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Barra Bravas argentine: quando una tifoseria di calcio diventa organizzazione criminale
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Barra Bravas argentine: quando una tifoseria di calcio diventa organizzazione criminale

Il calcio argentino è un gioco corrotto, nel quale gli ultras delle squadre gestiscono giri illeciti d'affari da migliaia di euro. Il servizio di Iacopo Luzi per TPI

22 Giu. 2017

In Argentina esiste una passione che non ha eguali: l’amore per il calcio. Che siate tifosi oppure no, è impossibile sottrarsi a esso. 

Il calcio è uno degli argomenti più importanti di discussione ogni giorno, i telegiornali aprono con gli ultimi risultati delle partite e ovunque si vada è possibile percepire questa passione viscerale per il pallone. 

I tifosi riempiono gli stadi e ogni partita è un vero e proprio spettacolo: canti, bandiere, tamburi, fumogeni e un’atmosfera da far venire la pelle d’oca. Questo è il calcio in Argentina. 

Eppure, al di là della passione, esistono delle ombre che oscurano la bellezza di questo sport, degli individui capaci di trasformare il calcio in un business e lucrare illegalmente a discapito dei tifosi argentini. Queste persone sono coloro che si fanno chiamare Barra BravasSebbene vengano spesso paragonate a quelli che in Italia sono chiamati “ultras”, la realtà è diversa. 

In passato le barras erano state definite come gli hooligans del Sud America, ma questo fenomeno è molto più complesso e profondo di quanto si possa immaginare. “Sono un incrocio tra un gruppo di tifosi violenti e una banda organizzata di delinquenti”, sostiene Monica Nizzardo, fondatrice della Ong Salvemos al Futbol, un’organizzazione no profit che si batte per denunciare i crimini delle barra bravas in Argentina. 

Le barra bravas sono nate negli anni Settanta, eppure, con il passare dei decenni, queste tifoserie hanno subito una trasformazione che ha accompagnato di pari passo l’aumento del giro d’affari all’interno del mondo del calcio.

Se in passato le barra bravas erano semplici frange di ultras più coloriti degli altri, che spesso finivano per scontrarsi con le tifoserie avversarie, oggi questi gruppi di tifo organizzato sono diventati vere e proprie organizzazioni criminali, capaci di guadagnare fino a 300mila pesos al mese (circa 19mila euro). 

Con il benestare della polizia locale, spesso corrotta e tacitamente permissiva, nei giorni delle partite tutto ciò che riguarda il controllo dei parcheggi, la vendita di bevande e cibo, il bagarinaggio degli ingressi allo stadio (specie nei settori riservati esclusivamente alle barras) e lo spaccio di droga al dettaglio è affare dei membri delle barra bravas

Mentre la violenza è diventata una costante nel mondo del calcio argentino, con 18 persone uccise soltanto nel 2015, fra le barras spicca un gruppo di tifosi che viene spesso definito come la regina di tutte le tifoserie: la Doce (“dodici”), gli ultras del Boca Juniors. 

Questo gruppo, che si definisce come il dodicesimo giocatore in campo, negli anni ha acquisito sempre più potere, instaurando profondi legami con i dirigenti del Boca e con gli stessi politici di Buenos Aires, fino ad avere appoggi anche all’interno della Casa Rosada, il palazzo presidenziale della Repubblica Argentina.

Nonostante il nuovo presidente Mauricio Macri, che negli anni Novanta è stato presidente del Boca Juniors, abbia dichiarato di volersi impegnare per debellare il fenomeno delle barra bravas, al momento nulla di concreto è stato fatto per contrastare questo fenomeno. 

La Doce e le altre barras proseguono indisturbate con i loro affari, mentre le lotte fratricide fra i vari membri sono all’ordine del giorno. Tutto al fine di guadagnarsi il controllo delle ingenti somme di denaro che provengono dai traffici illeciti delle barras

“È un fenomeno talmente radicato, che nemmeno una legge potrebbe contrastare il sistema”, sostiene Gustavo Gravia, noto giornalista sportivo argentino da anni in prima linea contro le barras“Soltanto se la popolazione prendesse coscienza di ciò che sta accadendo e si rendesse conto della situazione in cui viviamo oggi, forse potremmo assistere a un cambiamento”.

(qui sotto il servizio di Iacopo Luzi da Buenos Aires per TPI)

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