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L’incredibile storia del violinista siriano rifugiato in Italia

Scappato dalla Siria dopo l'arresto del padre da parte della polizia di Assad, Alaa Arsheed ha registrato il suo primo disco in Italia

Immagine di copertina

Prima dell’inizio della guerra civile in Siria nel 2011, Alaa Arsheed studiava violino nella Scuola superiore di musica di Damasco.

La sua famiglia possedeva una galleria d’arte chiamata Alpha nella cittadina di al-Suwayda, nel sudovest del paese, un punto di ritrovo per intellettuali e artisti dissidenti.

“C’erano molti agenti della polizia segreta che venivano a quegli incontri”, racconta Arsheed. “Sapevamo di essere controllati”, ha aggiunto il musicista.

Il governo siriano non è stato tenero con molti artisti negli ultimi anni e un giorno la polizia fece irruzione nella galleria della famiglia di Alaa.

“Inneggiavano al presidente mentre rompevano i quadri e distruggevano il posto”, racconta Alaa Arsheed. “Tennero mio padre agli arresti per una settimana, dopo di che decidemmo di non riaprire la galleria per ragioni di sicurezza.

Quegli eventi spinsero Alaa Arsheed a scappare in Libano. Alcuni anni dopo conobbe l’attore italiano Alessandro Gassmann che stava realizzando un documentario sugli artisti rifugiati provenienti dalla Siria.

Arsheed divenne uno dei protagonisti del documentario promosso dall’Unhcr Torn – Strappati 2015, Gassmann parlò di lui anche su Twitter. Fu così che il violinista fu contattato dal centro di ricerca sulla comunicazione Fabrica che si trova a Treviso.

(Un brano tratto dall’album Sham di Alaa Arsheed)

“Sono entrati in contatto con me e mi hanno offerto una borsa di studio di tre mesi per venire in Italia e lavorare al mio primo album”, racconta Arsheed. Il suo primo disco si intitola Sham, come l’antico nome di Damasco, ed è uscito a settembre 2015.

Alaa Arsheed vorrebbe mostrare agli europei che i siriani non sono solo persone disperate in fuga da una guerra sanguinosa.

“Gli europei non stanno vedendo l’altro lato della cultura siriana” spiega Arsheed, aggiungendo che “non siamo solo dei poveri rifugiati, come i media provano a dipingerci. Voglio rompere lo stereotipo in cui siamo stati forzati”.