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È nata la bambina numero 5mila del campo profughi di al-Zaatari

Il campo profughi in Giordania ospita 80mila persone in fuga dal conflitto siriano

Immagine di copertina

Il fiocco rosa è stato appeso idealmente nel campo profughi di al-Zaatari, in Giordania per la nascita di Rima, la bambina numero 5mila nata nel campo profughi siriano. Per festeggiare il suo arrivo, sono state consegnate rose rosse a tutte le mamme del campo, e sono stati serviti i falafel a tutti i colleghi di lavoro del neo papà. 

Rima è venuta alla luce il 21 febbraio. E’ la seconda figlia di Kholoud Ahmad Suleiman, 21 anni, e di suo marito Mohammad Salameh, 22 anni. Anche la primogenita della coppia, Alaa, è nata due anni fa nel campo di al-Zaatari, che attualmente ospita 80mila profughi scappati dal conflitto in Siria. 

La giovane famiglia Salameh incarna per certi versi l’esperienza dei profughi siriani scappata dal conflitto in corso, che si appresta a entrare nel suo sesto anno. Rima e sua sorella sono entrambe nate in Giordania, dove i loro genitori si sono sposati. Ad assistere la neo mamma ci ha pensato la dottoressa Rima Diab, da cui la bambina ha preso il nome. 

Kholoud e Mohammad sono entrambi originari di Deraa, nel sud della Siria. I due hanno lasciato il paese rispettivamente due e tre anni dopo lo scoppio della guerra. La giovane coppia si è conosciuta in Siria, ma si sono sposati nel campo profughi giordano e hanno deciso di dare vita a un nucleo familiare. 

“Quando siamo arrivati qui abbiamo pensato di rimanerci per circa due o tre mesi”, ha raccontato Mohammad. “Ma quando ci siamo resi conto che ci avremmo trascorso un tempo più lungo, abbiamo deciso di dare vita alla nostra famiglia qui, in questo campo”. 

Khouloud ha raccontato che non ci sono state complicazioni durante il parto e che ha ricevuto tutte le cure prenatali necessarie. 

Suo marito Mohammad ha la fortuna di avere un lavoro. I siriani non sono tecnicamente autorizzati a lavorare in Giordania, ma molti nel campo lavorano in posti informali. L’uomo lavora 12 ore al giorno, sette giorni su sette, nel negozio di falafel all’interno del campo, dove guadagna 211 dollari al mese. Soldi necessari per sostenere economicamente la sua famiglia allargata composta da sei persone. 

(Un bambino profugo siriano in braccio alla sua mamma ritratti nel campo profughi più esteso della Giordania)

La clinica all’interno del campo è supportata dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) ed è gestito dalla società giordana Health Aid, dove si registra una media di sei nascite al giorno. ” Fino a oggi non si sono verificati decessi fra le donne in travaglio e i loro bambini”, ha raccontato la dottoressa Diab. 

Nelle sale post-natali, le neo mamme vengono aiutate con l’allattamento al seno e i loro bambini ricevono le prime vaccinazioni, in linea con il programma giordano di immunizzazione. 

Tre ore prima che Rima nascesse, è venuto alla luce Mohammed. La mamma Fatima, 20 anni, ha raccontato di essere felice di poter stringere fra le braccia il suo bambino. Originaria della zona di Ghouta, alla periferia di Damasco, Fatima da due anni vive all’interno del campo. “L’unico cruccio che ho e che sono triste perché da troppo tempo sono lontano da casa”. 

Nella clinica operano sette medici, 14 ostetriche e sei infermieri. Ci sono a disposizione quattro letti per il parto e sei posti letto post-natali, dove le neo mamme possono rimanere per un minimo di otto ore dopo il parto. Tutte le cure necessarie per la mamma e il futuro nascituro sono fornite gratuitamente. 

Dei 635mila rifugiati registrati nel campo in Giordania, circa 16mila sono donne in gravidanza. Circa il 5 per cento dei bambini siriani in Giordania sono nati da madri di età inferiore ai 18 anni, un numero preoccupante che le organizzazioni umanitarie presenti nel campo stanno cercando di affrontare. 

Dan Baker, coordinatore umanitario regionale e capo dell’ufficio giordano di Unfpa ha dichiarato che “festeggiare la nascita numero 5 mila è stata un’occasione gioiosa in mezzo alla miseria della guerra siriana, ma il numero dei neonati dati alla luce da giovani minorenni dev’essere ridotta, al fine di non mettere a rischio le giovani donne sia fisicamente, sia psicologicamente”. 

I bambini nati ad al-Zaatari, inoltre, ricevono delle carte di registrazione dell’Unhcr e un certificato di nascita giordana, che non equivale però alla cittadinanza. “Questa documentazione è molto importante perché senza di questa risulterebbero degli apolidi” ha concluso Baker.