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Il caso Pino Maniaci
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Il caso Pino Maniaci

Abbiamo raccolto le informazioni e rielaborato i fatti per cercare di capire chi è (o chi era) davvero Pino Maniaci, giornalista simbolo dell'anti-mafia, e cosa ha fatto

06 Mag. 2016

Negli ultimi tre giorni il direttore dell’emittente televisiva privata siciliana Telejato, Pino Maniaci, icona del giornalismo antimafia, è stato al centro di una vicenda giudiziaria e mediatica che – attraverso la pubblicazione di alcune intercettazioni – ne ha fortemente minato la credibilità. Abbiamo raccolto informazioni, parlato con più persone e rielaborato i fatti per cercare di capire chi è (o chi era) davvero e cosa ha fatto.

CHI È (O CHI ERA) E COME SI PRESENTAVA AL MONDO PINO MANIACI PRIMA DI OGGI – Pino Maniaci è un giornalista che “professa” di combattere Cosa Nostra in Sicilia facendo informazione. Maniaci è il direttore di Telejato, emittente televisiva privata siciliana da lui gestita a partire dal 1999. È (era) uno dei due giornalisti italiani fra i “100 eroi dell’informazione” nel mondo, secondo una classifica di Reporters sans frontières del 2014 (l’altro è Lirio Abbate). In un suo profilo realizzato da Elsa Pasqual per TPI, ha dichiarato che in molti – a causa del suo modo di fare – lo chiamano scassa minchia e che Bernardo Provenzano, ex boss di Cosa Nostra, si era fatto installare un’antenna per seguire apposta il suo telegiornale. Secondo quanto dichiarato, inoltre, negli anni avrebbe accumulato più di 300 querele, aggressioni e minacce di morte.

IL FATTO – Il 4 maggio Pino Maniaci, direttore di Telejato, piccola televisione privata con sede a Partinico nel palermitano, è stato destinatario di un provvedimento di divieto di dimora nelle province di Palermo e di Trapani. Il provvedimento è stato emesso dal GIP del Tribunale di Palermo, su richiesta della Procura Distrettuale, nell’ambito dell’indagine nei confronti degli esponenti della famiglia mafiosa di Borgetto, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione e intestazione fittizia di beni, che ha portato all’esecuzione di dieci misure cautelari.

Dal comunicato stampa diffuso dalle forze dell’ordine, risulta che Maniaci è indagato per estorsione “per aver ricevuto somme di denaro e agevolazioni dai sindaci di Partinico e Borgetto – rispettivamente Salvo Lo Biundo e Gioacchino De Luca – onde evitare commenti critici sull’operato delle amministrazioni”.

LE INTERCETTAZIONI – Un video diffuso dai Carabinieri di Palermo mostra il giornalista mentre riceve del denaro – circa 400 euro – da uno degli amministratori comunali, dietro la minaccia di pubblicare il contenuto di una presunta relazione che sarebbe stata nelle mani del Prefetto e che Maniaci sarebbe stato pronto a pubblicare, mandando a casa l’intera amministrazione comunale.

In una telefonata intercettata dai Carabinieri, Maniaci parla dell’uccisione dei suoi cani, avvenuta nel 2014 e denunciata dallo stesso giornalista come un’intimidazione mafiosa dovuta ai suoi servizi televisivi. Nella conversazione, tuttavia, Maniaci dichiara di sapere chi ha impiccato i suoi due cani e accusa il marito della sua presunta amante.

“Mi ha ammazzato i cani. Mi ha fatto trovare i cani impiccati sto porco. Ora succede il bordello, perché ora non esce che li ha ammazzati **** ***, ora esce che è stato un atto intimidatorio. Ora la scorta mi danno”.

Inoltre, in alcune intercettazioni, Maniaci si vanta con la sua presunta amante del potere acquisito attraverso la propria televisione privata. Dalla conversazione, sembra che la donna sia stata assunta al Comune proprio in seguito alle intimidazioni del direttore di Telejato agli amministratori comunali.

“Quello che non hai capito tu è la potenza… tu non hai capito la potenza di Pino Maniaci. Stai tranquilla che il concorso te lo faccio vincere”.

Secondo quanto dichiarato ai Carabinieri dal sindaco di Partinico, Salvo Lo Biundo, alla scadenza del contratto di solidarietà – non rinnovabile – Maniaci avrebbe preteso che la presunta amante venisse assunta a tutti i costi e per questa ragione il sindaco e alcuni assessori si sarebbero autotassati.

Maniaci è ben consapevole del potere che può esercitare attraverso la sua emittente privata, al punto da dire in altre intercettazioni:

“Ormai tutti e dico tutti si cacano se li sputtano in televisione”.

“C’è il sindaco che mi vuole parlare, per ora lo attacco perché gli ho detto che se non si mette le corna apposto lo mando a casa, a Natale non ti faccio arrivare, te ne vai a casa e non scassi più la minchia”.

Parlando di un premio internazionale per i giornalisti antimafia Maniaci ha invece detto:

“A me mi hanno invitato dall’altra parte del mondo per andare a prendere il premio internazionale del cazzo di eroe dei nostri tempi, appena intitolato l’oscar di eroe dei nostri tempi”.

Qui sotto il video delle intercettazioni (l’articolo continua dopo il filmato) 

IL COMPLOTTO SECONDO MANIACI – Alla pubblicazione della notizia dell’indagine nei suoi confronti (ma prima di ricevere la notifica del provvedimento cautelare), il direttore di Telejato ha sostenuto di essere vittima di un complotto dovuto alle sue denunce sulla gestione dei beni confiscati alla mafia. Da quanto riportato da alcuni giornali nazionali, tuttavia, l’indagine su Maniaci sarebbe nata per caso, durante alcuni accertamenti dei Carabinieri sulle amministrazioni comunali, avvenuti prima della sua inchiesta sulla confisca dei beni.

“Sono tranquillissimo, voglio chiarire tutto” ha detto Maniaci prima dell’interrogatorio di garanzia al palazzo di giustizia di Palermo. Alla domanda sul perché avesse scelto Antonio Ingroia come uno dei suoi due avvocati, Maniaci ha detto: “Perché è bravo, no?”. L’altro avvocato che rappresenta Maniaci è Bartolomeo Parrino. Gli avvocati non hanno rilasciato dichiarazioni. 

Qui sotto il video della conferenza di Maniaci (l’articolo continua dopo il filmato) 

IL COMMENTO – Le intercettazioni lasciano spazio a pochi dubbi. Pino Maniaci ci ha presi in giro. A prescindere dalla sua innocenza o colpevolezza di fronte alle accuse di tentata estorsione ai danni dei sindaci di Partinico e di Borgetto, a sentirsi ferita è l’opinione pubblica.

L’opinione di coloro che fino a ieri hanno sostenuto e ammirato il giornalista di Telejato per la sua (finta) lotta al più grande male siciliano e italiano, di coloro che ritenevano la sua battaglia autentica e coraggiosa – me compresa. Ci sbagliavamo.

Le minacce che Maniaci ha ricevuto, inclusa l’uccisione di due dei suoi cani nel 2014, provenivano dal marito della sua presunta amante. E lui ne era ben consapevole, come dimostrano le intercettazioni raccolte dagli inquirenti. Eppure Maniaci ha fatto credere a tutti che a minacciarlo fossero stati i mafiosi, lucrando sulla coscienza di tanta gente onesta che in lui ha visto un paladino dell’antimafia. Ci siamo cascati tutti, anche Reporter Senza Frontiere, che lo ha inserito nell’elenco dei 100 eroi mondiali dell’informazione.

A farne le spese è la vera antimafia. Dopo questa vicenda, infatti, chi si oppone realmente alle organizzazioni criminali dovrà affrontare non solo la macchina del fango – che mira a screditare chiunque nella lotta alla mafia ci metta la faccia – ma anche il cinismo e la sfiducia che le rivelazioni del caso Maniaci hanno insinuato dentro ciascuno di noi.

Diffidiamo da chi vuole farci credere che tutto è indistinto, che i mafiosi e chi li attacca siano parte di un unico limbo in cui tutto è ugualmente sporco, ugualmente condannabile. Perché, tanto, ognuno pensa al suo tornaconto personale. Non è così.

È vero, Pino Maniaci paladino dell’antimafia era una montatura. Ma se per questo fossimo portati a pensare che anche tutte le altre figure che prendono apertamente posizione contro la mafia siano solo una questione di facciata – o, per dirla con le parole di Sciascia, che siano “professionisti dell’antimafia” – questo sarebbe solo una vittoria per le organizzazioni criminali.

 Le menzogne orchestrate da Maniaci non devono danneggiare chi la lotta alla mafia la fa davvero, perché è di queste persone che abbiamo bisogno.

Ma allora come riconoscere la vera antimafia? La formula magica, ovviamente, non esiste. L’indicazione più utile viene dall’esperienza personale di ciascuno di noi, compresa quella delle relazioni sentimentali e di amicizia. Chi merita la nostra fiducia è chi resiste alla prova dei fatti, chi dimostra ciò che è attraverso ciò che fa e rifugge i riflettori, perché non ricerca l’apparenza.

Il caso Maniaci ci ha insegnato che dobbiamo stare all’erta. Tutti noi, siciliani e italiani, che ci abbiamo creduto siamo stati delusi. E come chi resta scottato, da ora in poi terremo gli occhi aperti, consapevoli che se qualcuno ci ha traditi, questo non vuol dire che nessuno si guadagnerà in futuro la nostra fiducia.

* Anna Ditta è una giornalista italiana. Collabora da diversi anni con TPI e in passato ha scritto anche sull’Espresso. Vive a Roma da alcuni anni, ma è fiera delle sue origini siciliane.

I COMMENTI DI ALCUNI GIORNALISTI DOPO IL CASO PINO MANIACI:

IL VIDEO-COMMENTO DI LIRIO ABBATE 

ENRICO BELLAVIA: “Maniaci, l’850 che si crede una Ferrari

Ho conosciuto Pino Maniaci più di vent’anni fa. Era esattamente com’è: di quell’arroganza reboante e tronfia che è tratto comune in chi crede che occorra quel certo carburante a far girare un piccolo motore incerto se decidi di lanciarlo al Nürburgring. E Pino Maniaci non è una Ferrari. Non lo è e non avrebbe potuto esserlo”. Continua a leggere

EGIDIO MORICI: “Io e Pino Maniaci

“Ho avuto a che fare con Pino Maniaci in quella ed in altre occasioni. A volte mi chiamava per avere del materiale video su ciò che succedeva a Castelvetrano, come le proteste degli operai Despar che avevano perso il lavoro dopo le confische per mafia. Ci siamo incontrati più volte. Ho fatto in passato anche dei servizi su di lui, sulle sue intimidazioni, le sue querele e i suoi problemi con l’iscrizione all’albo dei giornalisti. Non c’è dubbio, ha fatto sì che determinate vicende emergessero, come la brutta storia del caso Saguto e delle amministrazioni giudiziarie allegre”. Continua a leggere 

CLAUDIO FAVA: I PENNACCHI DI PINO 

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