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Le donne attaccate con l’acido tornano a sorridere in India

Questo tipo di aggressioni è diffuso in tutto il mondo, ma nel subcontinente indiano si cerca di combatterle cambiando le norme ed educando al rispetto

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Dolly aveva 12 anni quando un vicino di casa ha cominciato a mostrare un interesse morboso nei suoi confronti. La seguiva ovunque, la perseguitava, si spingeva al punto di rivolgerle parole volgari e oscene, le ha persino chiesto di andare a letto con lui.

Dolly non era che una ragazzina, ma cercava di tenerlo a distanza, non gradiva i suoi apprezzamenti, non aveva alcuna intenzione di accontentare quell’uomo.

Poi un giorno, mentre Dolly giocava con degli amici, l’uomo si è presentato a casa sua. La ragazza è corsa via, presagendo che stava per accadere qualcosa di molto brutto. Non ha fatto in tempo a ripararsi nella sua stanza, che l’uomo le ha lanciato dell’acido e il viso di Dolly ha cominciato a bruciare.

Anche Rani era poco più di una bambina quando un uomo le ha messo gli occhi addosso e manifestato l’intenzione di sposarla. Ma Rani voleva finire la scuola, e così aveva detto che non si sarebbe sposata così giovane.

L’uomo non si era arreso. Un giorno l’aveva avvicinata per strada, provando a molestarla, ma Rani l’aveva preso a schiaffi offendendolo a morte. Così, l’uomo si era presentato qualche giorno dopo deciso a vendicarsi dell’oltraggio subito e le aveva lanciato addosso dell’acido.

Due storie drammaticamente simili provenienti dall’India dove, purtroppo, gli attacchi con l’acido sono frequenti. Nel 2014 si sono registrati 309 casi, con un incremento del 300 per cento in tre anni. I casi sono probabilmente di più, ma non sempre vengono denunciati alle autorità, persino quando le aggressioni provocano la morte della vittima. 

Si tratta di un problema legato alla natura di una società patriarcale, nella quale un uomo non accetta di essere respinto e nella quale un marito o un padre ritengono di avere potere di vita e di morte sulla propria moglie e le proprie figlie. 

Ma si tratta anche di un problema legato all’estrema facilità con cui si può acquistare l’acido nel paese: un litro costa meno della stessa quantità di latte.

Dolly e Rani sono tornate a vivere dopo aver affrontato gli abissi di un incubo fatto di isolamento, dove non c’era più spazio per gli studi, per gli affetti e l’amore, e dove non esisteva più la prospettiva di una vita normale.

Le due ragazze hanno voltato pagina grazie a Sheroes, un’associazione in sostegno delle donne, e oggi lavorano presso l’Hangout cafè di Agra. Sono rientrate a far parte della società, sono tornate a credere che un futuro migliore sia possibile.

Laxmi Agarwal, aveva 15 anni quando l’uomo che aveva rifiutato l’aveva attaccata con l’acido. Era il 2015. Ma Laxmi, a differenza di Dolly o Rani, aveva reagito ed era diventata un’attivista. Si era presentata davanti alla Corte Suprema con 27mila firme per chiedere che fossero imposti dei limiti alla vendita dell’acido.

Ai governi locali e quello federale era stato allora richiesto di introdurre delle restrizioni alle vendite – i commercianti devono avere una licenza per la vendita di acido e gli acquirenti devono presentare un documento di identità –, di assicurare una migliore assistenza medica e dei risarcimenti adeguati alle vittime.

Tuttavia, nota Rajendra Mal Lodha, presidente della Corte suprema, anche se esistono le leggi appropriate, tutto sta a vederle implementate. Lodha sostiene che la questione vada affrontata anche dal punto di vista culturale: “Bisogna cambiare la mentalità, forse dovremmo sensibilizzare ragazzi e ragazze nelle scuole […] Se gli uomini considerassero le donne come eguali in tutte le sfere della vita, allora forse gran parte di questo problema sarebbe risolto”.

Lodha era rimasto colpito dalla forza e dal desiderio di giustizia di Laxmi, e non è stato il solo. Alok Dixit, giornalista e attivista, fondatore della Stop Acid Attacks (l’Ong che gestisce Sheroes), ha conosciuto la ragazza di Delhi, se ne è innamorato e l’ha sposata.

Dopo l’attacco, Laxmi non credeva che avrebbe trovato un compagno, non credeva che avrebbe vissuto un amore. Ma si sbagliava e adesso è l’orgogliosa madre di una bambina.

Il problema però non riguarda solo l’India. Il fenomeno viene registrato anche nel resto dell’Asia meridionale, in Africa subsahariana, nelle Americhe, in Medio Oriente, in Europa. Mentre in India gli attacchi sono quasi esclusivamente contro le donne, in Cambogia e Uganda il 40 per cento delle vittime sono uomini.

Nel 2014, invece un caso eclatante aveva scosso le coscienze in Colombia, spingendo il presidente colombiano a offrire una ricompensa a chi fosse in grado di dare informazioni sul caso e sull’aggressore di Natalia Ponce de Leon, spingendo il senato colombiano a cambiare la legge.

In Bangladesh, le autorità sono riuscite a ridurre sensibilmente l’incidenza degli atti (70 per cento di casi in meno dal 2002) imponendo limiti temporali agli investigatori e ai tribunali che si occupano dei casi di attacchi con l’acido.

Il Pakistan ha deciso di seguire l’esempio bangladese, nel 2011, ma non tutti vogliono spingersi tanto in là da introdurre la pena di morte per gli aggressori, come ha fatto il Bangladesh.

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