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Lettera a un mare chiuso per una società aperta: una storia del Mediterraneo
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Lettera a un mare chiuso per una società aperta: una storia del Mediterraneo

Il libro di Ilaria Guidantoni verrà presentato a Torino il 12 maggio: una riflessione filosofica e politica sui cambiamenti che stanno scuotendo il mare nostrum

09 Mag. 2016

Uscirà il 19 maggio il libro di Ilaria Guidantoni Lettera a un mare chiuso per una società
aperta
(Albeggi Edizioni), un diario intimo che diventa una lettera aperta di
riflessione filosofica e politica sui cambiamenti che stanno scuotendo il mare
nostrum
.

Il libro verrà presentato giovedì 12 maggio alle 16 in occasione del Salone Internazionale del libro, presso la Sala Romania, in un workshop-conversazione intitolato Per un’Europa del Mediterraneo – La letteratura come laboratorio di geo-politica.

Nel testo, l’autrice affronta un viaggio nel Mediterraneo
raccontando la storia di questo mare, culla della società cosiddetta
occidentale, chiuso e per questo necessariamente creatore di una società
aperta, e lo fa attraverso le voci di intellettuali che narrano il proprio punto
di vista, spesso sospesi fra identità plurali. Dallo studio comparato delle due
sponde del “mare bianco di mezzo” per gli Arabi, del mare dai tanti nomi per i Greci e del
mare nostrum per i Romani, emerge un sistema di corrispondenze tra religioni, sulla concezione
della famiglia e della donna, sulla tavola, sulle città.

Si passa dalla sociologia ante litteram di Ibn Khaldoun,
alla geografia cosmopolita del filosofo Immanuel Kant, al tentativo di superare
la lacerazione tra due patrie del maître
à penser
Albert Camus, fino alla storiografia degli eventi vissuti di
Fernand Braudel.

E ancora, dal mare della continuità discontinua dello
scrittore Pedrag Matvejevic o dell’identità nomade dello scrittore “bastardo”
per natura, giornalista e intellettuale algerino, Amin Zaoui, per arrivare alla
triste considerazione di un’Europa che sta divorando la propria madre, nido
della civiltà classica.

Il Mediterraneo è un mosaico di diversità che costituiscono
la sua stessa ricchezza e identità, che non può essere che plurale. Il dialogo
e la ricchezza delle differenze sono l’unica garanzia di pace, strumento per
uno sviluppo sostenibile economicamente e culturalmente, prima che valore
morale.

Il libro ospita, tra gli altri, contributi dello scrittore
marocchino Mohamed Berrada, dello scrittore egiziano Muhammad Aladdin, del
giornalista algerino Mohamed-Chérif Lachichi, del giornalista e romanziere
egiziano Ezzat al Kamhawi, dello scrittore greco Petros Markaris, del
giornalista, scrittore e poeta siriano Mouhamad Dibo, della scrittrice libanese
Leyla Khalil, e dei giornalisti e scrittori Francesco De Palo, Diego Zandel e
Andrea Di Gregorio e del fotografo Mario Guerra.

Ilaria Guidantoni, giornalista, blogger e scrittrice, si
occupa di temi legati alla cultura del Mediterraneo e del mondo arabo: dialogo
tra le religioni, movimenti femminili e femministi, rilettura della storia e
dei linguaggi. È direttore del quotidiano culturale on line Saltinaria.it e
collaboratore per la rubrica Cibo e Mediterraneo del web magazine Nutrito.

Questo un estratto del testo gentilmente concesso in anteprima a TPI dall’autrice:

“Se oggi qualcuno mi chiedesse da dove vengo direi che sono mediterranea, una donna mediterranea, che vengo dalla terra, ma da una terra nutrita dal sale, dal vento, dai profumi e dalle influenze del mare nostrum. Sono certamente una mediterranea del nord, della sponda nord, ma pur sempre mediterranea. Lontana dall’Europa, almeno secondo il modello centralista franco-tedesco; più vicina all’idea archetipa dell’Europa come figlia del Mediterraneo.

Certo è che i figli possono allontanarsi molto dalla casa nella quale sono nati e allevati e questo è perfino auspicabile, oltre che lecito. Io mi sento custode, senza alcuna presunzione, delle radici dell’Europa, nel senso che credo che allontanarsi dalle origini del mare nostrum, significhi perdere la memoria e con essa l’identità. Si finisce così per essere confusi e disorientati come ogni smemorato. Il perché l’ho capito proprio quando ho attraversato il mare, da nord a sud, finendo dall’altra parte. Se ci si siede, metaforicamente, sulla sponda sud, c’è un gioco di specchi e con esso di corrispondenze. Non solo, ma ho capito che è questa la mia identità: fatta di un’appartenenza duplice e inscindibile perché le due rive non possono esistere separatamente.

Quest’affermazione è il risultato di una ‘rivoluzione interiore’, avvenuta dopo un percorso articolato, in parte casuale, che mi ha portato a conquistare il nomadismo come frontiera fluida dell’esistere, oltre la costruzione dei 26 muri, delle dogane e dei confini fissati una volta per tutte.

Il Mediterraneo, per una serie di ragioni che spiegherò in queste pagine, è la culla della visione esistenziale del nomadismo perché è un sistema “chiuso” geograficamente e, di conseguenza, storicamente – sebbene sembri un’affermazione paradossale – promuove una società “aperta” perché fortemente interconnessa.

Il percorso degli studi e poi il viaggio alla ricerca delle mie origini mi hanno mostrato come la culla della società classica sia per sua natura un ponte dialettico: più ho proceduto nelle profondità tipiche della cultura classica, più il Mediterraneo mi si è rivelato per quello che è, un mosaico multicolore dove ogni tessera è funzionale all’insieme.

‘Non già un mare ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a fianco dell’ultramoderno’, come ebbe a dire lo scrittore croato Pedrag Matvejevic nel corso di una conferenza.

Concordo con la sua preoccupazione di non ridurre il Mediterraneo al suo passato, misconoscendone l’attualità e sostanzialmente trascurando il domani. Si è troppo legati a un’idea romantica di Mediterraneo, come fosse un mare storico, oggi prosciugato, glorioso ma finito. Probabilmente questa visione nasce da errori politici e dalla strategia di governance dell’area decisa per lo più dall’Europa continentale che conosce troppo poco le dinamiche e la cultura delle genti del mare. Eppure non si può non tener conto del Mediterraneo quale culla della cultura europea, del fatto che in questo spazio sono nate le tre religioni monoteistiche, un evento a mio parere unico al mondo: la culla di almeno due delle fedi più diffuse a livello internazionale.”

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