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Juncker si scaglia contro la ritirata di Johnson e Farage dopo la Brexit
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Juncker si scaglia contro la ritirata di Johnson e Farage dopo la Brexit

Il presidente della Commissione europea ha criticato i principali sostenitori della Brexit per essersi ritirati nel mezzo dello scompiglio politico creatosi dopo il voto

05 Lug. 2016

Durante una seduta del Parlamento europeo a Strasburgo, il
presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha criticato i principali
sostenitori della Brexit, Boris Johnson e Nigel Farage, per essersi ritirati
nel mezzo dello scompiglio politico creatosi dopo la vittoria del fronte leave.

Juncker li ha definiti “nazionalisti retrogradi, non patrioti”
perché “i patrioti non danno le dimissioni quando la situazione si fa
difficile”, aggiungendo che “gli eroi della Brexit di ieri sono oggi i tristi
eroi della Brexit”: invece di dedicarsi alla formulazione di una strategia per
le negoziazioni che porteranno il Regno Unito ufficialmente fuori dall’Unione,
si ritirano.

Boris Johnson era uno dei favoriti per rimpiazzare David
Cameron, che ha annunciato le sue dimissioni il mattino dopo la vittoria del leave, come leader dei Tory e come Primo
ministro. Ha rinunciato a correre dopo che Michael Gove, suo amico e anch’egli
sostenitore della Brexit, ha annunciato la sua candidatura. Michael Gove, che
inizialmente doveva sostenere Johnson, ha descritto l’ex sindaco di Londra come
incapace di fornire “la direzione e la squadra giusta per il compito che lo
aspettava”.

Nigel Farage, che ha avuto diversi scontri con Juncker in
passato, si è dimesso dalla guida dello UKIP lunedì 4 luglio. Dopo aver
soddisfatto la sua maggiore ambizione politica, ovvero aver avviato il processo
di uscita del Regno Unito dall’Unione, ha annunciato di rivolere “indietro la
sua vita”.

Rimarrà a capo della fazione di euroscettici al Parlamento
europeo, costituita dai gruppi Europa della Libertà e Democrazia Diretta.

Juncker non è stato l’unico ad esprimere parole dure nei
loro confronti: l’ex primo ministro belga Guy Verhofstadt, oggi a capo della
fazione liberale nel Parlamento europeo, ha detto che i politici che hanno
prevalentemente promosso la Brexit “mi ricordano ratti che abbandonano la nave
che affonda”.

Verhofstadt si è poi scagliato contro il Consiglio europeo,
ovvero la piattaforma dove i diversi governi dei paesi membri discutono e
dettano le politiche europee. Il Consiglio, all’indomani della vittoria del leave, non ha ancora considerato
possibili riforme ma si è invece soffermato sull’“implementare le politiche
europee”.

Secondo l’ex premier belga, è “scioccante e irresponsabile”
non interpretare il voto sulla Brexit come segnale che qualcosa debba
cambiare”. “Cosa state aspettando? Quand’è che il Consiglio riconoscerà che
questo tipo di Unione non può più essere difesa?”.

A detta di Verhofstadt, una volta che arriveranno i
cambiamenti, l’euroscetticismo diminuirà da sé: “i cittadini europei non sono
contro all’Europa, ma contro a questa Europa”.

Per quanto riguarda le negoziazioni incombenti fra Regno
Unito e Unione, il vice leader dello UKIP, Paul Nuttal, ha ribadito di
l’importanza di essere “dei vicini buoni, generosi e che commercino fra di
loro”, perché alla fine il Regno Unito e il resto del continente sono
indissolubilmente “uniti dalla geografia, dalla cultura, dalla storia e dal
commercio”.

Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, rimane
irremovibile: il Regno Unito potrà rimanere nel mercato unico dell’Unione solo
se accetterà la condizione di libero movimento dei cittadini.

Aderiscono alla sua linea i 27 capi di stato o di governo
degli altri paesi membri. Secondo Alan Juppè, attuale sindaco di Bordeaux e uno
dei candidati favoriti per le presidenziali francesi del 2017, l’accordo può
essere raggiunto.

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