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Il libro di Marino e la delicata situazione di Roma
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Il libro di Marino e la delicata situazione di Roma

Un marziano a Roma è il nuovo libro dell'ex sindaco di Roma, in cui spara a zero su chi l'ha messo fuori gioco. Breve storia di tre anni complessi per la capitale

01 Apr. 2016

“Non faccio il recensore di romanzi fantasy”. Con queste parole il presidente del Partito Democratico e commissario della federazione romana del suo stesso partito Matteo Orfini ha commentato un libro uscito il 31 marzo nelle librerie di tutta italia.

Non si tratta di un nuovo capitolo della saga del Signore degli anelli, i suoi protagonisti non sono orchi e folletti e il suo autore non è né J.R. Tolkien né George Martin. Il libro si chiama Un marziano a Roma, il suo autore è l’ex sindaco della capitale Ignazio Marino e i protagonisti sono proprio i politici romani e i loro presunti legami con i poteri forti e con quegli scandali che sono sfociati nella grande inchiesta su Mafia Capitale.

Un libro che attacca e che attira su di sé attacchi, che critica, che si difende, che crea una forte polemica, interna non solo alla città di Roma, ma soprattutto al Partito Democratico della capitale stessa. Mostrando come quei poco più di due anni tra il 2013 e il 2015 in cui Ignazio Marino è stato sindaco siano stati uno dei periodi più complessi dell’amministrazione della capitale.

Anni iniziati con il centrosinistra che contro un impopolare sindaco uscente Gianni Alemanno ha avuto la strada spianata per la vittoria ma non aveva costruito in alcun modo un percorso per poter governare Roma.

L’unica linea d’indirizzo, negli anni dell’opposizione in Campidoglio, tra il 2008 e il 2013, fu quella di candidare a sindaco l’allora presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti, ma quando nel 2012 gli scandali nella regione Lazio portarono alle dimissioni della presidente Renata Polverini, preferì candidarsi alla regione.

Con il risultato che il centrosinistra, pur favorito in tutti i sondaggi per il comune di Roma, non aveva alcun candidato.

In un partito romano diviso tra correnti fortemente eterogenee, il tempo per trovare una nuova quadra intorno a un nome per una carica con tanta visibilità e tante responsabilità venne meno, e alle primarie del 2013 per scegliere il candidato, i big del partito locale, a partire dal king-maker romano per eccellenza Goffredo Bettini, decisero di pescare il candidato da fuori.

La scelta andò il senatore e medico genovese Ignazio Marino, che sconfisse l’europarlamentare David Sassoli, l’ex ministro delle Comunicazioni (e oggi ministro degli Esteri) Paolo Gentiloni, la consigliera comunale Gemma Azuni, l’ex presidente del XII Municipio Patrizia Prestipino e l’esponente socialista Mattia Di Tommaso.

Ignazio Marino, infatti, seppur cresciuto per alcuni anni a Roma, non solo viene da Genova, ma è sempre stato estraneo alla politica locale della capitale, alla sua complessità, al suo vastissimo territorio.

L’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli ha delineato in un’intervista al sito Giornalettismo come identikit del primo cittadino della capitale una persona che “deve sapere dove è Porta Medaglia, dove è Casal Monastero, dove è Piana del Sole”. Non esattamente il profilo di Ignazio Marino.

Tuttavia, il medico genovese aveva fama di brava persona, di uomo della società civile prestato alla politica, di portavoce di politiche laiche e progressiste e che come tale poteva essere gradito all’elettorato tradizionale del centrosinistra e sfondare nel bacino potenziale del Movimento Cinque Stelle, appena uscito con un sorprendente 25 per cento a livello nazionale dalle elezioni politiche del febbraio 2013.

L’estraneità di Marino alla politica e all’amministrazione di Roma è sicuramente stato un problema che poteva essere risolto qualora il centrosinistra locale gli avesse affiancato una squadra esperta e forte che lo accompagnasse nella guida della città. Questo passaggio, però, è mancato.

Infatti, dopo l’inevitabile infatuazione iniziale da parte della città verso un sindaco che ha ottenuto al ballottaggio oltre il 60 per cento dei voti, qualcosa ha iniziato ad andare storto.

In primo luogo, il centrosinistra si è mostrato privo di un’idea chiara sul governo della città, fatto che ha amplificato la mancanza di sostegno da parte di una squadra forte al sindaco Marino. Questo fatto ha aumentato sempre di più le divergenze tra un sindaco che ha insistito sempre di più sul suo profilo estraneo ai partiti e le forze del centrosinistra, in primis il Partito Democratico.

Nel dicembre del 2014, a dare un forte scossone all’intera amministrazione capitolina è stato l’inizio dell’inchiesta su Mafia Capitale, la presunta organizzazione criminale individuata dai magistrati di Roma e che avrebbe avuto stretti rapporti con numerosi esponenti politici della capitale, diversi dei quali sono stati arrestati tra il dicembre del 2014 e il giugno 2015.

Il tutto acuito da numerosi problemi che una squadra amministrativa in queste condizioni non poteva affrontare con la prontezza necessaria: dal degrado, finito sulla prima pagina del New York Times, a uno sciopero bianco dei lavoratori dell’Atac contro la possibile privatizzazione dell’azienda, che ha causato seri problemi alla metropolitana

In questo contesto politico, nell’estate del 2015, il sindaco Marino è stato accusato di essersi reso in parte irreperibile durante le vacanze estive, trascorse negli Stati Uniti.

Di fronte a una situazione così complessa, e con il PD che nel 2015 ha voluto un rimpasto della giunta di Marino, lo scandalo dei presunti rimborsi chiesti dal sindaco al comune per spese effettuate a titolo personale è stata indubbiamente la goccia che ha fatto traboccare il vaso, portando il partito a chiedergli di dimettersi.

Questa vicenda è stata un’ulteriore telenovela all’interno di un contesto già estremamente complesso come quello che si era già venuto a creare, con il sindaco che prima si dimette, poi ritira le dimissioni e i consiglieri comunali che lo avevano sostenuto, insieme a quelli dell’opposizione, che finiscono per dimettersi in massa causando la decadenza del consiglio comunale e la conseguente fine del mandato di Ignazio Marino come sindaco di Roma.

Una situazione che, secondo l’ex sindaco, ha avuto come “mandante” il presidente del Consiglio Matteo Renzi. E in questo contesto il libro di Ignazio Marino suona a tutti gli effetti come una resa dei conti.

Nel suo libro Marino difende il suo cambiamento avviato e attacca chi gli avrebbe impedito di lavorare, costringendolo a interrompere l’incarico. Soprattutto contro Matteo Orfini, commissario del PD di Roma, accusato da Marino di aver aperto la crisi del partito capitolino dal salotto di casa propria.

Si difende poi sulla vicenda del Papa, di cui ricordiamo la stoccata su Marino in seguito al viaggio negli Stati Uniti, cui anche il sindaco ha preso parte. “Non ho invitato il sindaco Marino. Chiaro?” aveva detto Papa Francesco in conferenza stampa in risposta a Stefano Maria Paci di SkyTg24, che aveva chiesto al pontefice riguardo l’incontro con il sindaco.

Marino qui lascia intendere che i rapporti tra lui e il Papa siano stati ottimi finché non ha approvato il registro delle unioni civili, che avrebbe raffreddato i rapporti tra il chirurgo e la Santa Sede.

Non è facile immaginare che il Papa, che riguardo la legge nazionale sulle unioni civili ha preferito non intervenire, abbia raffreddato i rapporti con il sindaco per una simile norma a livello locale e quasi meramente simbolica.

Non è un caso che il sito Dagospia ha riportato una ricostruzione diversa della vicenda che ha portato il Papa alla sfuriata contro Marino, secondo cui il sindaco avrebbe avuto atteggiamenti pressanti verso il pontefice.

Alle accuse rivolte nel libro di Marino, si sono aggiunte quelle che ha mosso contro numerosi esponenti del PD di Roma nelle due presentazioni del suo nuovo volume, avvenute il 30 marzo presso la Stampa estera di Roma e il 31 presso la libreria Feltrinelli di via Appia Nuova.

In primo luogo ci sono state quelle contro il candidato del PD a sindaco, Roberto Giachetti, di cui ha prima storpiato il nome in Riccardo, poi fatto notare che era il capo di gabinetto di Francesco Rutelli, ricordando la sconfitta di quest’ultimo alle amministrative del 2008.

Ha anche aggiunto come lui, diversamente da Giachetti si fosse a suo tempo dimesso da senatore nel momento della sua candidatura a sindaco. 

Ci sono poi i colpi duri contro Marco Causi, il suo vicesindaco nell’ultima fase del suo mandato, accusato di essere uno dei responsabili del grande debito del comune di Roma quando era assessore al Bilancio del sindaco Veltroni e definito, insieme all’assessore Stefano Esposito, “un sabotatore”.

Tutto per chiudere con una dichiarazione che mette fine a numerose polemiche e speculazioni: l’annuncio da parte di Marino che non si ricandiderà sindaco. Ponendo fine alle voci che lo volevano candidato con una lista civica o sostenuto dalla sinistra che oggi ha come candidato Stefano Fassina.

Ma che dall’altro non risolve l’ambiguità della posizione attuale di Marino, ormai una sorta di separato in casa del PD, dal quale formalmente non è mai uscito ma verso cui non si comporta certo come un iscritto. Le sue dichiarazioni su Giachetti e l’invito a votare una donna o un uomo che siano in grado di portare avanti il cambiamento iniziato a Roma non lasciano intendere che sarà un fedele sostenitore della campagna del PD.

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