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Il mercato insanguinato della pesca thailandese

Nonostante la minaccia del boicottaggio da parte dell’Europa, il problema della schiavitù e degli abusi continua a interessare il paese

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Schiavitù, corruzione e omicidi tormentano la miliardaria industria della pesca tailandese. Nonostante i recenti arresti legati alle violazioni dei diritti umani e la minaccia del boicottaggio da parte dell’Europa, la situazione non migliora. La Thailandia è il terzo paese esportatore di frutti di mare al mondo. 

Il governo thailandese ha messo in atto misure per la repressione del traffico e ha arrestato più di cento persone da quando l’Unione europea nell’aprile 2015 ha minacciato di boicottare le importazioni di frutti di mare e altri prodotti ittici se la Thailandia non avesse “ripulito” il mercato da abusi e lavoro illegale. 

Le autorità tailandesi hanno varato una legge per frenare il traffico e la pesca illegale che prevede che i minori di 18 anni non possano lavorare sui pescherecci e introduce un sistema di monitoraggio per le navi da pesca. 

Ma gli attivisti sostengono che ancora troppo poco è cambiato nel settore, che si stima generi profitti per un valore di 7 miliardi di dollari l’anno, nonostante le autorità tailandesi e le imprese private sostengano di essere sulla strada giusta. 

“Le nostre indagini sul settore ittico tailandese continuano a confermare il ricorso a violenza, corruzione e abusi,” ha affermato Steve Trent, direttore dell’Ong che ha lavorato con il governo tailandese sulla questione. 

“Gli schiavi lavorano ancora sui pescherecci, i cittadini dei paesi confinanti sono ancora vittime della tratta per fornire manodopera a basso costo e i pescherecci tailandesi continuano a pescare illegalmente e in modo insostenibile”, ha detto lui. Oltre il 90 per cento di coloro che lavorano nel settore della pesca provengono infatti da paesi vicini, molti di essi sono migranti rohingya, bengalesi e musulmani provenienti dal Myanmar, in fuga da persecuzioni e povertà.

Spetta al governo creare un quadro che protegga i lavoratori migranti sia a terra che in mare, sostengono i gruppi di attivisti.

Un’inchiesta del quotidiano britannico The Guardian, ha portato alla luce situazioni gravissime di schiavitù a bordo di navi che pescano il pesce che poi viene venduto negli Stati Uniti e in Europa. Il mese scorso, le aziende che lavorano i frutti di mare hanno firmato un protocollo d’intesa per eliminare dalle loro catene produttive le materie prime ottenute attraverso la pesca illegale.