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La storia dietro alla foto simbolo degli attacchi di Bruxelles
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La storia dietro alla foto simbolo degli attacchi di Bruxelles

Una donna ferita seduta in una sala d’aspetto dell’aeroporto, con lo sguardo perso nel vuoto: com'è nata la foto che ha catturato meglio l'orrore di Bruxelles

24 Mar. 2016

Delle fotografie che sono emerse nei primi minuti dopo gli attacchi che hanno colpito Bruxelles all’aeroporto di Zaventem e alla stazione metro di Maelbeek, ce n’è una che ha da subito catturato più di altre l’attenzione per la sua forza espressiva.

Si tratta della foto di una donna, seduta in modo scomposto su un sedile di una sala d’aspetto dell’aeroporto: i suoi vestiti sono strappati, il sangue riga il suo viso, le manca una scarpa, e con lo sguardo sconvolto guarda negli occhi il fotografo e noi spettatori impotenti di fronte alla scena.

La donna è stata poi identificata come Nidhi Chaphekar, hostess indiana della compagnia Jet Airways, madre di due bambini, che avrebbe dovuto incontrare i suoi colleghi per imbarcarsi su un volo per Newark, Stati Uniti. Chaphekar era nell’area partenze quando si sono verificate le esplosioni che hanno ucciso almeno 11 persone e hanno lasciato decine di feriti.

Mercoledì 23 marzo la compagnia aerea indiana ha confermato via Twitter che lei e un altro dipendente presente sul posto stanno “recuperando bene” in un ospedale di Bruxelles.

Anche Rahul Taneja, capo del personale di Jet Airways, ha twittato di essere “fiero dei nostri coraggiosi colleghi Nidhi e Amit che hanno mantenuto i nervi saldi in questo momento di crisi. Jet Airways loda la loro grinta e determinazione”.

La fotografia è stata scattata da Ketevan Kardava, inviata speciale per il canale televisivo pubblico della Georgia, ed è stata poi pubblicata in prima pagina da diversi giornali, tra cui il Guardian e il New York Times, oltre a dare vita su Twitter all’hashtag #PrayForNidhi.

Kardava si trovava all’aeroporto per caso, e ha dichiarato a Time: “Tutto era polvere e fumo. Intorno a me c’erano decine di persone senza gambe, in un lago di sangue. Non riuscivo a credere di avere ancora le gambe, ero in stato di shock. Volevo anche scattare foto, però. Come giornalista, era mio dovere farlo e mostrare al mondo ciò che stava succedendo”.

La fotografia della donna indiana è stata la prima che ha scattato: “Era in stato di shock, non parlava, non piangeva, si guardava semplicemente intorno terrorizzata”.

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