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Venezuela, l’opposizione contro lo stato d’emergenza dichiarato dal presidente Maduro

Il capo di stato ha annunciato altri 60 giorni d'emergenza nazionale, minacciando il sequestro delle fabbriche che decidono di non produrre e l'arresto dei proprietari

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Nella serata di venerdì 13 maggio il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha decretato lo stato di emergenza per i prossimi 60 giorni, a causa della grave crisi economica che colpisce il paese sudamericano, ma non ha fornito ulteriori dettagli sulle eventuali misure da adottare per far fronte all’emergenza. 

In un discorso rivolto ai suoi sostenitori nella capitale Caracas, Maduro ha chiesto al paese nuovi sforzi per far ripartire la produzione e contrastare la profonda crisi economica. Il capo di stato venezuelano ha minacciato il sequestro di tutte le fabbriche del paese che hanno deciso di cessare la produzione, e l’incarcerazione dei loro proprietari. 

In particolare, la decisione di procedere a un eventuale sequestro delle fabbriche inattive è nata dopo che la più grande società venezuelana, la Polar Group, ha cessato la produzione di birra, accusando il governo di aver ostacolato con la sua cattiva gestione l’importazione della materia prima, l’orzo. A capo della società c’è il miliardario Lorenzo Mendoza, uno degli imprenditori più critici verso le politiche di Maduro. 

“Dobbiamo adottare tutte le misure per il recupero della capacità produttiva del paese, paralizzata dalla borghesia”, ha dichiarato il presidente. “Chiunque voglia fermare la produzione sabotando così il paese dovrebbe essere fermato, ammanettato e condotto davanti alla polizia penitenziaria”. 

L’annuncio di un nuovo stato di emergenza nazionale, dopo quello introdotto a gennaio, ha scatenato la reazione delle opposizioni che hanno indetto nuove manifestazioni sabato 14 maggio.

Nel corso degli ultimi giorni la situazione politica in Venezuela ha corso il rischio di degenerare del tutto. I manifestanti scesi in piazza a Caracas hanno protestato contro la Commissione elettorale, un organo cui spetta la responsabilità di respingere o accettare la richiesta di un referendum su Maduro, firmata da 1,8 milioni di persone una settimana fa. 

La Commissione non ha ancora fornito una risposta, ma se dovesse convalidare le firme, i partiti di opposizione avrebbero accesso alla seconda fase, dove sarà necessario raccogliere altre 4 milioni di firme prima di poter organizzare il referendum. 

(Qui sotto un video delle proteste organizzate dall’opposizione contro il presidente Maduro; l’articolo continua dopo il filmato)

La crisi economica che ha colpito il paese sudamericano è iniziata nel 2013, ma si è acuita negli ultimi mesi del 2016 e ha influito enormemente sulla vita quotidiana delle persone.

Sono diventate regolari le lunghe file al supermercato per acquistare prodotti di prima necessità, così come è all’ordine del giorno il razionamento dell’energia elettrica e dell’acqua per uso domestico.

Nel 2015 il governo ha introdotto numerosi controlli che hanno reso più complicato ottenere le valute internazionali per fare acquisti all’estero. 

Alla fine di aprile, Maduro ha ordinato ai funzionari pubblici di lavorare solo due giorni a settimana – il lunedì e il martedì – per risparmiare energia elettrica.

Maduro sostiene che questa crisi è stata causata anche da molti imprenditori venezuelani e dagli Stati Uniti, colpevoli secondo il capo di stato di aver scatenato una guerra economica contro il governo di Caracas.

In passato situazioni di stallo economico avevano già causato dure proteste contro Maduro. Nel 2014 decine di persone rimasero uccise negli scontri che durarono mesi, mentre numerosi manifestanti vennero arrestati.

Lo scorso dicembre l’opposizione in Venezuela ha ottenuto la maggioranza alle elezioni parlamentari per la prima volta in sedici anni, sconfiggendo i socialisti del presidente Maduro.

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