Il mio viaggio in Corea del Nord
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Il mio viaggio in Corea del Nord

Ludovico Tallarita ha raccontato a TPI il suo viaggio dentro il regime di Pyongyang

22 Gen. 2016  

L’odore di socialismo pervade le narici non appena il piccolo aereo di matrice sovietica degli anni Settanta tocca il suolo di Pyongyang. Entrando nel minuscolo aeroporto della capitale campeggiano ovunque le foto dei cari leader, Kim Il-sung e suo figlio Kim Jong-il.

Ogni uomo o donna che non indossa la divisa militare porta appuntata sul petto una spilletta, anch’essa raffigurante il fondatore della dinastia dei Kim. Non serve neanche arrivare al parcheggio per avere la certezza che il culto della personalitá in Corea del Nord viene applicato in maniera rigidissima.

Passati i controlli di sicurezza, la richiesta più particolare è quella di lasciare il telefono cellulare: verrà restituito soltanto al momento di lasciare il paese. Inoltre si viene anche privati del passaporto, che viene consegnato alla guida turistica e mandato alla sede del partito per i controlli di routine.

La sensazione di essere isolati dal mondo in un luogo senza neanche internet è inevitabile, d’altro canto non c’è spazio per contrattazioni di vario tipo: se si vuole entrare in Corea del Nord le opzioni sono prendere o lasciare.

Ci sono soltanto tre alberghi per gli stranieri a Pyongyang e per la maggior parte del tempo rimangono inesorabilmente vuoti. Incontrare altri turisti occidentali è un evento piuttosto raro, per lo più ci sono gruppo di cinesi in viaggio di lavoro. Nonostante le strutture abbiano più di dieci piani, nelle stanze l’elettricità è rara e l’acqua calda manca del tutto.

Nei casi più fortunati si accende addirittura il televisore, ma i tre canali nazionali mostrano in rotazione continua le gesta dei vari leader intenti a visitare fabbriche, ispezionare reggimenti militari o più semplicemente spettatori degli eventi allestiti in loro onore.

Socializzare con le guide turistiche è un’operazione macchinosa. Ideologicamente sono inflessibili, ma sembrano sforzarsi per trovare punti in comune tra la cultura nordcoreana e quella italiana.

In passato il Partito comunista italiano ha intrattenuto rapporti piuttosto amichevoli con la Corea del Nord e qualche traccia di questo scambio culturale è rimasta, tanto che una guida particolarmente disinibita prova a intonare O’ Sole Mio.

Mentre si viene scorrazzati in giro per Pyongyang si ha la sensazione di essere spettatori di una gigantesca messa in scena. Se ne può avere una conferma facendo particolare attenzione ai dettagli.

Per esempio, durante una visita alla biblioteca nazionale tutti i nordcoreani presenti, giovani, donne e anziani, stanno leggendo lo stesso libro, sempre aperto a pagina tre.

Nella stanza adibita all’ascolto della musica, uno stereo suona un album di Madonna. Ce ne sono altri 30 ma, casomai si provasse a farli funzionare, ci si accorgerebbe che sono stati sigillati con la colla.

Per vedere la vera Corea del Nord bisogna allontanarsi qualche chilometro dalla capitale. Così facendo, ci si imbatte in numerosissimi check-point militari che suddividono il paese in piccole province.

Attraversarli è impossibile senza uno speciale permesso del partito. Fortunatamente per i turisti, le guide rientrano tra questi privilegiati. Per milioni di nordcoreani, invece, rimane difficilissimo viaggiare anche soltanto da un villaggio all’altro.

Le autostrade sono larghissime, almeno sei corsie per senso di marcia. Eppure di macchine se ne vedono poche. La campagna è desolata, ci sono pochissimi alberi che si stagliano all’orizzonte. La maggior parte è stata abbattuta per far fronte alla carenza di energia. Il terreno coltivabile è scarso e inoltre è stato reso infertile da anni ed anni di coltivazione continua di riso.

Ogni tanto si scorgono cumuli di terra piuttosto evidenti, simili a piccoli colli che si ripetono ogni centinaio di metri. Fonti diplomatiche che preferiscono rimanere anonime hanno spiegato che si tratta dell’ultimo, disperato tentativo dei contadini nordcoreani di concimare il terreno.

In assenza di allevamenti di animali, i contadini negli ultimi anni hanno cominciato ad usare le proprie feci. Così facendo, però, aprono la strada a una possibile epidemia di colera.

A poco più di 200 chilometri a sud della capitale si può visitare la Demilitarized Zone (Dmz), l’area al confine tra Corea del Nord e del Sud esistente dal 1953 – quando terminò la guerra civile durata tre anni (1950-1953) – che vanta la concentrazione più alta al mondo di materiale bellico.

I soldati dei due paesi sono schierati lungo la frontiera. Se i sudcoreani guardano verso il nord per prevenire un possibile attacco, i nordcoreani voltano loro le spalle: rispetto alla possibilità di un’invasione, è più grande il timore che i propri concittadini fuggano dal paese.

Quando i turisti riescono a mandare all’aria i piani delle guide, si può assistere a scene che hanno dell’inverosimile e che fanno realmente comprendere quanto sia forte la stretta del regime sulla popolazione.

Mentre il pullman è in viaggio per Pyongyang, l’autista è costretto a fermarsi: davanti a lui si ammassano 3 o 4 mila persone chine sul manto autostradale, intente a spazzare la polvere con delle minuscole setole di foglie intrecciate, in quello che di fatto è un deserto.

I viaggiatori sono in anticipo rispetto alla tabella di marcia. Questa scena non avrebbero dovuto vederla, ma l’immagine delle migliaia di biciclette che risplendono al sole, buttate lungo il margine della strada a centinaia di chilometri dalla città, rimarrà impressa nelle loro menti a lungo.

*L’articolo è stato originariamente pubblicato nel 2013 dopo il viaggio dell’autore in Corea del Nord 

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