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Caro Giulio, ci siamo dimenticati di te
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Caro Giulio, ci siamo dimenticati di te

La lettera di Fiorenza Loiacono a Giulio Regeni, in cui gli racconta cosa sta succedendo a quattro mesi dal suo assasinio

09 Giu. 2016

Caro Giulio,

    quattro mesi e quattordici giorni sono passati dalla tua scomparsa. Il mondo è lo stesso, forse peggiore. Migliaia di esseri umani, insieme alla loro disperazione, spirano annegando alle frontiere dell’Unione europea, la stessa che si guarda bene dal compattarsi intorno alla richiesta di verità sulla tua morte. Gli stati che la compongono perseverano nel siglare accordi economici e militari con il regime che ha decretato la fine della tua esistenza. Il muro di omertà intorno ad essa sembra farsi più compatto: persino i tuoi docenti di Cambridge rifiutano di rispondere alle domande degli inquirenti.

L’Italia, il tuo paese di nascita, che solo per questo avrebbe dovuto avere la forza sufficiente per tuonare sulla questione dei diritti umani, calpestando i quali la tua vita è stata annientata, sta portando avanti un’azione politica blanda e per questo imbarazzante, adagiandosi forse sulla speranza che il tuo ricordo compromettente si consumi nel più breve tempo possibile. 

Nonostante il veto del 2013 da parte del Consiglio europeo sul rifornimento di armi all’Egitto, l’Italia ha proseguito questo commercio, sorvolando sul fatto che quelle armi siano utilizzate dal regime del presidente al Sisi anche per la repressione interna. Tale esportazione non è stata interrotta nemmeno dopo la tua morte. La violenza che si abbatte sugli egiziani e che si è abbattuta su di te, dunque, viene perpetrata anche attraverso armi prodotte dal nostro paese.

Dopo il silenzio pesante e indecente da parte del governo nelle due settimane immediatamente successive al ritrovamento del tuo corpo, l’attenzione di alcuni organi di stampa ha costretto il presidente del consiglio Matteo Renzi a posare lo sguardo laddove sarebbe dovuto stare sin dall’inizio: sulla tua morte, avvenuta in modo non proprio naturale e accidentale. In quei quattordici giorni, al di là di alcune brevi frasi di circostanza, nessuna dichiarazione di condanna o di sgomento è stata espressa da quest’ultimo e dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma di fronte ad una opinione pubblica incalzante, anche le più alte cariche dello stato hanno dovuto infine affermare il proprio impegno nella ricerca della verità. Pure allora, tuttavia, non hanno mai menzionato la questione di principio: quella dei diritti umani. Tutto ciò definisce sempre più chiaramente l’impressione di un’etica d’argilla sul versante di chi ci governa.

L’espressione “diritti umani”, come anche “tortura” o “corpo torturato”, non è mai stata pronunciata pubblicamente né dal presidente della Repubblica né dal presidente del consiglio, una condizione che segna tristemente e irrimediabilmente l’enorme distanza tra la loro figura e la tua. Potrebbero mai riuscire ad ottenere la verità su quanto ti è accaduto istituzioni che appaiono stagliarsi su un’altra dimensione rispetto a quella su cui ti muovevi tu, occupandoti dei diritti di un’umanità oppressa?

Non valgono gli interessi economici italiani in Egitto a spiegare una tale e fondamentale mancanza di dignità e coraggio. Le poche affermazioni espresse pubblicamente dal presidente del consiglio (come “non ci fermeremo, noi siamo l’Italia”) sono improntate sostanzialmente ad una asserzione di forza priva di vigore morale. 

Senza solidità di coscienza non vi è azione potente che tenga, almeno nel senso della giustizia. Confrontata all’impegno di migliaia di persone che in tutto il mondo ti pensano, non ti dimenticano, esponendo striscioni con il tuo nome, la coscienza dei vertici dello Stato appare grigia, appannata, pubblicamente svuotata della capacità di indignarsi di fronte all’ingiustizia. Un esempio negativo per la cittadinanza. 

In questo quadro di passività sconcertante, di fatto ostentata di fronte all’opinione pubblica, persino il richiamo dell’ambasciatore italiano al Cairo, avvenuto agli inizi di aprile, assume il carattere di un mero atto formale. Maurizio Massari, il primo a vedere il tuo corpo torturato e a darne notizia alla stampa, è stato “promosso” a Brussels, dove probabilmente la sua coscienza e i suoi occhi non potranno più essere così utilmente indiscreti come lo sono stati in Egitto. Il suo sostituto è stato già nominato. Sul sito internet del Ministero degli Esteri, nella scheda “Viaggiare sicuri” dedicata all’Egitto non è presente alcun riferimento a te e al trattamento che hai subito, in contrasto stridente con la minuzia con cui sono elencati gli altri attentati terroristici avvenuti nel paese.

In seguito alla tua morte, al Sisi ha confidato in una risposta blanda da parte dell’Italia. Attualmente, l’evidente silenzio dello Stato italiano e la reazione poco incisiva della cittadinanza nel pretendere un cambio di rotta rispetto a questa posizione stanno concretamente assecondando l’auspicio del regime egiziano, conducendo inesorabilmente al giorno in cui il tuo caso, a causa del tempo trascorso, verrà considerato ormai senza speranza e il tuo sguardo definitivamente consegnato alla memoria.

Negli scorsi mesi Repubblica.it, questa testata giornalistica nazionale importante e con una linea editoriale tutto sommato vicina alla voce di governo, ha deciso di dare particolare rilievo alle notizie che ti riguardano: ha aderito alla campagna lanciata da Amnesty International per chiedere verità e giustizia per te. Tuttavia, la striscia gialla di Amnesty è ormai sparita e il tuo nome compare solo in alcuni giorni, talvolta in scoop la cui forza svapora dopo breve tempo. Qualche giorno fa il quotidiano online evidenziava piuttosto la necessità di salvare, “fra ansie e speranze”, la fauna in via di estinzione e raccontava lungamente di un cane appena tornato dall’India. Difficile immaginare come gli essere umani, così disinteressati ai propri simili in molte circostanze, possano occuparsi della sopravvivenza di altre specie animali (se non nella misura in cui le povere bestiole si configurino come un prolungamento narcisistico di se stessi da esporre sui social network). Come sia messo il pianeta Terra è infatti sotto gli occhi di tutti.  

Radio 3 Rai ogni mattina ti ricorda attraverso la forza delle suggestioni evocate dalla voce di Joan Baez con Here’s to you, Nicola and Bart. L’associazione è intensa, emotivamente trascinante, ed esprime con forza il senso di ingiustizia che avvolge la fine della tua vita, anche se, stando al testo della canzone, risulta difficile capire come l’agonia di un essere umano innocente possa trasformarsi infine in un suo trionfo. La vita è perduta e con essa qualsiasi possibilità di divenire, insieme a scelte che, quante e quali, solo tu avresti potuto decidere. Se infine ci sarà un trionfo, ciò dipenderà dalla forza che noi, che ci siamo ancora, avremo di reagire, per te e per noi stessi.

Il 25 aprile e il 2 giugno sono già trascorsi. Quest’anno l’anniversario della Liberazione, il ricordo della Resistenza, è stato dedicato dal presidente della Repubblica Mattarella ai due marò italiani che in India si sono resi responsabili della morte di due innocenti scambiati per criminali d’assalto. In questa circostanza, con l’eccezione della presidente della camera Laura Boldrini, non una parola è stata spesa su di te e sulle torture che ti sono state inflitte, quelle che, come ricordava tua madre durante il discorso al senato, un italiano non subiva dai tempi del nazifascismo.

Il 2 giugno il presidente della Repubblica e del consiglio hanno ricordato la nascita della Costituzione italiana e i principi di libertà e giustizia che essa sostiene e per cui è stata scritta. Quale coerenza tra questa celebrazione e il silenzio da parte di queste stesse istituzioni sulla questione dei diritti umani o rispetto all’alleanza economica e militare dell’Italia con il governo criminale egiziano? L’Italia è un paese dove si muore per tortura e dove parte degli organi giudiziari deve lottare strenuamente, spesso senza riuscirci, perché i responsabili di questi atti nefandi siano condannati per le proprie azioni. 

Quello che resta è l’impressione di un’incresciosa debolezza e di misure che, con la promessa di essere “proporzionali” (secondo l’espressione usata ad aprile dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni), in realtà non sono assolutamente tali. Piuttosto sembrano esserlo nella direzione opposta a quella della giustizia: il silenzio dell’Italia è proporzionale a quello dell’Egitto. Non vediamo virgulti di resistenza, solo una immensa ipocrisia.

Nonostante l’impegno profuso, attualmente le azioni messe in campo dalla società civile per tenere alta l’attenzione su di te appaiono girare su se stesse in modo drammatico, come se una cesura le separasse da un risultato efficace. La coscienza non deve appagarsi e fermarsi dietro ringhiere adorne di striscioni ma esigere, pretendere di più. 

I cosiddetti flash mob organizzati in molte città italiane, senza che esista un coordinamento tra l’una e l’altra, senza che si tenti in questo modo di smuovere una partecipazione più massiccia, gli striscioni gialli, le biciclettate in tuo onore, e molte altre gentili e talvolta ingenue forme di protesta tipiche della contemporaneità, pur essendo utili a non dimenticare il tuo nome, di fatto non stanno esercitando una pressione sufficientemente forte sul governo italiano. Le mobilitazioni per i diritti non dovrebbero essere “flash”, leggere, perché non incidono, non scalfiscono – passano appunto come un lampo – ma vigorose, arrabbiate, potenti.

Servirebbe un’azione più piena, più viva, più coraggiosa, che si estenda oltre i social network – la scatola chiusa e deprimente di molte lotte del presente – provando a portare contemporaneamente nelle strade, dove è la vita vera, migliaia di cittadini che esigano la verità sul tuo conto. Pochi se ne accorgono, ma proprio da qui potrebbe cominciare il percorso di risveglio civile delle italiane e degli italiani, soprattutto delle generazioni più giovani, che chiedendo giustizia per te e rispetto della dignità umana, strappando la cortina di un increscioso ed evidente silenzio, le esigano contemporaneamente anche per se stesse e per se stessi. Solo un atto di protesta veemente e la soddisfazione di dire alle istituzioni “il vostro silenzio, il vostro scarso coraggio non è il nostro” può disgregare questa morsa di rassegnazione e impotenza, di decadimento civile e politico che attanaglia questo paese da decenni. 

Tutto è passato: l’aereo di Ustica, la morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, vicende avvolte per anni nel fumo più fitto e nero. La verità comincia solo ora ad emergere, traforata come una forma di groviera, ora che è diventata innocua. Perché dovrebbe essere così anche nel tuo caso? 

Spesso si trascura un aspetto fondamentale: in democrazia i cittadini si rendono visibili quando partecipano e protestano, e le questioni si rimettono in movimento perché il potere di chi comanda dipende dal voto, il quid che i politici attuali considerano molto più rilevante delle questioni di principio. Nulla è per sempre.

Mentre scrivo, sento cantare poco lontano le studentesse e gli studenti di un liceo. Cantano ‘Notte prima degli esami’ a squarciagola, in questa strana atmosfera dove vita e morte si confondono. Urlano “se l’amore è amore…”, mentre la scuola termina e una nuova fase dell’esistenza sta per spalancarsi. Basterebbe questa energia, convogliata nelle strade per una causa di civiltà, per smuovere il governo da questa finta azione, o inazione, che ha i connotati di una presa in giro, per restituire a noi il senso della dignità, per offrire un po’ di pace alla tua anima, che intanto vaga, pensando alla vita che ti è stata sottratta.   

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