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Brando De Sica intervista Gabriele Mainetti, il regista di Lo chiamavano Jeeg Robot

Dopo le 16 nomination ai David di Donatello, il regista sarà tra gli speaker che il 9 aprile saliranno sul palco della terza edizione di TEDxROMA: GAME CHANGERS

Immagine di copertina

Sedici nomination ai David di Donatello [Solo perchè 17 porta male, cit.] per l’opera prima di Gabriele Mainetti, regista dell’acclamatissimo Lo chiamavano Jeeg Robot e tra gli speaker che il prossimo 9 aprile saliranno sul palco della terza edizione di TEDxROMA: GAME CHANGERS.

Ci siamo anche noi tra le fila degli entusiasti sostenitori del film, non solo perché merita ma soprattutto perché dietro questo progetto c’è la visione di un intero team d’eccezione che nella figura di Mainetti ha saputo mostrare spaccati di vita, emozioni e sentimenti utilizzando un nuovo linguaggio. 

Devo essere sincera. Di primo impatto, quando per strada o sui social impazzava l’immagine di questo super eroe, pensavo “un film italiano che parla di supereroi? Gesù”.

Ecco, Gesù non c’entra niente. Se ancora non lo avete visto sappiate che non vi troverete di fronte all’ennesimo film Marvel style con i soliti super eroi e super poteri, ma di fronte ad una rivelazione, a un cambiamento, a una sorpresa. E dal prossimo 21 aprile sarà nuovamente distribuito nelle sale di tutto lo stivale.


Un film che si è andato a insinuare in quella terra di mezzo che è il cinema italiano, dove commedia e cinema d’autore la fanno da padrone. Un film che è riuscito ad amalgamare in maniera armonica tanti generi diversi e a crearne uno con una propria identità e personalità fuori dal comune, grazie alle quali lo spettatore riesce ad arricchire il proprio sguardo visivo e mentale.

Però non eravamo sazi. Volevamo saperne di più. Da lui. Dal regista. Da Gabriele Mainetti. Come fai a non chiedere, a non fare domande? Non puoi.

Ovviamente non siamo dei critici o giornalisti di cinema ma non volevamo neanche questo. Né volevamo essere noi direttamente ad intervistarlo. Abbiamo pensato di coinvolgere un altro giovane regista italiano, Brando De Sica, ispirati un po’ dalla leggendaria intervista di Truffaut a Hitchcock [tra l’altro è nelle sale fino al 6 aprile], senza avere chissà quale pretesa.

Lo abbiamo chiesto a lui perchè apprezziamo molto il percorso che sta facendo. Nell’ultimo anno ha tirato fuori due cortometraggi capolavoro [guardare per credere L’errore e Non senza di me] e a settembre inizierà a girare il suo primo lungometraggio. 

Di che parlano? Niente spoiler, tranquilli. Ci sono solo un bel pò di scene del film e i due che parlano di cinema, di Lo chiamavano Jeeg Robot e di cosa c’è dietro, delle loro esperienze, ma soprattutto di riscatto, sentimenti, relazioni, disagio.

Dell’importanza della scelta dei personaggi [sapete che Mainetti all’inizio non era convinto né di Santamaria né della Pastorelli?]. Dell’importanza dello spettatore: “Gabriele, ricordati questa cosa: quando una persona si siede su una poltrona di cinema, ha pagato un biglietto, e ti sta dando due ore della sua vita. Non le sprecare”, gli ha detto qualcuno in passato.

Se vi aspettate l’intervista mordi e fuggi non premete play. Che poi più che un’intervista è una chiacchierata tra due amici, due registi cresciuti nello stesso quartiere, volati negli States per arricchire di strumenti la loro valigia degli attrezzi e rientrati in Italia per mostrare a noi tutti la loro visione di cinema.

Questo articolo di Johanne Affricot è stato originariamente pubblicato su Griot con il titolo Game Changers | Brando De Sica intervista Gabriele ‘Jeeg Robot’ Mainetti

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