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25 anni di crimini contro l’umanità in Eritrea

Dall'indipendenza nel 1991 a oggi il paese africano è prigioniero di un regime brutale che gode di completa impunità. L'analisi di Enrico Casale

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In Eritrea vengono commessi in modo sistematico crimini contro l’umanità. È questo il risultato della ricerca condotta dalla Commissione Onu di indagine sui diritti umani in Eritrea, presentata agli inizi di giugno e frutto di un lavoro durato due anni, confermando inoltre la diaspora di eritrei in Europa e in Nord America, che fino ad oggi si andava solo dicendo, e che quello di Isaias Afeworki è un regime spietato che non tollera nessuna opposizione e non accetta nessuna pratica democratica.

“L’Eritrea è uno stato autoritario“, ha detto nel corso di una conferenza stampa Mike Smith, presidente della Commissione. “Non vi è alcun sistema giudiziario indipendente, nessun parlamento e nessuna altra istituzione democratica. Ciò ha creato una lacuna nella legge e nell’ordine e un clima di impunità per i crimini contro l’umanità che si è verificato durante questi 25 anni (il paese ha ottenuto l’indipendenza nel 1991, ndr). Questi crimini avvengono ancora oggi”.

La Commissione non ha potuto effettuare una ricerca sul campo. Asmara non ha accettato che i ricercatori dell’Onu indagassero sul proprio territorio. Gli esperti internazionali hanno però raccolto 830 interviste di eritrei fuggiti dal loro paese e oggi residenti all’estero e 160 dichiarazioni scritte. Da queste voci sono emersi racconti raccapriccianti di torture continuate su chi è sospettato di tramare contro il regime, ma anche di chi è solo sospettato di voler fuggire dal paese.

Eritrei della diaspora, che hanno mantenuto i contatti con la madrepatria, raccontano di delazioni e di accuse all’interno delle famiglie: padri che accusano i propri figli di tradimento, mogli che per sbarazzarsi dei mariti li denunciano per attività sovversive, cugini o fratelli che si rinfacciano reati politici per accaparrarsi porzioni di un’eredità. Il clima politico e sociale interno non è dissimile a quello dell’Albania sotto il governo di Enver Hoxha (1946-1991).

La Costituzione approvata nel 1997 non è mai entrata in vigore. Il regime ne ha sempre rinviato l’applicazione adducendo come motivo principale il clima di guerra permanente con l’Etiopia e quindi la necessità di mantenere fermo il controllo sul paese da parte della classe dirigente.

In teoria, la Carta costituzionale ammetterebbe il pluripartitismo, ma di fatto a governare è il solo Fronte popolare per la democrazia e la giustizia. Non esistono più media indipendenti. I giornali, le radio e le televisioni sono tutte strettamente controllate dall’autorità statale. Non è un caso che da anni Reporter senza frontiere collochi l’Eritrea all’ultimo posto della sua classifica della libertà di stampa.

La minaccia esterna, sbandierata continuamente dalla propaganda di regime, è anche la giustificazione per mantenere un servizio di leva a tempo indeterminato che coinvolge ragazzi e ragazze a partire dai 17 anni. I militari di leva vengono impiegati per scopi difensivi, ma anche come manovalanza a basso costo per realizzare infrastrutture e per lavori di fatica nelle proprietà degli ufficiali di alto rango. Molti ragazzi, si parla di tremila ogni mese, cercano di fuggire verso il Sudan e l’Etiopia. Lo fanno sfidando l’ordine imposto dal regime di sparare a vista su chi fugge. Chi viene catturato nell’atto della fuga viene poi torturato.

Il rapporto della Commissione parla di “schiavitù, reclusione, sparizioni forzate, tortura e altri atti disumani come persecuzioni, stupri e omicidi”. Il regime continua a negare. Per Asmara quelle della Commissione sono “accuse senza fondamento e con motivazioni politiche” che rappresentano “un attacco ingiustificato non solo all’Eritrea, ma anche all’Africa e ai paesi in via di sviluppo”.

In un comunicato del ministero dell’Informazione si sostiene che “il rapporto della Commissione di inchiesta non si attiene ai principi di imparzialità, obiettività e non selettività previsti dalle linee guida delle Nazioni Unite”.

Nonostante la presa di posizione di Asmara, la Commissione insiste sulla necessità di un intervento della comunità internazionale. “In Eritrea c’è un’impunità totale verso i crimini compiuti negli ultimi trent’anni, ma da oggi in poi tocca alla comunità internazionale prendere l’iniziativa per far sentire la voce delle vittime e dar loro giustizia”, ha dichiarato Smith.

Il 21 giugno 2016 la Commissione ha presentato ufficialmente al Consiglio dei diritti umani le sue conclusioni sui diritti negati in Eritrea, chiedendo, sulla base delle prove raccolte, di aprire un procedimento contro il governo di Asmara presso la Corte penale internazionale (Cpi), con l’accusa di “crimini contro l’umanità”.

Ma il ricorso alla Cpi contro l’Eritrea non è gradito a tutti i paesi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Si teme quindi che sulla risoluzione possa essere posto il veto. Ciò non impedirebbe che altri stati possano intervenire perseguendo i responsabili di questi crimini.

L’esempio arriva dal Senegal dove una Corte ha di recente giudicato e condannato Hissené Habré, noto come “il Pinochet d’Africa”, per i crimini contro l’umanità commessi quando era presidente del Ciad. L’Unione africana sosterrebbe un simile processo? O prevarrebbero le logiche di protezione reciproca da parte dei regimi africani? E l’Unione europea?

Proprio di recente Bruxelles ha aperto una linea di credito di 200 milioni di euro che Asmara dovrebbe investire nel rinnovo delle linee elettriche e a favore dei giovani. 

— L’analisi è stata pubblicata da ISPI con il titolo “Eritrea: 25 anni di impunità per i crimini contro l’umanità” e ripubblicata in accordo su TPI con il consenso dell’autore 

*Enrico Casale, giornalista di Africa, bimestrale dei Padri bianchi