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Porto M, il museo dei migranti di Lampedusa

Perché a gestire l’accoglienza a Lampedusa dev’essere l’apparato militare? Il video reportage di Pietro Barabino

Immagine di copertina

“Oggi l’isola di Lampedusa è diventata il palcoscenico mediatico ideale per passerelle politiche, piattaforma militare e grande centro di detenzione e sperimentazione delle politiche sulle migrazioni”, così Giacomo Sferlazzo, attivista dello storico collettivo Askavusa di Lampedusa e tra i curatori del Museo delle Migrazioni, ora rinominato PortoM, dove sono conservati gli oggetti appartenuti ai migranti trovati nelle barche accatastate a Lampedusa. 

“Siamo stanchi di contare i morti – sottolinea Tareke Brhane, presidente del Comitato 3 ottobre – se nelle acque del Mediterraneo in questi anni sono morte migliaia di persone non è una fatalità, ci sono ben precise responsabilità delle politiche di governo e di controllo delle migrazioni. Eppure sembrano inevitabili fatalità”. 

Ma le cose stanno diversamente, come scritto nero su bianco nella Carta di Lampedusa, il patto sottoscritto nel febbraio 2014 dopo la morte di più di 600 persone nell’ottobre del 2013: “L’Unione Europea, attraverso le sue scelte nelle politiche migratorie, sta determinando la separazione tra persone che hanno il diritto di muoversi liberamente e altre che per poterlo fare devono attraversare infiniti ostacoli, non ultimo quello del rischio della propria vita”.

Una politica di esclusione fatta di armi, guerre e imperialismo finanziario che è poi la stessa che da anni denuncia Papa Francesco. Il Collettivo Askavusa diffida dalla retorica umanitaria: “Se non ci fosse questa gestione politico-economica internazionale, senz’altro si eviterebbero anche i naufragi e i morti in mare”.

“La richiesta minima è quella dell’apertura di canali umanitari per garantire viaggi sicuri, ma, nel frattempo, restando nell’ottica emergenziale, perché a gestire l’accoglienza dev’essere l’apparato militare?”

Certo c’è il MOAS, Emergency e alcune altre realtà civili che stanno salvando migliaia di vite umane in mare, ma la narrazione mediatica parla solo dei salvataggi operati dai militari: “Grazie a questi interventi – sostengono ad Askavusa – gli apparati militari si ripuliscono mediaticamente dalle loro responsabilità sugli scenari di guerra, e ottengono finanziamenti per altre armi e strumenti di morte”.

“Con il pretesto dell’uso ‘a fini umanitari’, si continuano ad acquistare aerei di aggressione come gli F24, portaerei, droni attrezzati con sistema d’armi. Se non ci fossero interessi dietro queste ciniche modalità di gestione delle migrazioni, si potrebbero riconvertire le risorse investite e stanziate in campo militare per assicurare percorsi di arrivo garantito delle persone che migrano per necessità”.

(La mappa interattiva di tutti i migranti morti in mare nel Mediterraneo dal 2015 a oggi a questo link)

Il video reportage realizzato da Pietro Barabino: