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Il nuovo rapporto di Amnesty International sui diritti umani

Nel 2015 sono stati 60 milioni le persone costrette a lasciare le loro case e almeno 113 i paesi dove la libertà d’espressione e di stampa sono state represse

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Amnesty International il 24 febbraio 2016 ha diffuso il suo Rapporto 2015-2016 che documenta la situazione dei diritti umani in 160 paesi, dal titolo “Diritti in pericolo, assalto globale alle libertà”.

Amnesty International mette in guardia: la protezione internazionale dei diritti umani rischia di essere compromessa a causa di interessi egoistici nazionali e dell’adozione di stringenti misure di sicurezza, che hanno dato vita a un assalto complessivo ai diritti e alle libertà fondamentali.

“I diritti sono in pericolo, considerati con profondo disprezzo da molti governi del mondo”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. 

ALCUNI DATI IN SINTESI

Nel 2015 sono state 60 milioni le persone costrette a lasciare le loro case e almeno 113 i paesi nei quali la libertà d’espressione e di stampa sono state sottoposte a restrizioni arbitrarie. Almeno 19 i paesi nei quali sono stati commessi crimini di guerra o altre violazioni delle “leggi di guerra” e 122 i paesi nei quali vi sono stati maltrattamenti e torture. Nel 2015 infine sono stati solo quattro i paesi che hanno riconosciuto per legge i matrimoni o altre forme di unioni tra persone dello stesso sesso. 

AFRICA SUBSAHARIANA 

Il 2016 è stato dichiarato l’anno dei diritti umani in Africa. Per tutto il 2015 però la gravità degli abusi e delle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani commessi in tutto il continente hanno destato grande allarme. Nel 2015 i continui combattimenti nella Repubblica Centrafricana, nella Repubblica Democratica del Congo, in Sudan, in Burundi, in Sudan del Sud e in Somalia hanno causato migliaia di morti tra i civili. Altri stati dell’Africa occidentale, centrale e orientale, tra cui Camerun, Ciad, Kenia, Mali, Nigeria, Niger e Somalia, hanno dovuto affrontare un altro problema: le violenze di gruppi armati estremisti come al-Shabaab e Boko Haram che hanno causato la morte di decine di migliaia di civili. Nel corso del 2015 le autorità di vari paesi tra cui Angola, Burkina Faso, Burundi, Ciad, Repubblica del Congo, Etiopia, Guinea, Sudafrica, Togo e Zimbabwe hanno fatto spesso ricorso all’uso della violenza per interrompere manifestazioni e raduni. Diversi paesi della regione hanno approvato però riforme e provvedimenti positivi. In Mauritania, una nuova legislazione ha definito la tortura e la schiavitù un crimine contro l’umanità e ha vietato ogni forma di detenzione segreta. La Sierra Leone ha ratificato il protocollo alla Carta africana dei diritti umani e dei popoli sui diritti delle donne in Africa. La giustizia internazionale ha conosciuto un momento storico con l’apertura a luglio in Senegal del processo a carico dell’ex presidente del Ciad, Hissène Habré: era la prima volta che un tribunale di uno stato africano processava l’ex leader di un altro stato. Le atrocità e i massacri compiuti nelle aree di conflitto della regione africana hanno alimentato e aggravato la crisi dei rifugiati a livello globale, spingendo milioni di uomini, donne e bambini ad abbandonare le loro case per intraprendere tentativi difficili, rischiosi e spesso fatali di raggiungere un luogo sicuro all’interno del proprio paese o altrove.

AFRICA DEL NORD E MEDIO ORIENTE

Per milioni di persone dell’intera regione del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, il 2015 è stato un anno catastrofico. I conflitti armati in corso in Siria, Iraq, Yemen e Libia hanno continuato a causare un numero incalcolabile di morti e feriti. Sia le truppe governative sia le forze non statali impegnate nei continui combattimenti in Siria, nello Yemen e in ampie aree dell’Iraq e della Libia hanno commesso ripetutamente e impunemente crimini di guerra e gravi violazioni dei diritti umani, uccidendo e ferendo migliaia di civili e costringendo milioni di persone a lasciare le loro case. Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, dall’inizio della brutale repressione attuata dal governo siriano nel 2011, i morti nel conflitto in Siria sono almeno 250mila. Vaste zone della Siria, così come gran parte del nord dell’Iraq, erano sotto il controllo del sedicente Stato islamico le cui forze hanno continuato a commettere crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ostentando su internet i loro abusi, come strumento di propaganda e reclutamento. Nelle aree sotto il suo controllo, come Raqqa in Siria e Mosul in Iraq, l’Isis ha applicato la legge islamica. Hanno imposto rigidi codici di comportamento e abbigliamento e punito presunte trasgressioni alle loro leggi con esecuzioni pubbliche. I miliziani dell’Isis hanno inoltre distrutto reperti religiosi e artistici, compreso il sito archeologico di Palmira, in Siria, patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Nello Yemen le forze huthi, appartenenti alla minoranza sciita, che avevano conquistato la capitale Sana’a a settembre 2014, si sono allargate verso sud, sostenute dalle forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh, minacciando la terza città principale dello Yemen, Taiz, e la città portuale di Aden, sul mar Rosso. In Libia, a quattro anni dalla caduta del regime di Mu’ammar al-Gaddafi, il conflitto tra tribù rivali. Due esecutivi e due parlamenti contrapposti si sono contesi il potere: da un lato il governo internazionalmente riconosciuto con sede a Tobruk nell’est del paese, e dall’altro quello di Tripoli, sostenuto dalla coalizione denominata Alba libica, formata da milizie armate e altre forze, con base nell’ovest del paese. A fine anno, in seguito ai quattro conflitti complessivamente erano almeno cinque milioni i rifugiati e richiedenti asilo e oltre 13,5 milioni gli sfollati interni, secondo i dati forniti dall’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Anche in altre aree della regione, come ad esempio in Iran, la repressione di stato ha alimentato un continuo flusso di rifugiati in cerca di protezione in altri paesi.

 

AMERICHE

Discriminazione, violenza, disuguaglianza, conflitto, insicurezza, povertà, danni ambientali e incapacità di assicurare la giustizia alle vittime di violazioni dei diritti umani, hanno interessato nel corso del 2015 gli stati americani. I livelli di morti violente nella regione continuano a essere elevatissimi. L’America Latina e i Caraibi comprendono otto tra i dieci paesi più violenti al mondo e quasi un omicidio su quattro compiuto nel mondo si è verificato in uno di questi paesi: Brasile, Messico, Venezuela e Colombia. La criminalità violenta è particolarmente diffusa in El Salvador, Guyana, Honduras, Giamaica, Trinidad e Tobago e Venezuela. Una delle crisi più in rapida evoluzione a livello nazionale è senz’altro quella del Messico, su cui hanno gravato durante l’anno migliaia di denunce di tortura e altri maltrattamenti, oltre che segnalazioni di esecuzioni extragiudiziali. La situazione dei diritti umani a Cuba è a un crocevia. L’anno verrà ricordato per la normalizzazione delle relazioni internazionali con Cuba, che per la prima volta ha partecipato al summit delle Americhe. Tuttavia le autorità cubane hanno continuato a soffocare il dissenso e a perseguire penalmente persone che avevano esercitato il diritto a esprimere pacificamente le loro opinioni. In Brasile, la costruzione d’infrastrutture per i Giochi olimpici del 2016 ha determinato continui sgomberi di persone dalle loro abitazioni a Rio de Janeiro, senza adeguato preavviso, forme di compensazione economica o soluzioni abitative alternative. Il 2015 è stato anche un anno di sviluppi positivi. In Colombia, i colloqui di pace tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, Farc, hanno continuato a registrare progressi significativi. Gli Stati Uniti hanno accettato molte delle raccomandazioni delle Nazioni Unite dicendosi favorevoli alle richieste che esortavano l’amministrazione statunitense a chiudere il centro di detenzione di Guantánamo Bay a Cuba. Episodi di uso eccessivo della forza da parte della polizia e delle altre forze di sicurezza sono stati segnalati in paesi come Bahamas, Brasile, Cile, Repubblica Dominicana, Ecuador, Guyana, Giamaica, Trinidad e Tobago e Venezuela. Negli Stati Uniti, almeno 43 persone sono decedute durante l’anno in seguito alla violenza da parte della polizia e in diverse città si sono svolte proteste contro l’uso eccessivo della forza da parte degli agenti locali. In Argentina, diverse donne transgender sono state vittime di omicidi rimasti irrisolti, mentre nella Repubblica Dominicana sono stati segnalati crimini d’odio, compreso omicidio e stupro, contro persone Lgbti. In altri paesi, tra cui El Salvador, Guyana, Honduras, Trinidad e Tobago e Venezuela hanno continuato a destare preoccupazione gli episodi di violenza e discriminazione contro le persone Lgbti.

ASIA E PACIFICO

I governi di paesi come Cina, Cambogia, India, Malesia, Thailandia e Vietnam hanno intensificato il giro di vite sulle libertà fondamentali. In Laos sono continuate le gravi limitazioni alla libertà d’espressione, d’associazione e di riunione pacifica e le autorità hanno ulteriormente rafforzato il controllo sui gruppi della società civile. Nonostante una tendenza globale verso l’abolizione, la pena di morte ha continuato a essere applicata in molti paesi della regione, in particolare in Cina e in Pakistan. L’Indonesia ha ripreso le esecuzioni, le Maldive hanno minacciato di farlo e in Pakistan c’è stato un rapido aumento dopo la revoca della moratoria sulle esecuzioni di civili del dicembre 2014.  Tuttavia, ci sono stati anche alcuni passi positivi: le isole Figi sono diventate il 100° paese totalmente abolizionista del mondo e il parlamento della Mongolia ha approvato un nuovo codice penale che ha rimosso la pena di morte per tutti i reati. Il governo della Corea del Nord ha impedito di operare a qualunque partito politico, giornale indipendente o anche organizzazione indipendente della società civile e ha negato a quasi tutti i cittadini l’utilizzo di servizi di telefonia mobile internazionale. Tortura e altri maltrattamenti sono stati segnalati in numerosi paesi della regione, tra cui Corea del Nord, Isole Figi, Filippine, Indonesia, Malesia, Mongolia, Nepal, Thailandia, Timor Est e Vietnam, India e Cina. In alcune parti della regione Asia e Pacifico sono proseguiti i conflitti armati. In Afghanistan, l’aumento di insicurezza, insurrezioni e attività criminali ha provocato il ferimento o la morte di civili per mano dei talebani e altri gruppi armati e delle forze filogovernative.

EUROPA E ASIA CENTRALE

Il 2015 è stato un anno turbolento per la regione dell’Europa e dell’Asia Centrale e negativo per i diritti umani. È iniziato con i combattimenti nell’Ucraina orientale e si è concluso con pesanti scontri nella Turchia orientale. L’anno si è aperto e chiuso con gli attentati armati in Francia, a Parigi e dintorni ed è stato completamente dominato dalla crisi dei migranti, che ha interessato milioni di persone, la maggior parte in fuga da conflitti, che sono arrivate sulle coste europee. Oltre 3700 rifugiati e migranti hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere le coste europee. L’Unione europea si è dimostrata totalmente incapace di trovare una risposta coerente, umana e rispettosa dei diritti. Il numero di rifugiati e migranti morti nel mar Egeo è aumentato notevolmente, superando le 700 vittime entro la fine dell’anno, circa il 21 per cento di tutti i decessi nel Mediterraneo occorsi nel 2015, rispetto all’1 per cento registrato nel 2014. L’Ungheria ha aperto la strada al rifiuto di impegnarsi in soluzioni comunitarie condivise per la crisi dei rifugiati. Ha costruito più di 200 chilometri di recinzioni lungo i suoi confini con la Serbia e la Croazia e ha adottato una legislazione che rendeva praticamente impossibile chiedere asilo ai rifugiati e richiedenti asilo che entravano dalla Serbia. A gennaio e febbraio sono ripresi pesanti combattimenti nella regione del Donbass, nell’Ucraina orientale, quando i separatisti delle autoproclamate repubbliche popolari di Luhansk e Doneck, appoggiati dai russi, hanno cercato di avanzare e definire la linea del fronte. A fine anno, secondo le Nazioni Unite, il bilancio del conflitto era di oltre 9.000 vittime, di cui 2.000 civili, molti dei quali si riteneva fossero stati uccisi dal lancio indiscriminato di razzi e colpi di mortaio. Nel resto d’Europa, probabilmente la regressione più significativa dei diritti umani si è verificata in Turchia.

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