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Il ragazzo paralizzato che ora muove la mano grazie a un chip nel cervello
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Il ragazzo paralizzato che ora muove la mano grazie a un chip nel cervello

Il 24enne Ian Burkhart, tetraplegico da cinque anni, è riuscito a controllare i movimenti della mano destra attraverso una recentissima tecnologia scientifica

14 Apr. 2016

Ian Burkhart è un ventiquattrenne statunitense che cinque
anni fa, dopo un tuffo in mare finito male, è rimasto tetraplegico, perdendo
quindi la sensibilità degli arti superiori e inferiori.

Ora, con l’annuncio di un risultato rivoluzionario per la storia
della medicina, i medici che lo hanno in cura presso la Ohio State
University hanno annunciato che Burkhart è riuscito a controllare i movimenti
della mano destra attraverso una recentissima tecnologia.

L’esperimento, pubblicato dalla rivista Nature mercoledì 13 aprile, permette di far sì che tramite un chip impiantato nel
cervello si possano trasmettere impulsi volontari ai muscoli della mano, e i
risultati positivi ne fanno il primo caso al mondo di riacquisto della
sensibilità in una persona affetta da tetraplegia.

Con una pratica quotidiana dei movimenti, Ian è riuscito a versare
del liquido da una bottiglia, afferrare una cannuccia e addirittura giocare con
un videogioco collegato a un simulatore di chitarra.

Il sistema è in realtà ancora ai primi stadi della
sperimentazione, e questo fa sì che al momento i progressi realizzati siano
possibili solo quando il paziente è collegato al computer del laboratorio, ma è
già un grande passo avanti a livello scientifico, perché si è dimostrata la possibilità di ripristinare
alcune funzioni di arti non più direttamente collegati al cervello.

Il lavoro del team della Ohio State University è iniziato
nel 2014, quando un sistema di visualizzazione cerebrale ha permesso di isolare la parte del cervello di Burkhart preposte
a controllare i movimenti della mano. A quel punto, il dott. Ali Rezai, ha
impiantato il chip nel cervello del paziente, e da quel momento in poi ogni
settimana ci sono state sessioni in laboratorio per “allenarsi” a riprendere l’uso
dell’arto.

Qui il video diffuso da Nature che mostra i successi ottenuti:

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