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Siria 5 anni dopo, un paese allo stremo

Tra i rifugiati, moltissime le donne. Una lotta quotidiana per la sopravvivenza

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Alexandria e Sara sono due sorelle. Rispettivamente di 23 e 21 anni. Sono fuggite dalla Siria un anno fa. Si sono lasciate alle spalle la loro vita di studentesse universitarie per andare a lavorare 11 ore al giorno illegalmente a Istanbul, in Turchia.

“Il giorno che siamo partite per Lesbo i trafficanti ci hanno messo in 50 su un piccolo gommone e ci hanno detto di guidare da soli. Dopo 10 minuti le navi della polizia turca ci hanno inseguito e hanno tentato di rimandarci indietro. C’erano bambini che piangevano e donne che gridavano”.

La vita nel campo profughi di Lesbo non è facile. Devono prendersi cura anche del nipote di 10 anni. La madre, che è la terza delle tre sorelle, è rimasta in Turchia. “Non so quale sia il nostro futuro, ma non avevamo scelta. Potevamo solo partire. Faremo qualsiasi lavoro per sopravvivere”, racconta Alexandria.

I negoziati indiretti tra il regime siriano e l’opposizione sono ripresi oggi a Ginevra, con la mediazione delle Nazioni Unite, per mettere fine alla guerra in corso dal marzo 2011. Dallo scoppio del conflitto civile, metà degli abitanti del paese – oltre 11 milioni di persone – è stata uccisa o costretta ad abbandonare la propria casa.

Si tratta della peggiore emergenza rifugiati dalla seconda guerra mondiale. All’interno della Siria, 13,5 milioni di persone hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria. Un’intera generazione di giovani ha vissuto gli orrori della guerra e non ha avuto accesso a servizi basilari come l’istruzione e le cure sanitarie. Circa 400mila persone vivono in zone sotto assedio, dove gli aiuti umanitari hanno accesso limitato e dove alcuni stanno morendo di fame.

Nel complesso sono 4,6 milioni i siriani fuggiti verso paesi vicini, specialmente in Turchia, Giordania e Libano. Un esodo forzato che ha richiesto un enorme sforzo alle infrastrutture dei paesi ospitanti, in particolare ai sistemi sanitari e scolastici. Secondo le Nazioni Unite, nel solo 2016 sono necessari 7,7 miliardi di dollari per soddisfare i bisogni più urgenti dei siriani.

Tra i rifugiati siriani che cercano un impiego in questi paesi, una quota rilevante è costituita da donne, anche molto giovani come Alexandria e Sara. Una famiglia su quattro si regge infatti sulle spalle di donne sole, che devono provvedere a sé stesse e ai propri figli, e in molti casi si trovano in tale situazione per la prima volta nella vita.

Un’emergenza che ha causato un aumento dei matrimoni forzati di ragazze minori e dei casi di sfruttamento della prostituzione tra le giovani rifugiate, alla costante ricerca di denaro e cibo per sopravvivere.

Dall’inizio del conflitto siriano, ActionAid ha assistito oltre 90mila persone nei paesi confinanti, lavorando per la sicurezza delle donne, il benessere piscologico dei rifugiati e fornendo loro ben essenziali come sistemi di riscaldamento e coperte.

In Giordania e Libano, ActionAid gestisce sette centri comunitari, sostenendo e orientando i giovani che intendono avviare attività sul luogo. L’organizzazione assiste inoltre i rifugiati provenienti da Siria, Afghanistan e altri paesi che arrivano nell’isola greca di Lesbo, fornendo loro abiti, informazioni e assistenza legale per richiedere asilo.

A Lesbo ActionAid gestisce due centri di accoglienza per le donne, nei campi profughi di Moira e Kara Tepe. Prima di questo intervento, a parte qualche servizio igienico separato, non c’erano altri spazi dedicati in modo specifico alle donne.

Ora nei campi di Kara Tepe e Moira vengono verificate le condizioni mediche di mamme e figli, distribuiti kit sanitari di emergenza e beni di prima necessità come sapone, spugne, asciugamani, shampoo, assorbenti e biancheria. Sempre attenti al fatto che siano facilmente trasportabili, per non aggravare le difficoltà di spostamento dei migranti in transito.