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Il Banksy afghano che dipinge sui muri di Kabul devastati dalla guerra
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Il Banksy afghano che dipinge sui muri di Kabul devastati dalla guerra

Kabir Mokamel si ispira apertamente alle opere del più celebre street artist del mondo, quello britannico, per guarire l'Afghanistan dalle atrocità delle bombe

06 Giu. 2016

Kabir Mokamel ha 40 anni e dal 2010 fa la spola tra l’Australia dove risiede e l’Afghanistan dove è nato. Il suo nome non dirà molto, ma a parlare per lui ci sono i suoi numerosi graffiti realizzati sui muri della città di Kabul, devastata da frequenti attacchi suicidi. 

I luoghi preferiti dall’artista per esprimere la sua arte e diffondere così un messaggio al mondo sono i muri sempre più alti, più larghi e più imponenti che circondano la capitale afghana. Chilometri di mura abbandonate, macerie, edifici sventrati e messi ora al servizio dell’arte per denunciare un paese segnato dalla corruzione e perseguire una resistenza culturale sulla falsariga dei murales di Banksy, in una terra continuamente oppressa dai talebani. 

Nello stile, infatti, Kabir si ispira apertamente alle opere del più celebre street artist del mondo. “Il suo lavoro è senza dubbio efficace. L’arte qui a Kabul è una cosa nuova, pertanto dobbiamo educare il pubblico al suo alfabeto, prima di poter andare avanti”, ha raccontato lo street artist afghano in un’intervista alla Cnn. 

L’obiettivo di Kabir non è soltanto quello di colorare e abbellire la città di Kabul, che porta ancora i segni evidenti della guerra civile, ma esprimere attraverso la sua arte un messaggio chiaro rivolto ai talebani. 

Tra i suoi graffiti più celebri c’è la donna con due grandi occhi dal fascino mediorientale, liberi dall’imposizione del burqa; un cuore trasportato da una carriola o la cartina dell’Afghanistan coperta da un grande cerotto. In tutte queste opere si vedono le ferite di un paese lacerato da una guerra pluridecennale che ancora oggi fatica a rialzarsi. 

Il suo primo graffito, quello che ritrae un intenso sguardo femminile, Kabir lo ha realizzato nel 2015. Nel messaggio trascritto su uno sfondo giallo brillante si legge: “Ho visto la vostra corruzione che non è nascosta agli occhi di Dio, benché voi cerchiate di nasconderla alla gente”. Un chiaro riferimento alla piaga della corruzione interna che affligge il paese. 

Attraverso la sua arte, Kabir ha attirato numerosi seguaci. Di recente ha creato il gruppo di artisti soprannominati “Arts Lords”, ossia i signori dell’arte, in netto contrasto con coloro che si sono sempre proclamati i signori della guerra, ossia i taliban. 

Un altro graffito da lui realizzato ritrae un uomo armato di carriola che trasporta un cuore e accanto una mappa geografica dell’Afghanistan dipinta di rosso, come il sangue che scorre quotidianamente, con sopra un grosso cerotto, come a voler rappresentare un paese devastato ma desideroso di guarire dalle innumerevoli ferite inferte. 

Attualmente Kabir è impegnato nella realizzazione di una nuova opera dal titolo “Eroi della mia città”, per celebrare e rendere omaggio alla gente comune. Si tratta di un dipinto complicato poiché richiede l’impiego di 32 colori. “Il materiale è costoso e per il momento mi autofinanzio. Sarò grato se qualche cittadino afghano vorrà contribuire economicamente e sostenere la mia arte, ma non accetterò soldi né aiuti dal governo”. 

Gli eroi ritratti non sono quelli di propaganda governativa, come il comandante Massoud i cui ritratti giganti sono distribuiti in tutta la città, ma le persone comuni: netturbini dipinti nella loro tuta arancione, soldati che muoiono sotto le pallottole dei talebani e gli innocenti uccisi in attacchi suicidi. “Nei punti in cui queste vittime sono state uccise, realizzeremo dei dipinti per ricordarle affinché non siano solo numeri”. 

Inoltre, anche la realizzazione dell’opera in sé assume un significato particolare quanto il risultato finale. Kabir e il suo team di street artist hanno spesso coinvolto dei passanti, degli agenti di polizia, o perfino dei venditori ambulanti, nella realizzazione dei loro murales. Pitturare un muro secondo Kabir e la sua visione del mondo non è solo esprimere un’arte, ma è anche l’occasione per fermarsi per strada e scambiare due parole e rinnovare dei legami indeboliti da anni e anni di conflitto. “Si tratta di un modo per le persone di recuperare lo spazio pubblico”, ha precisato l’artista. 

Dipingere sui muri devastati dalle bombe e sulle macerie di palazzi crollati rappresenta per Kabir anche un modo per curare le tante, troppe cicatrici di una città devastata dalla violenza quotidiana. E questo suo impegno lo si coglie in ogni dettaglio, come il grilletto di un fucile d’assalto che spara un arco colorato nel cielo, oppure degli spazzini che trascinano i loro carrelli per le strade di Kabul trasportando enormi cuori rossi. 

I dipinti sui muri non fermeranno la violenza e non cancelleranno con un colpo di pennello la corruzione, né cambieranno la vita degli afghani. “Ma ogni volta che qualcuno si fermerà ad ammirare uno dei nostri graffiti, ogni fatica sarà ripagata, anche se dobbiamo costantemente vivere nel timore di ritorsioni da parte dei taliban”.

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