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Perché siamo scesi in piazza per le unioni civili

Secondo l'Arcigay, erano un milione le persone in cento piazze italiane a sostegno del ddl Cirinnà per le unioni civili, che si discuterà al Senato giovedì 28 gennaio

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Piazza della Rotonda era gremita di persone. Di fronte al Pantheon svolazzavano bandiere arcobaleno, palloncini fucsia e striscioni. Suonavano sveglie. “Svegliati Italia”, gridava la piazza. Questo lo slogan lanciato dalle associazioni lgbt che hanno organizzato le manifestazioni in tutta Italia a favore delle unioni civili e dei pieni diritti delle coppie omosessuali e delle loro famiglie.

“Un milione di persone in 100 piazze italiane”, sostiene l’Arcigay. “Una giornata storica per questo Paese, una mobilitazione vastissima che si è nutrita del desiderio e dell’entusiasmo di tante e tanti che hanno a cuore il valore dell’uguaglianza”.

È vero, le persone erano davvero tante; sicuramente nelle migliaia. C’erano bambini, anziani, famiglie “tradizionali”, eterosessuali, gay, cattolici, musulmani. Un misto di persone che si sono radunate alle tre del pomeriggio di un sabato qualunque, ma che loro sperano passerà alla storia.

Infatti, giovedì 28 gennaio il Senato discuterà il disegno di legge proposto dalla senatrice del PD Monica Cirinnà. La nuova legge servirebbe a tutelare i diritti delle coppie omosessuali in Italia, uno degli otto stati europei ancora senza alcun tipo di legge che tuteli le famiglie gay.

Sui social network le manifestazioni per i diritti della comunità lgbt sono state paragonate a quelle per il diritto al voto delle donne, a quelle per il divorzio, per i diritti degli afro-americani negli Stati Uniti. Sembra essere il prossimo passo verso una società più civile, un passo naturale, un passo breve.

“Pensa quanto rideremo tra dieci anni quando ripenseremo a questa giornata e ci diremo ‘ti ricordi quando i gay non potevano sposarsi e siamo andati a protestare’? Sembrerà così assurdo”, mi dice ridendo il mio amico Emanuele.

“Noi non siamo cittadini di serie B, siamo persone, paghiamo le tasse, ma soprattutto ci innamoriamo anche noi e siamo parte del sangue di questo paese, quindi è giusto che abbiamo gli stessi diritti di tutti gli altri”, aggiunge un po’ più serio.

Lui è convinto che la legge passerà. D’altronde lo scorso luglio la Corte europea dei diritti umani aveva condannato l’Italia per aver violato i diritti di tre coppie omosessuali, non consentendole di legalizzare la propria unione nel Paese. Il governo aveva risposto dicendo che si sarebbe impegnato a cambiare la situazione. Con il ddl Cirinnà, questo è possibile.

Eppure c’è chi al contrario di Emanuele non è così ottimista. Forse perché sono tanti anni che aspetta un cambiamento che non sembra arrivare.

“Io ho 47 anni. Saranno 27 anni che mi aspetto qualcosa dallo stato italiano. Sono stato anche un attivista, ma adesso sono disgustato. Non credo passerà mai questa legge”, dice Federico. Mi indica i suoi amici ed aggiunge, “Loro stanno insieme da 19 anni, ma per lo stato questa coppia non esiste”.

“Noi siamo eterosessuali, ma siamo scesi in piazza perché la libertà è di tutti”, dice Martina.

“Sono qui per i diritti civili e voglio davvero che passi questa legge”, spera Daniela. “Molte persone sono contrarie solo perché sono malinformate. È importante spiegare bene i diversi punti del ddl Cirinnà in modo che ci sia meno confusione possibile in giro”.

Mentre da un lato molti sono convinti di essere testimoni di un momento storico per l’Italia, paese laico ma fortemente legato ai valori cattolici, dall’altro c’è anche chi non trova nulla di stravolgente nella nuova proposta di legge.

“La legge Cirinnà nasce già vecchia, già morta. Non mi soddisfa. Io sto con il mio compagno da 16 anni e ho provato a sposarmi due volte senza successo, una al municipio e una al tribunale di Roma”, mi racconta Fabrizio, che al collo porta un cartellone con su scritto “Perché me vojo sposà”. Quando gli chiedo perché è in piazza per difendere una legge che non lo convince, mi risponde “Sono qui per difendere i miei diritti, non la legge”.

“I diritti di una società sono tutti importanti e una società democratica si dovrebbe basare sull’uguaglianza tra i suoi cittadini. In Italia mi sembra che le persone siano più avanti del governo”, mi dice con rammarico Rita che, a 78 anni, è voluta scendere in piazza e ne sta approfittando per mangiare un gelato in centro.

Miles invece, un inglese sposato con una ragazza italiana, mi guarda strano quando gli chiedo perché è venuto a manifestare. “Perché è giusto”, dice ermetico.

Tra i punti più discussi del ddl Cirinnà c’è quello riguardo la stepchild adoption, che darebbe ad un membro di una coppia legata da un’unione civile la possibilità di poter adottare il figlio naturale o adottivo del proprio compagno.

“Un bambino ha bisogno di qualcuno che gli voglia bene, e basta”, è convinta Maria.

Mentre sto lasciando la piazza mi imbatto in una coppia di italiani bianchi con un bambino nero con un palloncino fucsia in mano. Sono fermi davanti ad una vetrina in una traversa della piazza. Stanno guardando un presepe.

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“Siete religiosi?” gli chiedo.

“No, ma questa è tradizione, teatro”, mi risponde Maurizio.

“Eravate alla manifestazione?”

“Sì, perché mi pare un’indecenza che ancora non ci sia una legge di questo tipo”, subentra la moglie Valeria.

“Vostro figlio è adottivo?”

“Sì”.

“Cosa ne pensate delle adozioni per le coppie omosessuali?”

“Siamo assolutamente favorevoli. Un bambino ha bisogno di ruoli. Di adulti competenti che sappiano volergli bene e che sappiano farlo sentire amato. Quindi come possono non essere opportune alcune coppie eterosessuali, possono non essere opportune alcune coppie omosessuali. La loro competenza come genitori non dipende certo dall’orientamento sessuale”, conclude Valeria.

Il piccolo Héritier continua a fissare il presepe, incantato, con il palloncino fucsia sempre stretto nella mano. È arrivato in Italia dal Congo circa tre anni fa. I suoi genitori sembrano volergli molto bene. Gli hanno spiegato perché è lì. Gli hanno spiegato perché quel palloncino è fucsia. Héritier significa “erede”, e Maurizio e Valeria vogliono essere sicuri di lasciare un mondo più civile in eredità al loro figlio.

Mentre mi allontano non riesco a smettere di guardarli. Sono davvero una bella famiglia, e non perché sono una famiglia “tradizionale”, ma perché si amano e mi ricordano che l’amore sboccia tra persone, non tra sessi, etnie o religioni.

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