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Sudan del Sud, scontri in un campo sfollati: si profila una nuova crisi umanitaria

Metà del campo profughi di Malakal è stato bruciato, 18 persone sono morte e almeno 25 ferite, alcune in modo grave. In molti hanno abbandonato la struttura

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Tra mercoledì 17 e giovedì 18 febbraio 2016, ci sono stati degli accesi scontri all’interno della struttura per la protezione dei civili di Malakal, in Sudan del Sud, gestita dalle Nazioni Unite. Diciotto persone sono rimaste uccise, tra di loro anche due operatori umanitari di Medici senza frontiere (Msf). Almeno 25 persone sono state ferite e otto di loro sono stati sottoposti a interventi chirurgici.

Uomini con indosso le uniformi dell’Esercito di liberazione del popolo del Sudan (Spla) avrebbero fatto irruzione nel campo sparando ai civili e, mentre gli scontri proseguivano all’interno, colpi di arma da fuoco sarebbero stati sentiti anche all’esterno del complesso.

Una comunicazione interna dell’Onu, il cui contenuto è stato diffuso da Afp, sostiene che “tra 50 e 100 soldati dell’Spla sono entrati nei settori 1 e 2 della struttura per la protezione dei civili gestita da Unmiss [la missione dell’Onu in Sudan del Sud] a Malakal presumibilmente attaccando gli sfollati, sparando sporadicamente, bruciando tende e saccheggiando le proprietà [degli sfollati]”.

La struttura per la protezione dei civili di Malakal ospita circa 50 mila persone. Unmiss ha dichiarato che combattimenti tra giovani appartenenti ai gruppi etnici shilluk e dinka sono scoppiati nella notte di mercoledì.

Nonostante sia proibito introdurre armi all’interno della struttura, sarebbero state usate armi da fuoco di piccolo calibro, machete e altre armi. I shilluk vivono nel settore 1, mentre i nuer e i dinka occupano il settore 2. (Il presidente Salva Kiir appartiene al gruppo etnico dinka, mentre l’ex vice-presidente in esilio Riek Machar appartiene al gruppo etnico nuer).

Gli atti incendiari hanno deliberatamente colpito le tende di un gruppo etnico, mentre quelle di un altro gruppo etnico a pochi passi non sono stati toccati.

Il coordinatore dei progetti di Msf in Sudan del Sud, Marcus Bachmann, ha dichiarato: “La gente si reca al centro per la protezione dei civili per essere protetta ed esso dovrebbe essere un rifugio rispettato da tutte le parti [in conflitto]”.

Del medesimo tenore anche il commento del coordinatore umanitario dell’Onu in Sudan del Sud, Eugene Owusu: “Il complesso per la protezione dei civili è stato istituito come rifugio per le persone che fuggono per salvarsi la vita. È del tutto inaccettabile che questo rifugio sia diventato il sito di aggressioni e uccisioni”.

La distruzione causata dagli scontri ha spinto circa 15 mila persone, per lo più di etnia nuer e shilluk a ripararsi nei pressi della base dei peacekeeper Onu, distante 500 metri dalla struttura.

Circa 5 mila dinka si sarebbero invece diretti verso il centro di Malakal – nel nord del paese, sulla sponda orientale del Nilo Bianco – nella speranza di trovare la protezione dell’esercito, composto in prevalenza da soldati di etnia dinka. Sono invece circa 25 mila le persone rimaste nelle zone della struttura scampate alla distruzione.

Provvedere alle necessità dei 20 mila sfollati che hanno abbandonato il centro è una sfida gravosa. C’è un generalizzato senso di insicurezza e le condizioni sono davvero pessime, col rischio che si sviluppi una nuova gravissima crisi umanitaria nel paese già devastato dalla guerra civile che dura dal 2013.

Unmiss dovrà riuscire a ricostruire la metà del centro che è stata distrutta e convincere le persone che è un posto sicuro, se si vuole evitare il rischio di emergenza sanitaria, con poca acqua e nessun sistema di servizi igienici a servire gli sfollati.

L’Onu ha avvertito la settimana scorsa che a causa della guerra, il 25 per cento della popolazione, quasi tre milioni di persone, ha urgente bisogno di cibo e almeno 40 mila sono “sull’orlo della catastrofe”.