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Dolce&Gabbana e le polemiche sui sandali “alla schiava”

Molti utenti hanno giudicato il termine offensivo per le sue connotazioni razziali

Immagine di copertina

La griffe italiana Dolce&Gabbana è finita nell’occhio del ciclone per aver pubblicato sul suo sito di e-commerce l’immagine di un paio di sandali femminili – della nuova collezione primavera/estate 2016 – denominati “slave sandal” ovvero sandali alla schiava.

Il sandalo alla schiava in nappa con pompon è risultato disponibile per essere ordinato sul loro sito, al prezzo di 2.395 dollari (circa 2000 euro). Ma molti utenti non hanno apprezzato l’impiego del termine “slave”.

La collezione di quest’anno si è ispirata al patrimonio italiano attraverso gli occhi dei turisti e ai luoghi simbolo della dolce vita italiana, ossia Roma, Venezia e Capri.

Fino a poco tempo fa, per descrivere i sandali femminili con i lacci alla caviglia si usava proprio il termine “alla schiava”, ma di recente il mondo della moda si è adeguato al politicamente corretto, sostituendolo con la parola “gladiatore”.

Per evitare ulteriori polemiche già fiorite sui social network, la griffe italiana ha modificato significativamente l’espressione, utilizzando una descrizione più generica, ovvero “sandali piatti decorativi”. 

Non è la prima volta che la casa di moda italiana finisce nel mirino delle polemiche. Nel 2013, la collezione primavera/estate di gioielli e accessori che includevano anche orecchini con le teste di moro, furono ritenute offensive a causa delle connotazioni razziali. 

Altre case di moda sono finite spesso al centro delle polemiche, accusate spesso di razzismo. La maison Valentino nel corso di una sfilata ispirata all’Africa utilizzò quasi tutti modelli bianchi, mentre il negozio di abbigliamento online britannico Asos, realizzò una serie di magliette che recavano sulla parte anteriore la scritta “slave”, e per pubblicizzarle le fece indossare a un modello di colore.