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L’amore ai tempi della Brexit

La delusione di una giovane italiana che vive a Londra e che stamattina, al risveglio, leggendo i risultati del referendum, ha sentito tutto il peso di una "sconfitta"

Immagine di copertina

Oggi mi sono svegliata e c’è il sole. Chi non vive a Londra, non può comprendere fino in fondo cosa ciò comporti dentro di te. Sei felice.

Ma poi
prendo il cellulare, stacco la sveglia e apro il sito della Bbc: il Regno Unito ha
deciso di lasciare l’Europa. La prima reazione è lo shock. Come è potuto
accadere?

Sulla Central Line, come sempre, la gente è incollata ai propri cellulari, ma non gioca a candy crush. Legge le news.

Cercano di capire, di
sapere. Ma non sono contenti, non sono soddisfatti in volto: sono
preoccupati, taciturni. L’aria a Londra è come sospesa questa mattina. Chi ha
votato per rimanere piange, chi ha votato per uscire è confuso e
adesso si sente in colpa.

E poi c’è quel milione di europei che vive a
Londra, che ha lasciato il proprio paese alla ricerca di un futuro, che fa da anni il cameriere non perché gli piace farlo ma per potersi pagare
l’università e costruirsi una carriera. Che fa sacrifici pensando che
verrà ricompensato, che ha creduto che l’Europa fosse reale e che
significasse avere delle opportunità ovunque decidesse di averle.

Siamo noi
quelli sconfitti e delusi, ma non solo dal Regno Unito. Siamo delusi da
un’Europa che in quest’ultimi anni non ha saputo fare di meglio se non serrare
le mani e gli occhi di fronte a una realtà che stava cambiando, che ha
preferito il denaro e il potere piuttosto che la comprensione di una realtà
complessa e che aveva bisogno di risposte e di fatti. È una delusione nei
confronti del buon senso, la delusione di un popolo intero: quello europeo.

Io credo
che esista, perché la mia generazione, quella dei “25enni senza speranze”, è
cresciuta con l’unica speranza che ci fosse qualcosa di più che la città in cui
sei nato, che si potesse viaggiare liberamente per un’Europa che ti avrebbe
accolto e dato opportunità di crescita. È per questo che il programma Erasmus è
nato, ed è per questo che ho vissuto sei mesi in Portogallo e adesso vivo qui a
Londra.

Ed è per questo che mi sento scossa, perché pensavo che nessuno mi
avrebbe fatto sentire a un certo punto “non benvenuta” a casa mia. Si, perché
casa mia non è solo l’Italia, ma lo sono anche il Portogallo e il Regno Unito. L’Europa.

Quello che mi aspetto adesso – andando oltre i demagogismi, oltre i
malumori diffusi trasformati in decisioni affrettate, oltre i commenti xenofobi – è che l’Europa mi dia delle risposte, che mi dica che non c’è pericolo che casa
mia crolli, che ha bisogno solo di qualche lavoro di ristrutturazione.

Anche perché sono fidanzata da anni a distanza con un ragazzo che vive a Londra, i miei viaggi tra Italia e Regno Unito sono continui: pure la mia vita sentimentale si basa sulla certezza di un’Europa unita e libera, che cosa volete che faccia?

*Il commento di Federica Bonaccorsi  

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