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Gli abusi sugli operai che costruiscono gli stadi dei mondiali in Qatar

Il nuovo rapporto di Amnesty International denuncia violazioni dei diritti umani, condizioni di lavoro da incubo, sfruttamento ai danni dei lavoratori immigrati

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Due anni dopo le denunce delle associazioni umanitarie sulle condizioni di lavoro disumane degli operai immigrati in Qatar e impiegati nei cantieri per la costruzione degli stadi, in vista dei mondiali di calcio in programma nel 2022, la situazione non è migliorata.

Le rinnovate accuse sono contenute nel nuovo rapporto di Amnesty International pubblicato il 31 marzo 2016 e intitolato “Il lato oscuro del gioco più bello del mondo”. Esse si basano sulle numerose testimonianze raccolte intervistando 236 operai immigrati nell’emirato. 

Le violazioni dei diritti umani, secondo il rapporto dell’organizzazione non governativa, sarebbero ancora all’ordine del giorno. Centinaia di operai reclutati in India, Nepal e Bangladesh, vivono ammucchiati in piccoli appartamenti di fatto come prigionieri e impossibilitati a lasciare il paese, poiché i datori di lavoro confiscano loro i passaporti per non permettergli di rimpatriare. 

Gli operai si lamentano di essere sottopagati o di ricevere lo stipendio con mesi di ritardo, di subire abusi e intimidazioni. Ma soprattutto a preoccupare sono le inadeguate condizioni di sicurezza nei cantieri.

Nel 2014 il governo del Qatar fu costretto ad ammettere che ogni mese, in media, muoiono 40 operai. Agli incidenti sul lavoro si aggiungono decessi per infarto, causati da sfiancanti turni di lavoro in condizioni climatiche particolarmente avverse.

In particolare le violazioni più gravi sarebbero avvenute nel cantiere per ristrutturare lo stadio Khalifa, che ospiterà una delle semifinali della competizione e nell’area che circonda il complesso sportivo dell’Aspire Zone dove quest’inverno Bayern di Monaco e Paris Saint-Germain sono andati ad allenarsi.

Alcuni lavoratori migranti del Nepal hanno raccontato ad Amnesty International che è stato loro perfino impedito di tornare in patria dopo il devastante terremoto dell’aprile 2015 che provocò migliaia di morti e milioni di sfollati.

Un altro lavoratore immigrato dall’India impegnato nella ristrutturazione dello stadio Khalifa, ha raccontato di essere stato minacciato quando ha protestato per non aver ricevuto da parecchi mesi il salario.

Da quando ha vinto la gara per ospitare i mondiali nel 2022, la piccola nazione della penisola arabica ricca di petrolio e gas, ha speso miliardi di dollari nella costruzione di un nuovo porto, di un sistema di metropolitane e di un aeroporto.

Centinaia di migliaia di lavoratori provenienti dalle nazioni del sudest asiatico sono stati ingaggiati e adesso gli operai immigrati sono il 94 per cento dei 2 milioni di abitanti del Qatar. Nei soli cantieri degli stadi lavorano 5.100 operai, ma il numero è destinato a salire fino a 36.000 nei prossimi due anni.

Nel maggio 2014 sotto le pressioni della Fifa e della comunità internazionale, il governo di Doha, la capitale dell’emirato, promise di introdurre riforme nel settore del lavoro, ma sono mancati i controlli sulla loro reale applicazione.

“Abbiamo sempre ammesso di non avere la bacchetta magica per risolvere il problema dall’inizio, ma lo stiamo risolvendo giorno dopo giorno”, si è difeso il capo del comitato organizzatore dei mondiali Qatar 2022 Hassan Al Thawadi con i media internazionali, definendo i mondiali “uno stimolo per il cambiamento”.

Secondo Amnesty, sebbene il Qatar abbia migliorato “in maniera visibile” alcuni aspetti nelle condizioni di lavoro, come la sicurezza nei cantieri o gli alloggi per gli operai immigrati, molti “abusi nascosti” persistono: “In Qatar i datori di lavoro controllano completamente la vita dei loro operai”, sostiene Mustafa Qadri, uno degli autori del report.

Il sistema in vigore in Qatar, in base al quale il lavoratore straniero non può cambiare lavoro o lasciare il paese senza il permesso dei datori di lavoro, è al centro dello sfruttamento del lavoro migrante. La riforma di questo sistema, annunciata alla fine del 2015, modificherà ben poco la dinamica dei rapporti tra lavoratori migranti e datori di lavoro.

Alla base del problema, sostiene Qadri, è il sistema opaco e lucrativo della catena d’ingaggio dove le multinazionali lasciano ai subappaltatori la responsabilità di occuparsi delle condizioni di lavoro e dei diritti degli operai, senza che questi siano minimamente controllati dagli organizzatori della competizione.

Ma il rapporto di Amnesty condanna anche la scioccante indifferenza della Fifa: “Nonostante cinque anni di promesse, la Fifa non ha fatto quasi nulla per far sì che i Mondiali di calcio del 2022 non venissero costruiti grazie allo sfruttamento del lavoro migrante” , accusa Sail Shetty segretario generale di Amnesty International.

“Lo sfruttamento del lavoro migrante è una macchia sulla coscienza del calcio mondiale. Per giocatori e tifosi, uno stadio dei Mondiali è un luogo da sogno. Per alcuni dei lavoratori che hanno parlato con noi, è come vivere dentro a un incubo”. 

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I morti dei mondiali in Qatar in un grafico

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