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Il referendum sulle trivelle: un’analisi del voto
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Il referendum sulle trivelle: un’analisi del voto

In alcune delle zone più toccate in prima persona l'affluenza è stata molto bassa. Il picco di votanti è arrivato dalla Puglia e dalla Basilicata

18 Apr. 2016

Il 17 aprile del 2016 si è svolto in Italia il referendum abrogativo relativo alla durata delle trivellazioni in mare, referendum al quale hanno votato il 32,15 per cento degli aventi diritto al voto e che, non avendo raggiunto il quorum necessario del 50 per cento più uno dei votanti non ha avuto validità.

Un referendum fallito principalmente per la strategia utilizzata dal Partito Democratico, principale partito di governo italiano, che ha deciso di invitare i cittadini a non partecipare al voto, non condividendo l’opportunità di questa consultazione.

Si tratta di una strategia elettorale più volte usata negli ultimi anni, che punta a sommare l’astensione d’opinione di chi non condivide il quesito all’astensione fisiologica, rendendo più facile il non raggiungimento del quorum e il conseguente fallimento del referendum.

All’interno di questo risultato a livello nazionale, ci sono però ulteriori dati, più specifici, che ci permettono di comprendere meglio l’esito di questa consultazione referendaria.

Il primo tema, ad esempio, è quello dell’affluenza nelle regioni promotrici. Per la prima volta nella storia, infatti, il referendum abrogativo non è stato promosso da una raccolta firme, ma dalla richiesta di almeno cinque consigli regionali, come previsto dalla Costituzione.

Tra queste c’è, in primo luogo, la Basilicata, l’unica regione d’Italia in cui è stato raggiunto il quorum e in cui a votare sono stati il 50,16 per cento degli aventi diritto, quasi 20 punti al di sopra della media nazionale. Si tratta di un dato notevole, soprattutto se si pensa che alle politiche del 2013 i votanti della Basilicata furono del 6 per cento sotto la media nazionale.

C’è poi la Puglia, che non solo è una delle regioni promotrici della consultazione, ma il cui presidente, Michele Emiliano del Partito Democratico, è stato una delle personalità più attive a sostegno del voto per il sì al referendum.

Il principale obiettivo politico di Emiliano, anche se non dichiarato, era probabilmente il raggiungimento del quorum nella sua regione, la Puglia, obiettivo che manca per quasi nove punti percentuali, dal momento che i votanti si sono fermati al 41,65 per cento.

Le altre, invece, non hanno registrato un livello di affluenza più alto rispetto alle altre regioni tale da mostrare un interesse più forte per il quesito rispetto alla media nazionale.

Le regioni che non si affacciano sul mare, invece, hanno visto un’affluenza più bassa rispetto a quella del resto d’Italia, un dato dovuto probabilmente al fatto che non erano direttamente toccate dal quesito.

Se la piccola Valle d’Aosta riesce ad ottenere il 34 per cento di affluenza (quindi oltre la media nazionale), e il Piemonte il 32,7, dunque in linea col resto d’Italia, la Lombardia si ferma al 30,46, l’Umbria al 28,42 e il Trentino-Alto Adige al 25,19 per cento. In particolare, la provincia di Bolzano si ferma al 17,61, la più bassa affluenza d’Italia per un territorio che nel 2013 registrò 7 punti di affluenza in più rispetto alla media nazionale.

In Lombardia, inoltre, il no ha raggiunto con il 20 per cento il dato più alto a livello nazionale, con un clamoroso quanto insolito – per un referendum al quale i contrari hanno optato generalmente per l’astensione – picco del 60,78 per cento nel comune di Vedeseta, in provincia di Bergamo.

Ma torniamo sulla Basilicata, l’unica regione ad aver raggiunto, seppur per poco, il quorum in questo referendum. Apparentemente, la ragione di questa scelta da parte dei cittadini lucani può essere vista nell’ambito della questione legata ai grandi giacimenti di petrolio presenti nel territorio della regione.

La Basilicata ospita infatti il giacimento dell’Eni della valle dell’Agri, il più grande su terraferma di tutta Europa, e quello di Tempa Rossa, al centro di diverse polemiche nell’ambito della vicenda che ha portato alle dimissioni il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, dal momento che il compagno del ministro, Gianluca Gemelli, avrebbe esercitato su di lei alcune pressioni per ottenere appalti per le infrastrutture legate al giacimento.

Tuttavia, andando a vedere nel dettaglio l’affluenza nei comuni che ospitano questi impianti, capiamo che verosimilmente non è stata la presenza di questi giacimenti a portare così in alto i votanti della Basilicata.

Nel comune di Viggiano, dove si trova l’impianto Eni della valle dell’Agri, l’affluenza si è fermata al 37 per cento, 13 punti sotto la media regionale. Nel comune di Corleto Perticara, dove si trova il giacimento di Tempa Rossa, l’affluenza si è addirittura fermata al 29 per cento.

Questi dati sono in qualche modo collegabili a quello del comune di Ravenna, citato come esempio dal presidente del Consiglio Matteo Renzi nella conferenza stampa tenuta in seguito alla chiusura dei seggi.

Ravenna, infatti, è un comune in cui la partecipazione è storicamente superiore rispetto alla media nazionale e, oltre a questo, sede di un importante polo petrolchimico e di diverse piattaforme offshore, ben visibili fin dalla costa.

In questa città, in cui nel 2013 andò a votare l’82 per cento dei cittadini (7 per cento in più della media nazionale), al referendum l’affluenza si è fermata al 26,6 per cento.

Dati come quelli di Viggiano, Corleto Perticara e Ravenna danno un segnale molto chiaro: le città sulle cui vicende i promotori del referendum hanno fatto maggiormente leva nel tentativo di raggiungere il quorum sono state tra le prime a non condividere questo quesito.

Si tratta di città in cui la ricchezza e l’occupazione derivano principalmente da questo tipo di industrie e produzioni, e non hanno visto nell’estrazione petrolifera né un rischio ambientale né uno sfruttamento, quanto piuttosto un’opportunità di lavoro e di crescita. Un dato con cui gli organizzatori non avevano fatto del tutto i conti.

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