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Figli dello Stato islamico
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Figli dello Stato islamico

Allenamento alla resistenza fisica, formazione militare, indottrinamento religioso: le fasi di addestramento dei bambini del Califfato

26 Feb. 2016

Decine di bambini sorridenti, vestiti di nero, col portamento fiero come dei veri combattenti. Armi in mano, simulazioni di combattimento, resistenza alle percosse, chiaro indottrinamento ideologico. Questi sono i figli dello Stato Islamico, una nuova generazione di spietati dispensatori di morte. 

In un video diffuso nel marzo del 2015, vengono illustrate le modalità di addestramento dei bambini del Califfato. Un addestramento a tre fasi che, almeno sul piano della propaganda, suggerisce la nascita e la radicalizzazione di una nuova generazione di guerrieri. 

Il video si apre su un vero e proprio campo di addestramento militare, recintato da fil di ferro, in cui impera il simbolo dello Stato Islamico. 

Sullo sfondo i bambini sono schierati come nella formazione di una squadra di calcio: seduti a gambe incrociate con in mano dei fucili; dietro, in piedi, i loro “allenatori”, che sembrano guidarli e proteggerli, un elemento di cameratismo che ricorre anche alla fine del video, nell’abbraccio finale con il quale si salutano dopo l’allenamento.

Fin dalla prima scena, e per tutto il video, è evidente il rapporto di profonda condivisione che i bambini hanno con i maestri: questi ultimi non sono soltanto addestratori, ma rappresentano un vero e proprio riferimento ideologico.

L’uomo in primo piano spiega il programma di addestramento dei bambini, composto da tre parti: l’addestramento vero e proprio, la formazione militare e l’indottrinamento.

L’annuncio di ogni fase è seguita da immagini esemplificative, secondo lo stile teatrale tipico dei video dello Stato Islamico. La prima parte, l’addestramento, si concentra sullo sviluppo della resistenza fisica: i bambini vengono presi a calci e a pugni, presumibilmente per aumentare la loro sopportazione del dolore, e simulano combattimenti tra di loro. 

Questa prima fase si divide a sua volta in tre parti: la simulazione di combattimenti, la resistenza al dolore e il rafforzamento fisico. Ciò che colpisce è la serietà dei bambini e la precisione delle mosse (emblematica è la scena in cui il bambino prende da terra il coltello dell’avversario, dopo averlo ucciso). Dall’atteggiamento dei bambini è evidente che per loro non si tratta di un gioco, ma sembrano perfettamente consapevoli della serietà di ciò che stanno facendo. La loro capacità di concentrazione raggiunge il culmine nella scena in cui alcuni di loro fingono di venire uccisi: i bambini rimangono perfettamente immobili, sembrano davvero morti. 

La formazione militare si basa, invece, su “la preparazione di piani, l’utilizzo di tutte le armi, la preparazione di imboscate, la produzione di ordigni esplosivi, l’irruzione nelle case e nelle caserme, i metodi della leadership moderna nella guerriglie, i combattimenti in zone edificate e guerre in zone di montagna”. 

I bambini appaiono totalmente indottrinati, non mostrano mai segni di disattenzione, sono sempre seri e consapevoli del loro ruolo. Emblematiche sono in questa seconda parte la conoscenza del modo in cui maneggiare le armi cariche, sia da fermi sia in movimento, e delle posizioni di combattimento, tra cui anche il sequestro di ostaggi.

La terza fase dell’addestramento consiste nell’indottrinamento ideologico e si incentra su “lo studio della Sharī‘a, lo studio del fiqh (il diritto islamico) e del fiqh del jihād”

L’addestramento dei bambini da parte dello Stato Islamico di per sé non rappresenta una dimensione totalmente innovativa nella logica militare dei movimenti jihadisti. Si sono serviti di bambini-terroristi gruppi come al-Qa’ida, Boko Haram, Ansar al-Dine, al-Qa’ida nel Maghreb Islamico, Hamas e Hezbollah. L’elemento di novità assoluta dello Stato Islamico sta nell’impiego crescente dei bambini in azioni terroristiche (anche suicide) e in esecuzioni di prigionieri. 

Gli studiosi di processi di radicalizzazione si sono interrogati sul ruolo effettivo dei bambini nella strategia dello Stato Islamico. Il dibattito si è polarizzato attorno a tre direttrici. 

La prima indica nei bambini un fattore di debolezza dello Stato Islamico. Le tante perdite umane nel conflitto siriano e l’impossibilità di reclutare nuovi miliziani impongono di utilizzare i bambini con finalità di terrorismo. 

La seconda mostra come i bambini rivestano un ruolo di grande valenza strategica. In chiave propagandistica, il fatto che un bambino in tenera età sia in grado di dare e ricevere morte senza mostrare segni di debolezza e con il sorriso sulle labbra incute timore nell’opinione pubblica occidentale. Sul piano operativo, i bambini, rappresentando una novità assoluta, sfuggono meglio ai controlli del contro-terrorismo, impreparato a gestire tale minaccia. 

La terza indica nell’addestramento e indottrinamento dei bambini una strategia di lungo periodo dello Stato Islamico che consiste nel creare oggi la generazione guerriera del futuro. Questo non è un elemento di novità per i movimenti jihadisti. Lo stesso Bin Laden riteneva fondamentale l’educazione delle nuove generazioni per consentire l’auto-perpetuazione del movimento jihadista. 

È legittimo domandarsi quanto questi bambini siano realmente radicalizzati, cioè se abbiano realmente acquisito una mentalità radicale che li renda consapevoli di quello che stanno facendo. Per Mia Bloom e John Horgan, tra i primi ad occuparsi del fenomeno, “i bambini sono più facili da indottrinare e meno inclini a opporre resistenza, anche se non comprendono pienamente la loro possibilità di morire”.

Inoltre, secondo Cole Pinheiro, il reclutamento dei bambini da parte dello Stato Islamico avviene anche tramite altri espedienti. Per esempio, il pagamento di una quota di denaro alla famiglia di origine dei bambini e un particolare milieu sociale favorevole al loro impiego terroristico. 

Infine, va sottolineato che spesso non è volontà dei genitori mettere i loro figli a disposizione dello Stato Islamico. Più semplicemente, sono costretti a farlo per evitare ritorsioni. 

* Analisi di Federico Solfrini e Laura Cianciarelli 

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