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Grandi eventi sportivi nel mirino degli attentatori

Gli Europei di calcio in corso in Francia potrebbero diventare obiettivo di attacchi, come è già successo in passato. L'analisi di Guido Olimpio

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C’è la presunta rivelazione di Mohamed Abrini, arrestato in Belgio dopo le stragi. L’obiettivo del network eversivo non era Bruxelles, ma l’imminente Euro 2016, il campionato di calcio europeo che si svolge in Francia dal 10 giugno al 10 luglio.

Un’indicazione confermata successivamente da diverse fonti vicine alla sicurezza e dal Dipartimento di stato americano con una nota specifica diffusa il 31 maggio. Il grande evento è un target. Come lo sono stati appuntamenti del passato, colpiti da fazioni strutturate o singoli individui – i lupi solitari – con tattiche diverse.

Il primo anello è lontano nel tempo, nel 1972. Alle 4:30 del 5 settembre un commando palestinese di Settembre Nero attacca il Villaggio Olimpico a Monaco di Baviera e prende in ostaggio numerosi atleti israeliani.

Operazione sofisticata e articolata che poteva essere evitata se i servizi tedeschi non avessero sottovalutato una segnalazione arrivata da Beirut tre settimane prima. Finisce in un massacro per il maldestro blitz della polizia: problemi di coordinamento, apparati radio insufficienti, nessuna esperienza e assenza di teste di cuoio.

Muoiono in 17, compresi 5 fedayyin. La tragedia è la sintesi perfetta di cosa non si deve fare e pone un dilemma che tornerà spesso anche per circostanze meno drammatiche: sospendere le gare o andare avanti.

Altre Olimpiadi, quelle di Atlanta (Usa). Il 27 luglio 1996 esplode un ordigno rudimentale tra la folla. Due le vittime, una per infarto. Colpevole un estremista anti-stato e anti-aborto, Eric Rudolph.

Sarà identificato due anni dopo e arrestato al termine di una caccia all’uomo durata fino al maggio del 2003: per lungo tempo ha vissuto tra i boschi del North Carolina. Il suo fine era quello di punire e bloccare i Giochi olimpici.

Hanno intenzioni sinistre anche, nella primavera del 1998, alcuni estremisti algerini del Groupe Islamique Armé (Gia) sparpagliati per l’Europa. Li arrestano in Svezia, Belgio, Regno Unito, Italia e Francia.

È proprio in quest’ultimo paese che intendono agire insanguinando i Mondiali di calcio. Un progetto, tra smentite e conferme, che ritorna nel 2001. Indiscrezioni sostengono che i qaidisti hanno inquadrato lo Stade de France per la partita dall’alto valore simbolico: Francia-Algeria.

Quindi tocca nuovamente agli Stati Uniti, con le due bombe sul traguardo alla maratona di Boston, 15 aprile 2013. Piano messo a punto dai due fratelli d’origine cecena ed emigrati negli Usa, Tamerlan e Dzhokhar Tsarnaev.

Utilizzano polvere nera estratta dai fuochi d’artificio, fili elettrici e pentole a pressione: armi grezze in grado di uccidere. Tre i civili assassinati, più un agente freddato a colpi di pistola.

La coppia, in apparenza, vuole vendicarsi per gli interventi statunitensi sui fronti di guerra. Sono dei “fai-da-te” che conquistano titoli sui media come dei professionisti.

Ben diversi dai due kamikaze che provano a farsi saltare il 13 novembre 2015 allo stadio parigino durante Francia-Germania, un sito che ormai torna spesso nella lista target. Falliscono – per fortuna – per la loro incapacità, ben più letali i loro complici che sparano al teatro Bataclan e nei ristoranti.

L’insieme di questi attentati permette di indicare alcuni aspetti chiave. Intanto modus operandi dissimili. Presa d’ostaggi, assalto coordinato e collegato a una organizzazione, gesto singolo e autonomo, ricorso a fucili d’assalto o semplici pistole, esplosivi costruiti nella cucina di casa – come la Madre di Satana – granate.

In tre casi i media hanno documentato letteralmente in diretta: Monaco, Atlanta, Boston. E il primo farà scuola ispirando chi seguirà. La copertura di TV e, in seguito del web, aggiunge “spettacolarizzazione”. Non basta il sangue e l’efferatezza, la morte deve essere vista da tutti e rilanciata. Tutto questo è ancora maggiore se si coinvolge lo sport e magari atleti famosi. L’effetto è doppio.

Quando si prende di mira un campionato o un’Olimpiade si hanno poi conseguenze che condizionano le risposte. Intanto diventa un’emergenza che riguarda più paesi: chi ospita e quelli dei team finiti nella linea di tiro. Inevitabilmente nascono contrasti, dissidi, recriminazioni.

Il “campanilismo” delle indagini è in agguato. Una situazione che diventa ancora più grave se i criminali hanno in mano dei prigionieri: accettare il ricatto o trattare? Opporre il no e lanciare il blitz? Basti pensare alle polemiche dopo i clamorosi errori compiuti dai belgi nel contrastare la cellula di Molenbeek.

Durante le prossime settimane le autorità francesi dovranno considerare le cinque aree degli Europei: gli impianti delle gare, le strade cittadine, i concentramenti di tifosi, gli alloggi delle squadre e i sistemi di trasporto.

Dunque molti i luoghi da tutelare con un’inevitabile allungamento delle linee logistiche e di sorveglianza per gli agenti, chiamati a distinguere tra minacce potenziali e gli inevitabili falsi allarmi.

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Sfida complessa dove non va mai dimenticato che il gesto terroristico può essere studiato a lungo, ma anche essere innescato dall’opportunità.

— L’analisi è stata pubblicata da ISPI con il titolo “Da Monaco a Boston: nessuna tregua olimpica” e ripubblicata in accordo su TPI con il consenso dell’autore 

*Guido Olimpio, corrispondente da Washington per il Corriere della Sera