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Gli immigrati in Italia oggi vivono come gli italiani negli anni ’70

Per dimostrarlo una sociologa ha confrontato composizione familiare, tipo di abitazione, lavoro, consumi e abitudini nel tempo libero

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Gli immigrati in Italia vivono come se fossero ancora negli anni Settanta, in una bolla temporale che li tiene fermi nel passato. A dimostrarlo sono una serie di indicatori demografici, sociali e economici delle famiglie immigrate che rispecchiano quelli delle famiglie italiane di cinquanta anni fa.

“Famiglie italiane e immigrate condividono lo stesso spazio, ma non lo stesso tempo sociale. Una situazione di limbi che rende gli immigrati molto poco ‘contemporanei’: è come se fossero qui ma non adesso. Presenti, ma rappresentativi di un tempo precedente, che pure non sembra necessariamente destinato a esaurirsi”, sostiene la sociologa Stefania Tusini.

Sono molti gli indicatori statistici analizzati da Tusini sul sito di demografia Neodemos che dimostrano l’esistenza di una distanza spazio-temporale tra gli italiani e gli stranieri presenti nel nostro paese: la composizione familiare, il tipo di abitazione, il lavoro svolto e il modo di trascorrere il tempo libero, i consumi e le abitudini.

Dal punto di vista demografico: l’età media degli stranieri è di 32 anni, la stessa della popolazione italiana 60 anni fa. Nella struttura della popolazione: la quota dei bambini sotto i cinque anni rappresenta l’8,4 per cento dei migranti come in Italia nel 1971. Allo stesso modo, bisogna risalire al 1972 per registrare tra le italiane un tasso di fecondità simile alle straniere di 2,37 figli per donna.

Dal punto di vista lavorativo e di reddito il 29 per cento degli stranieri è ancora impiegato in un lavoro manuale generico, rispetto al 7 per cento degli italiani che tuttavia fino a qualche decennio fa svolgevano abitualmente. Per quanto riguarda il reddito, il 63,4 per cento delle famiglie straniere è monoreddito. Per trovare una quota simile è necessario tornare indietro fino agli anni Cinquanta.

Ancora più esemplificativi sono i dati sui consumi alimentari. Nel 2006 una ricerca del Censis-Est@t Gruppo Delta basata su 800 interviste a migranti stimava la spesa per vitto e alloggio intorno al 47 per cento del reddito disponibile contro il 19,4 per cento degli italiani. Anche qui siamo a valori degli anni Cinquanta. Le famiglie migranti vivono spesso in condizioni abitative di sovraffollamento: ben il 37,2 per cento contro il 14,6 per cento delle famiglie italiane.

Senza contare la disponibilità di beni durevoli come frigorifero, lavatrice, televisione e automobile. La quota odierna di famiglie straniere che possiede una lavatrice corrisponde all’incirca a quella delle famiglie italiane del 1975, mentre la quota che possiede un televisore, un frigorifero o un’automobile è simile a quella italiana tra il 1971 e 1972.

Unica eccezione i consumi tecnologici: i migranti, soprattutto più giovani hanno almeno uno smartphone, “ma in questo caso per gli stranieri potremmo quasi considerarli beni primari, perché sono indispensabili per stare in contatto con i parenti e per ottenere informazioni su cosa succede in patria”. E comunque la quota di stranieri con un pc o internet resta di almeno 20 punti inferiore alle famiglie italiane.

“È come se i migranti abitassero negli stessi nostri luoghi ma vivessero in un mondo sociale ‘a parte’ di un’altra epoca. Le conseguenze di questo sfasamento temporale sono tangibili per i migranti che si trovano a vivere condizioni, vincoli e opportunità tanto diverse dagli autoctoni con il forte rischio di marginalizzazione”, spiega Tusini.

 La sfasatura socio-temporale accentua le difficoltà di integrazione, producendo una crescente frustrazione, a partire dalle seconde e terze generazioni, con esiti potenzialmente ribellistici: “Gli obiettivi sono quelli del 2016, i mezzi sono quelli del 1970”. Il caso più emblematico è quello francese.

 Dopo le rivolte nelle banlieus, la repressione delle istituzioni e la mancanza di un adeguato piano di recupero delle periferie e dell’offensiva propagandistica e assistenziale dello Stato Islamico hanno contribuito ad allargare il numero di proseliti jihadisti. Chiusi nella loro bolla temporale, “dove è maggiormente a proprio agio il giovane musulmano, nel passato oscurantista o nel presente consumista?”, conclude Tusini.