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In Burundi individuate cinque fosse comuni con i corpi degli oppositori uccisi dalla polizia

Amnesty International ha diffuso un rapporto con foto, video e testimonianze. I dettagli

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Amnesty international ha individuato cinque fosse comuni nei pressi di Bujumbura, la capitale del Burundi, dove si pensa siano stati gettati i corpi degli 87 oppositori del presidente Nkurunziza uccisi dalla polizia l’11 dicembre del 2015 in rappresaglia all’attacco di tre basi militari.

L’organizzazione per i diritti umani ha diffuso foto satellitari dell’area di Buringa in cui si vede il terreno smosso, oltre a filmati e testimonianze che provano il coinvolgimento della polizia. Le Nazioni Unite hanno fatto sapere di stare analizzando le immagini. 

“Queste immagini suggeriscono il tentativo delle autorità di coprire gli omicidi da parte delle forze di polizia del paese e impedire che la verità venga a galla”, ha dichiarato Muthoni Wanyeki, il direttore di Amnesty International per l’Africa orientale. 

Intanto la polizia ha annunciato di aver arrestato due giornalisti stranieri, il francese Jean-Philippe Remy, corrispondente del quotidiano Le Monde e il fotogiornalista britannico, Phil Moore. “I due stranieri si trovavano insieme a un gruppo armato criminale”, hanno fatto sapere i poliziotti. 

Le proteste erano scoppiate nel mese di aprile 2015, quando il presidente del Burundi, Pierre Nkurunziza, aveva annunciato di volersi candidare per un terzo mandato, andando contro il divieto costituzionale che prevede massimo due mandati. Le proteste erano presto degenerate in violenti scontri tra sostenitori e oppositori del presidente.

Almeno 439 persone sono morte e 240mila sono fuggite dal paese. I capi di stato dei paesi dell’Unione africana stanno discutendo in questi giorni della situazione in Burundi al summit di Addis Abeba, che terminerà il prossimo 31 gennaio.

L’Unione africana ha proposto di inviare un contingente di pace nel paese per impedire che il paese sprofondi in un conflitto etnico, ma Nkurunziza ha già espresso il suo parere fortemente contrario. 

Quella in corso è la peggiore crisi nel paese, dopo la violenta guerra civile finita nel 2005. La popolazione del Burundi, che è il secondo paese più povero al mondo, è divisa tra l’etnia Hutu, l’85 per cento della popolazione, e quella Tutsi che rappresenta il 14 per cento degli abitanti del paese. 

Le tappe principali che hanno portato alla crisi in Burundi:

– aprile 2015: esplodono le proteste in seguito alla decisione del presidente Pierre Nkurunziza di candidarsi ad un terzo mandato.

– maggio 2015: la Corte costituzionale si è espressa a favore della candidatura. Decine di migliaia di persone fuggono dal paese. Ufficiali dell’esercito tentano un colpo di stato che però fallisce. 

– luglio 2015: Nkurunziza viene rieletto con il 69,41 per cento dei voti a favore. I risultati elettorali vengono contestati dal leader dell’opposizione, Agathon Rwasa.  

– novembre 2015: il governo del Burundi dà agli oppositori cinque giorni per arrendersi. 

– dicembre 2015: 87 persone vengono uccise come rappresaglia ad un attacco contro tre basi militari.

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