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Perché c’è bisogno di un governo in Libia

L'analisi di Michela Mercuri

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Negli ultimi concitati giorni il mosaico libico sembra essersi ulteriormente complicato. Da molte parti trapelano notizie ed indiscrezioni su un imminente intervento internazionale che coinvolgerebbe anche l’Italia, con bombardamenti mirati per frenare l’espansione dello Stato islamico.

Per molti analisti, invece, nell’attuale assenza di un governo unitario e rappresentativo, si tratterebbe soltanto di una strategia utile a far pressione sugli attori politici libici affinché mettano da parte i personalismi e si impegnino a raggiungere il tanto agognato accordo. 

Fermo restando, dunque, che è ancora plausibile credere e sperare che la comunità internazionale, Italia compresa, stiano solo bluffando sulla prossimità dell’azione militare, per lo meno in queste condizioni, vale comunque la pena valutare i possibili scenari che potrebbero aprirsi, nell’uno e nell’altro caso.

A iniziare dalla migliore delle ipotesi, quella di un intervento militare che vada di pari passo con la costruzione di un quadro politico e, in primis, di un governo capace di adire la comunità internazionale per un possibile supporto. Va detto che tale opzione, per quanto desiderabile, appare sempre più lontana dopo che, il 25 gennaio scorso, ben 89 parlamentari di Tobruk (su 104) hanno votato “no” alla lista dei 32 ministri proposta dal premier Fayez al Serraj.

Una lista, giova ricordarlo, frutto di un lavoro certosino di pesi e contrappesi tra forze islamiche da un lato ed esponenti delle correnti laiche ed indipendenti dall’altro, ma con un grande e pesante assente, il generarle Khalifa Haftar – probabilmente ago della bilancia per il no dell’Assemblea – sostituito, nelle intenzioni di Serraj, da un Consiglio di presidenza con funzioni di Comandante supremo dell’Esercito libico. 

Tocca ora al debole premier presentare, a breve, una nuova lista di ministri che, solo qualora approvata da Tobruk, potrà dare vita ad un governo unitario e rappresentativo, almeno da un punto di vista formale. Altra questione sarà poi quella di “trasferire” il governo a Tripoli, perché solo tornando nella capitale potrà, de facto, governare, avendo, tra le altre cose, il controllo della macchina statale, incluse la Banca Centrale e la Società del Petrolio, che firma e gestisce i contratti del settore energetico. 

Posto che ciò possa accadere, in tempi peraltro relativamente brevi, bisognerà capire in cosa potrebbe consistere l’intervento esterno, punto su cui ancora resta una certa, voluta, fumosità. Se il fine appare chiaro a tutti – arginare l’espansione dello Stato islamico che a detta dei vertici diplomatici e militari di vari paesi occidentali e soprattutto di molti media mainstream si sta rafforzando esponenzialmente nel paese e riportare la stabilità in Libia – i mezzi per raggiungerlo non sono altrettanto limpidi.  

I libici, giova ricordarlo, attori protagonisti di qualunque possibile azione, chiedono “assistenza” che, tradotto, vorrebbe dire forze di addestramento, rifornimenti di armi e, forzando la mano, appoggio aereo. Lo stesso Serraj, leader peraltro generato dall’Onu (e non dai libici), ha più volte ribadito questo punto.

Ciò vorrebbe dire che nessuna potenza straniera sarebbe tenuta a sporcarsi gli stivali. Un’azione così strutturata potrebbe vedere un importante ruolo dell’Italia, unico paese capace, per motivi geografici, storici ed economici, di intavolare un dialogo con alcune delle fazioni libiche, grazie anche all’impegno delle proprie intelligence che da anni lavorano sul terreno.

Senza un accordo con le milizie locali, infatti, un’azione militare, anche se legittimata dal possibile futuro governo Serraj – peraltro considerato da una rilevante parte dei gruppi di potere di Tripoli e Tobruk poco più che un fantoccio creato ad uso e consumo dell’Onu – avrebbe comunque un effetto limitato.

Detta in altri termini, potrebbe parzialmente funzionare nella fase destruens – quella, per intenderci, della lotta alle milizie del Califfato – ma non certo nella fase construens – quella del supporto allo State building libico. D’altra parte, come si può immaginare di combattere le milizie del sedicente Stato Islamico senza un minimo di accordo tra i gruppi locali che de facto controllano alcune zone del paese?

È questa la partita più delicata ed importante e quella su cui fino ad ora abbiamo sbagliato tutto, fin dalla scellerata azione del 2011 che ha visto l’Italia, tirata per il bavero del cappotto, costretta ad assecondare i desiderata franco-britannici e a prendere parte ad un’azione miope senza né capo né coda che, se da un lato ha messo fine al regime orwelliano ed egocentrico di Gheddafi, dall’altra non è stata capace di supportare la costruzione di un benché minimo processo politico, generando uno Stato fallito.

Se il quadro appare complesso, anche ipotizzando un intervento supportato da una “chiamata ufficiale”, possiamo solo immaginare cosa comporterebbe un’azione “unilaterale” imposta dalla comunità internazionale, senza l’avallo di un “qualche” governo libico, per quanto poco rappresentativo.

Si tratterebbe, in questo caso, di un intervento militare senza un chiaro obiettivo politico. Un’ipotesi che deve essere valutata poiché l’isteria interventista di questi ultimi giorni potrebbe non essere solo un bluff. 

Le conseguenze, in questo caso, sarebbero disastrose. In primo luogo l’Onu verrebbe meno alle sue intenzioni, e non è una mera questione di “leziosità giuridica”.

La risoluzione 2259 dello scorso dicembre stabilisce, infatti, che qualsiasi forma di assistenza debba passare per l’approvazione del nuovo governo libico. In caso contrario, non solo l’Onu perderebbe credibilità ma lo stesso Serraj apparirebbe un inutile orpello senza alcuna legittimità, rafforzando tutte quelle forze centrifughe che mai lo hanno legittimato, ma anche allontanando molti di coloro che fin qui lo hanno sostenuto, con la conseguente ulteriore radicalizzazione e frammentazione del quadro politico.

In secondo luogo, molti libici si sentirebbero traditi da una coalizione che potrebbe essere sempre più considerata un invasore tanto quanto l’Isis negandole, di conseguenza, ogni supporto sul terreno e, anzi, escludendola da un qualunque possibile futuro dialogo.

Non solo, anche supponendo che con un tale intervento “monco” si riesca a scalzare lo Stato islamico da alcune zone del paese, senza un preliminare accordo politico, chi ne prenderebbe il posto? Le milizie di cui sopra? Il rischio sarebbe quello di tornare allo Stato fallito del dopo Gheddafi in mano a gruppi armati e bande non meglio identificate, con la sola differenza che il sedicente Stato Islamico non sarebbe più – forse – una delle tante sigle presenti.

In questo contesto, non solo il governo italiano avrebbe poca voce in capitolo, accodandosi come nel 2011 ai desiderata dei suoi presunti alleati, ma rischierebbe di perdere legittimità presso la popolazione libica, sacrificando sull’altare della “sollecitudine” anglo-britannica anni di lavoro sul terreno. 

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In altre parole, senza un reale ed incisivo intervento di pacificazione politica inclusivo e, quindi, in grado di coinvolgere i libici, estirpare l’Isis con un intervento militare unilaterale vorrebbe dire solo – nella migliore delle ipotesi – eliminare uno dei mille pezzi di un risiko che, però, lungi dall’essere ricomposto rischierebbe di gettare sempre più la Libia nel baratro e di marginalizzare, ancora una volta, l’Italia.

* Michela Mercuri, Professore di Storia contemporanea dei paesi mediterranei-Università di Macerata