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Bombardare l’Isis non serve a nulla

Il commento di Mussie Zerai, un sacerdote eritreo e presidente dell’agenzia Habeshia

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“Utilizzare il nome di Dio per giustificare la strada della violenza e dell’odio è una bestemmia”. Questo è il monito che domenica 15 novembre, dopo la recita dell’Angelus, papa Francesco ha lanciato riguardo alla carneficina di Parigi.

Ha poi aggiunto: “Tanta barbarie ci lascia sgomenti. Ci si chiede come possa il cuore dell’uomo ideare e realizzare eventi così orribili, che hanno sconvolto non solo la Francia ma il mondo intero”.

“Di fronte a tali atti, non si può non condannare l’inqualificabile affronto alla dignità umana. Voglio riaffermare con vigore che la strada della violenza e dell’odio non risolve i problemi dell’umanità”.

Ecco, per dare una risposta agli attacchi terroristici in Francia e rendere onore ai tantissimi, soprattutto giovani, che ne sono rimasti vittime, bisogna partire da questo monito del Pontefice: la necessità di trovare la forza di affermare la pace come unica soluzione percorribile per uscire dall’orrore che investe parti sempre più vaste del pianeta.

Ciò vuol dire affermare la pace con forza, anche nel momento più drammatico e difficile che la Francia e l’Europa stanno vivendo oggi, in quella che si profila come una terza guerra mondiale. Già, di questo si tratta: una terza guerra mondiale, sia pure decisamente anomala rispetto a quelle del passato.

Non ci sono, infatti, fronti ben definiti e riconoscibili, ma almeno una trentina di conflitti sparsi soprattutto in Africa e in Asia. Un caos di sangue dove spesso non si riesce a capire bene nemmeno chi siano gli amici e chi i nemici, né quali siano i disegni e le strategie.

Così questa guerra può colpire ovunque. A Parigi, nel cuore dell’Europa, i miliziani dell’Isis hanno fatto arrivare di colpo l’orrore che sconvolge da anni la Siria, dove la Francia è impegnata in prima linea.

L’effetto è stato terribile. Dolore e rabbia: uno sgomento diffuso che può sfociare in un devastante disegno di vendetta e alimentare ancora di più la guerra, in una spirale perversa di violenza.

E infatti sono subito echeggiate proposte di allargare il conflitto. “Siamo in guerra. Dobbiamo aspettarci altri attacchi. Ma risponderemo colpo su colpo per distruggere l’Isis”, ha dichiarato il presidente francese Hollande, intensificando i raid aerei su Raqqa, la capitale de-facto del sedicente Stato islamico, e aggiungendo: “D’ora in poi saremo spietati su tutti i fronti”.

I fondamentalisti dell’Isis, di contro, hanno annunciato la volontà di “ricoprire di cadaveri” le strade delle capitali di mezza Europa.

Diversi politici europei hanno invocato “interventi militari subito” in Siria e in Libia, giungendo persino, in taluni casi, a definire “complici dei terroristi” tutti coloro che, etichettati come “buonisti” o “illusi”, si battono per arrivare alla pace attraverso una soluzione politica.

“Buonisti” o “illusi”… In realtà questo montante fragore di armi non può cancellare il fatto che proprio una serie di interventi militari pilotati più o meno direttamente condotti dagli Stati Uniti e dall’Europa hanno creato l’attuale caos nel Medioriente e in Africa. Quasi a conferma che, alla fine, in guerra nessuno vince mai, nemmeno quelli che possono apparire i vincitori.

Davvero, allora, non resta che percorrere la via della pace indicata da quegli “illusi”. Che non è inerzia o, peggio, ignavia e resa. Al contrario. È un modo diverso di combattere: non con i fucili ma con le armi del confronto, del rispetto, della volontà e capacità di ascoltare.

È emblematico quanto ha dichiarato, proprio all’indomani degli attacchi a Parigi, Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace, costretta all’esilio dall’Iran: “Il terrorismo si combatte parlando con i giovani musulmani. Dobbiamo trasmettere pacificamente il nostro moderno punto di vista alle nuove generazioni. Solo così eviteremo che i ragazzi si lascino sedurre dal fanatismo”, ha detto in un’intervista.

E poi, scendendo più nei dettagli: “Dobbiamo aiutare i Paesi sottosviluppati a crescere… Nel mondo ci sono milioni di persone che vivono in villaggi poverissimi e sono ridotte alla fame: queste persone sono facilmente strumentalizzabili, non hanno niente da perdere”.

Così come pensano di non aver niente da perdere i giovani immigrati di seconda o terza generazione che, sentendosi di fatto – a torto o a ragione – respinti o emarginati dalla società europea, vanno a ingrossare le fila del terrorismo e del fanatismo religioso.

L’Europa può svolgere un ruolo decisivo per imboccare finalmente questa strada di pace. Proprio ora che è stata colpita così duramente. Il primo passo è quello di dimostrare di piangere tutte le vittime che il terrorismo ha fatto in Africa, in Medioriente, nel mondo, con lo stesso dolore, la stessa indignazione, la stessa domanda di giustizia espressa giustamente per i morti di Parigi.

Perché troppo spesso si è avuta la sensazione – come ha rilevato mesi fa qualche giornalista all’indomani della strage di Charlie Hebdo – che l’Occidente abbia guardato con distrazione o comunque con un occhio diverso altre vittime del terrore, ad esempio quelle di Boko Haram in Nigeria, di Al Shabaab in Kenya, dell’Isis in Siria e in Libia o, ultimamente, in Libano.

Certo, ora sgomento e orrore sono più forti perché le stragi sono avvenute per le strade, nei luoghi di ritrovo, tra la vita quotidiana di una capitale europea come Parigi. “Sotto casa”, insomma. La vicinanza, il contatto immediato, magari la testimonianza o il racconto diretti contano molto.

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È naturale e giusto. Ma è essenziale dimostrare che si versano le stesse lacrime per i tanti, troppi giovani uccisi, fatti sparire, ingoiati dai conflitti che insanguinano mezzo mondo, a migliaia di chilometri dalla Francia e dall’Europa. Incluse le vittime dei cosiddetti “effetti collaterali” delle operazioni militari “mirate” e dei bombardamenti “chirurgici” condotti dagli eserciti occidentali.

Bambini, donne, uomini uccisi in Africa, in Siria, in Iraq, in Afghanistan, in uno qualsiasi degli oltre trenta conflitti in corso. Morti su cui troppo spesso è calato un rapido, profondo silenzio.

Ecco: è tempo di squarciarlo questo silenzio, se non si vuol dare l’impressione di un dolore, una solidarietà, uno sdegno a compartimenti stagni, divisi per nazionalità o peggio ancora per razza. Molto, forse tutto, potrebbe dipendere dalla “risposta” che verrà data alla strage di Parigi. E una risposta efficace non può che essere quella di creare una diffusa, concreta solidarietà nei confronti dei più deboli, quelli che la logica dei potenti ha escluso e alla cui voce non presta alcuna attenzione: singoli uomini e nazioni intere.

Si tratta di creare davvero, insomma, una “unità planetaria contro il male”. Avendo anche il coraggio di ammettere i propri errori. E di cambiare le politiche che hanno la pretesa di decidere la sorte di milioni di persone nell’intero pianeta, a prescindere dalla loro libertà, dalla loro volontà, dai loro desideri, dai loro problemi ed esigenze reali.

Quelle politiche che, per restare nel concreto, sono alla base ad esempio del disastro della Libia, della Siria, dell’Iraq, dell’Afghanistan. O, ancora, la scelta di collaborare con dittature feroci come quelle di Al Bashir in Sudan o di Isaias Afewerki in Eritrea.

I processi che hanno portato al fallimento di intere nazioni, come la Somalia; le rapine di risorse che continuano a provocare disastri ambientali ed ecologici in molte parti dell’Africa, come accade nel delta del Niger, inquinato, soffocato dal petrolio, senza che nessuno ne risponda.

Eppure, peggio ancora, come rischia di accadere con le nuove dighe sul Nilo e sull’Omo, che prospettano all’orizzonte una terribile “guerra dell’acqua”, i cui primi effetti già si avvertono con l’allontanamento forzato delle popolazioni di interi villaggi della bassa valle dell’Omo, espulse dalla terra dove vivevano da generazioni.

Per non parlare del land grabbing, che affama i contadini e arricchisce le grandi multinazionali, rubando risorse al fabbisogno alimentare del Paese, a scapito essenzialmente delle fasce sociali più umili. O del traffico di armi che alimenta decine di guerre in Africa e in Asia, salvo poi condannarle, queste guerre, con lacrime di coccodrillo.

L’ultimo caso è la fornitura di tonnellate di bombe, da parte dell’Italia, all’Arabia Saudita per la guerra che sta devastando lo Yemen: un enorme carico di morte partito appena 15 giorni fa da Cagliari, senza che il governo muovesse un dito, nonostante le richieste di blocco formulate dalla rete Italiana per il Disarmo, da Amnesty International e dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere, che si sono appellati alla costante violazione dei diritti umani emersa in quel conflitto dimenticato. 

Allora, dalla terribile, dolorosissima strage di Parigi può nascere una grande sfida. Nessuno può dubitare che l’Isis e il terrore debbano essere contrastati e vinti. Il punto è come.

Il pericolo è che ci si lasci prendere dalla paura e dalla rabbia. Sembra obbedire a questo criterio la pioggia di bombardamenti subito decisa da Parigi su Raqqa: una scelta che ha il sapore della ritorsione e della rappresaglia e che finirà per colpire anche centinaia di vittime civili innocenti, offrendo così nuove ragioni a chi è interessato ad attaccare l’Europa e allargando dunque, ancora una volta, la spirale assurda dell’odio e della violenza.

La speranza e forse la soluzione è che invece si dia una risposta obbedendo insieme al cuore e alla mente. Come? A ben vedere lo indicano le parole dell’omelia di papa Francesco: proprio perché siamo di fronte a “un inqualificabile affronto alla dignità umana”, va cercata una via che rimetta con forza l’uomo e i suoi diritti irrinunciabili al centro delle scelte politiche.

E il primo passo in questa direzione non può che essere quello di dimostrare che i valori fondamentali di libertà, uguaglianza, solidarietà, giustizia sociale che sono alla base dell’idea stessa di Europa valgono sempre e per tutti gli uomini, in qualsiasi parte del mondo.

* Mussie Zerai è un sacerdote eritreo, presidente dell’agenzia Habeshia