanistan, “lì ci sono i talebani, è pericoloso”. 

Continua a chiedermi come può fare per ottenere la tessera sanitaria, anche se non ha i documenti. Gli lascio un indirizzo, sperando possano aiutarlo. 

M. sorride, e mi dice “Bella Italia, pizza buona”.

Poi mi mostra dei video di balli afghani. E tutti si radunano attorno al suo telefono. Il clima si è disteso. Uno di loro inizia a ballare. Poi smette, e mi dicono un detto afghano “se non hai la pancia piena, non puoi ballare”.

Anche N. vuole raccontarmi la sua storia. Viene dall’Afghanistan anche lui. Mi fa vedere le foto di suo figlio. Un bel bambino biondo, di due anni. Mi racconta che vive in Afghanistan insieme a sua moglie e non lo vede da un anno. 

N. è in Europa per la seconda volta. Tanti anni fa ha lasciato l’Afghanistan per l’Inghilterra, dove ha vissuto per cinque anni. Scaduti i documenti ha fatto ritorno in Afghanistan, dove è rimasto un anno. 

Poi si è rimesso in viaggio. Afghanistan, Iran,Turchia, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Austria, Italia. 

“Milano è bella” dice “ho vissuto a Roma due settimane. Dormivo nel parco”.

Ijaz è il nostro traduttore, viene da Peshawar, come la maggior parte dei ragazzi. Parla benissimo inglese, “l’ho imparato ascoltando le persone. Non sono andato a scuola in Pakistan. Tutto quello che so, l’ho imparato dal mondo”. Ijaz ha ventisette anni. Ha vissuto a Dubai qualche anno, per lavorare e mettere da parte i soldi per partire. 

Racconta che non è possibile vivere in Pakistan, dove i talebani hanno occupato la parte nord del paese. “Non c’è libertà”, prosegue. Ijaz è arrivato in Italia attraversando l’Afghanistan e l’Iran. Racconta che molti di loro hanno fatto lo stesso percorso. “Dall’Iran per arrivare in Turchia si superano le montagne a piedi. Fa molto freddo. Se qualcuno cade, lo lasciano a terra. Non ti puoi fermare per aiutare, se no vieni lasciato indietro anche tu. Devi pensare alla tua vita lì” dice Ijaz “Eravamo scortati dall’esercito iraniano”.

Una volta raggiunta la Turchia hanno attraversato i Balcani, quando i confini erano ancora aperti. Sono arrivati in Italia “perché tutti ci dicevano che è il posto dove si ottengono più facilmente i documenti”. 

Le aspettative, però, li hanno delusi.

Ijaz dice che sta imparando i modi occidentali. “Vedi, per esempio sull’autobus siete tutti attaccati al telefono. Sto imparando, piano piano”. 

Il ragazzo pakistano viene apprezzato da tutti nell’accampamento. È una sorta di volontario per i richiedenti asilo. Si fa in quattro per aiutare tutti. Poi si sfoga, mi dice “sono molto stanco, sai? Ora voglio occuparmi del mio futuro. Mi sento bloccato, non riesco a fare niente. Devo fare qualcosa per me ora. Trovare un lavoro, prima di tutto”. Anche I. è sposato e ha un figlio, ancora in Pakistan.

Un ragazzo si avvicina a Ijaz e chiede di tradurci una cosa. “Mi sento in imbarazzo ad avervi qui. Vorrei ospitarvi in una casa vera. E invece questa (dice indicando l’accampamento, ndr) non è una casa”.

Salutiamo, sentendoci un po’ invadenti, e ce ne andiamo. Usciti dall’accampamento vediamo venire verso di noi un altro dei ragazzi dell’accampamento. Spinge un carrello della spesa. Dopo aver fatto una colletta è andato a comprare della frutta per tutti. Gli altri ragazzi lo aiutano a scaricare, e lui riporta il carrello al supermercato. 

Il loro accampamento viene denominato “le dehor” dagli altri ragazzi che vivono ancora nel Cara. Ogni tanto qualcuno del centro porta loro qualcosa da mangiare. Sono tutti molto solidali. D’altra parte, scappano tutti dalla guerra e dai gruppi estremisti. 

Questa situazione, però, è invisibile agli occhi delle autorità e delle organizzazioni che si occupano di migranti. 

In una grande metropoli civile, nella città di Expo, dell’inclusione sociale e della multiculturalità, è possibile tutto questo?