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Cinque capolavori poco noti di Fabrizio De Andrè
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Cinque capolavori poco noti di Fabrizio De Andrè

Il cantautore genovese morì l'11 gennaio del 1999. Abbiamo deciso di ricordarlo con alcuni dei suoi tesori nascosti

18 Feb. 2018

L’11 gennaio del 1999 moriva a Milano Fabrizio De Andrè, cantautore genovese che con le sue canzoni ha scritto alcune delle pagine più belle della musica d’autore italiana.

Scomparso dopo una battaglia contro il cancro a pochi mesi di distanza dal suo ultimo tour, la sua eredità presso il pubblico italiano rimane però più viva che mai, continuando a conquistare nuove generazioni di fan e a fare da riferimento inevitabile per il cantautorato contemporaneo.

Abbiamo deciso di ricordarlo con cinque canzoni forse meno note di altre al grande pubblico, ma altrettanto capaci di incantare gli ascoltatori con la forza di musica e parole.

Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers (1967)

Ultimo pezzo di Volume I, del 1967, è uno dei testi più goliardici e spensierati del cantautore genovese, che lo vede impegnato a narrare su una musica in stile medievale le gesta poco eroiche di Carlo Martello, condottiero merovingio dell’VIII secolo.

Non è un caso che le liriche siano tanto spassose, visto che furono scritte in collaborazione con Paolo Villaggio, allora comico poco noto ma già grande amico del cantautore.

Il suonatore Jones (1971)

Un’elegia funebre per un artista, a simboleggiare l’intera categoria dei sognatori, dei creativi, degli amanti della fantasia.

De Andrè, con l’album Non al denaro non all’amore né al cielo si ispirò liberamente all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, scrittore americano che aveva immaginato di raccontare una piccola comunità attraverso le lapidi del suo cimitero, descrivendo così le tante facce diverse dei suoi abitanti.

Via della povertà (1974)

In pochi conoscono questo pezzo lungo e ricco di metafore apparentemente ermetiche, ed è forse perché si tratta di una cover in italiano di Desolation Row, ballata risalente a uno dei periodi più poeticamente visionari di Bob Dylan.

In quel periodo De Andrè ebbe occasione di fare amicizia con il giovane collega Francesco De Gregori, il quale gli fece conoscere il menestrello americano e lo aiutò a tradurre alcune sue canzoni degli anni Sessanta.

Sally (1978)

Questo pezzo, tratto da Rimini, album del 1978 che vide De Andrè alle prese con sonorità più elaborate, che preannunciavano l’imminente collaborazione con la Premiata Forneria Marconi, fu ispirato dalla lettura di Cent’anni di solitudine, capolavoro letterario dell’autore colombiano Gabriel Garcìa Marquez.

Le atmosfere gitane e sognanti danno prova di un altro nume tutelare di De Andrè, Federico Fellini, originario proprio della città che dà il titolo al disco.

’Â çímma (1990)

Questa canzone, presente sull’album Le nuvole, del 1990, è una ballata in dialetto genovese scritta in collaborazione con Ivano Fossati.

A partire dal 1984, la produzione di De Andrè si fece molto più rarefatta che in passato, con soli tre album prodotti fino alla morte nel 1999, e col ricorso piuttosto frequente al dialetto della sua città.

In questo caso la sua penna riesce a rendere poesia una ricetta per la “cima alla genovese”, piatto ligure la cui preparazione secondo metodi antichi viene descritta come una sorta di rito popolare.

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