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Una nuova rivoluzione sessuale

Le libertà sessuali dopo il fallimento della rivoluzione sessuale degli anni Sessanta e Settanta

Immagine di copertina

L’analisi e la teoria che risultano da questo scritto sono un’interpretazione soggettiva, risultato delle personali riflessioni di Elena Brenna.

Il 10 ottobre 1983 veniva pubblicato a pagina due del quotidiano australiano The Canberra Times un articolo che si interessava a un tema che da sempre affascina psicoanalisti, sociologi, madri di giovani adolescenti e giovani adolescenti: il sesso.

Il titolo “The sexual revolution seems to be going backwards” sembrava dare un barlume di speranza alle madri in apprensione per i propri figli in età adolescenziale. Se si fosse trattato di una testata statunitense, anche le mogli dell’Alabama avrebbero tirato un sospiro di sollievo. Mentre a San Francisco in molti si sarebbero domandati che fine avessero fatto i chilometri percorsi alle marce di protesta per il “free love”.

L’autore dell’articolo del Camberra Times riteneva che la rivoluzione sessuale aveva perso la sua forza. Il movimento che tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 si era posto l’obiettivo di liberare la sessualità dai tabù e dall’aura di immoralità che la circondavano era in ritirata:

Il ritorno delle cosiddette mentalità conservatrici nei confronti del sesso è stato riscontrato tra le coppie sposate e non sposate, così come tra i single. Il cambiamento viene rivelato in quello che si dice sia a oggi il più ampio e più esauriente studio sul tema. 

The Canberra Times, 10 ottobre 1983

L’articolo si focalizzava sull’amore libero e sul cambiamento di atteggiamento degli uomini e delle donne che erano stati in prima linea durante la rivoluzione degli anni Settanta. La libertà per cui si erano battuti veniva ora vista come il simbolo di una vita vacua e, di conseguenza, messa in discussione.

Cosa stava succedendo nel 1983?

Innanzitutto, eterosessuali e omosessuali stavano attraversando un momento storico segnato dalla paura. Due anni prima era stata ufficialmente riconosciuta l’Aids.

Il 5 giugno 1981, a cinque uomini gay di Los Angeles veniva diagnosticata una forma sospetta di polmonite da Pneumocystis carinii. La stampa era arrivata prima del Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie nel coniare un nome per la strana patologia, termine che segnò indelebilmente la malattia.

Venne infatti denominata “Grid”, ovvero Gay-related Immune Deficiency, legando così per sempre l’Aids all’omosessualità. L’acronimo che oggi tutti noi conosciamo venne introdotto solo l’anno successivo, quando si stabilì che la sindrome da immunodeficienza acquisita poteva, ovviamente, colpire chiunque.

L’Aids portò con sé una vasta eco di paure, al punto da invertire la rotta di una mentalità che aveva scelto una vera e propria rivoluzione per affermare se stessa.

Apripista fu l’edizione di LIFE del luglio 1985, che uscì con una copertina senza mezze misure: “Now no one is safe from Aids”. Panico e notizie errate venivano diffusi anche da personaggi pubblici di rilievo. Nel 1987, Oprah Winfrey dichiarò che “un omosessuale su cinque sarebbe morto di Aids da qui a tre anni”, e aggiunse “credetemi”. Nel libro “The Real Truth About Women and AIDS” della terapista sessuale Helen Singer Kaplan, l’autrice metteva in guardia dall’inefficacia protettiva dei preservativi e dal rischio che comportava baciarsi.

Gli ufficiali federali definirono il virus più grave della peste nera e veicolarono campagne di informazione via posta e su televisioni e radio nazionali rivolte agli eterosessuali. Ma il numero di casi di Aids venne drasticamente sovrastimato. Il dato diffuso sulla città di New York, alla fine degli anni ’80, fu di 400mila casi, una statistica ridotta a 200mila dal Dr. Stephen C. Joseph poco dopo. In realtà, dal 1981 ai primi anni del 2000, i casi di Aids diagnosticati tra i newyorchesi furono meno di 120mila.

“Le madri non volevano che prendessi in braccio i loro figli. Le persone non volevano baciarmi sulla guancia”,  ha raccontato lo scrittore americano Edmund White  che ha aggiunto: “fFu davvero emarginante e umiliante”.

Così l’Aids aveva messo fine a quella che venne definita “The Golden Age of Promiscuity”, l’età d’oro della promiscuità, coinvolgendo tutti. I semi piantati durante la rivoluzione sessuale, che qui si intende nel senso più ampio possibile e dunque non solo con riferimento all’emancipazione della donna, furono lasciati in balia del vento, che li soffiò via lasciando quella stessa rivoluzione incompiuta. 

L’incompiutezza a cui mi riferisco non è quella che ha fallito sul piano dell’uguaglianza di genere, che non solo non si è effettivamente mai verificata ma ha addirittura portato le donne, “all’interno delle loro relazioni, a prendersi personalmente la responsabilità del fallimento sociale della condivisione equa di potere e controllo tra uomini e donne” (Dr Louise Keogh, 2011).

Ciò che la rivoluzione sessuale ha fatto non è stato liberare la sessualità, ma piuttosto facilitarla. Promiscuità, incontri casuali, il piacere come unico scopo, sesso di gruppo, omosessualità, pratiche sessuali alternative, masturbazione… Gli anni Settanta non inventarono nulla, si limitarono a permettere di parlarne più apertamente rispetto al passato e dunque a vivere la sessualità con più facilità, senza sentire il bisogno di nascondersi agli occhi della società.

Campagna regione lazio

(Fonte: QuirkyBerkeley.com)

Nonostante ciò, l’apertura mentale nei confronti del sesso, e del corpo, fu solo apparente. Se c’è qualcosa, infatti, che la rivoluzione degli anni ’60 e ’70 non è riuscita a fare, è stato spezzare il legame nocivo tra cultura sociale e moralità e tra cultura sociale e paura, un rapporto divenuto dottrina e basato su secoli di insegnamenti tramandati da una generazione all’altra. Una dottrina che inconsapevolmente accettiamo alla nascita, l’unica a cui fare riferimento come metro di giudizio.

Suona un po’ come chiedersi da dove abbia inizio l’universo, ma dovremmo domandarci da dove, da chi e come siamo arrivati a basare le nostre opinioni, le nostre credenze, i nostri giudizi, le nostre scelte su un’ideologia sociale decisa dalle generazioni precedenti alla nostra. Chi ha messo i paletti e con quale diritto? Perché ieri, oggi e domani abbiamo pensato, pensiamo e penseremo, valuteremo, sceglieremo rimanendo confinati entro un perimetro che noi stessi abbiamo delimitato?

I confini si mettono per evitare che si vada oltre, che si superi, appunto, il limite. Ma perché debba esserci un limite alla libertà individuale quando questa non sfocia in azioni umanamente inaccettabili, ovvero in danni materiali e immateriali a persone o cose, è un dettaglio che mi tormenta. 

La risposta è semplice, e si ripete: paura. Questo spinge l’essere umano a mettere limiti.

Una paura che non è più solo quella dei primi anni Ottanta per la consapevolezza dell’Aids, ma soprattutto la paura di chi non conosce, e non vuole conoscere, ciò che apparentemente proviene da un luogo oltre quei confini sociali e morali universalmente accettati. Chi ha conosciuto uomini gay, donne lesbiche e persone transgender sa che il loro orientamento sessuale non li rende immorali o sbagliati, eppure è così che ancora oggi la maggior parte della popolazione mondiale li considera, nonostante i progressi e una moderna voce, forte abbastanza da farsi sentire.

Si teme ciò che non si conosce.

La comunità Lgbtqi non solo ha sempre fatto parte dell’oltreconfine, ma ha sempre avuto tutte le carte in regola per diventare il capro espiatorio di una generazione spaventata, in fremito per arginare la crisi della famiglia tradizionale, la crisi dell’istituzione del matrimonio e, nei casi più estremi (e più cattolici) che considerava l’Aids una punizione divina.

Di tutti i termini che utilizziamo nel trattare gli affari umani, quelli di “naturale” e “innaturale” sono i meno definiti nel loro significato.

— Adam Ferguson, Saggio sulla storia della società civile, 1767

La paura che scaturisce di fronte all’ignoto trova la sua origine nella netta divisione messa in atto dalla società e che è oggi intrinseca ai costrutti sociali. La separazione tra ciò che è “naturale” e ciò che è “innaturale”, questo è il peggior paletto ben saldamente piantato nel terreno sociale.

Ciò che dobbiamo domandarci è perché ci basiamo sull’opposizione tra “naturale” e “innaturale” per definire cosa abbia un impatto positivo o negativo sulle implicazioni morali. Innanzitutto, se “naturale” è il corso delle cose in cui esse si verificano, allora tutto può essere considerato “naturale”. Ma i concetti di “naturale” e “innaturale” sono astratti e pertanto non possono essere presi come parametro per definire cosa sia etico oppure no.

L’omofobia tende a definire ciò che è “naturale” facendo leva sulla procreazione e perpetuazione della specie umana come fattore determinante per affermare che gli omosessuali sono “contro natura”.

Lasciando da parte le implicazioni religiose, un aspetto che in questa sede non ho intenzione di prendere in considerazione (l’analisi cerca di evitare le contaminazioni degli indottrinamenti che influenzano il libero arbitrio), chi ha stabilito che lo scopo di ogni essere umano sia la procreazione? Non c’è alcun modo di dimostrare che l’impossibilità a perpetuare la specie umana sia “innaturale”. Basti pensare all’infertilità: in America colpisce quasi sette milioni di donne tra i 15 e i 44 anni. Se c’è chi ha il coraggio di considerarle donne “contro natura”, che scagli la prima pietra.

Secondo l’omofobia, gli omosessuali sono “innaturali” perché per “natura” una coppia è formata da un essere umano di sesso maschile e da un essere umano di sesso femminile.

Gay e lesbiche non sono un difetto nel corso produttivo “naturale” della catena di montaggio della vita. È nato prima l’uovo o prima la gallina? 

L’omosessualità è sempre esistita, nello stesso modo in cui sono sempre esistite l’eterosessualità e tutte le varietà di mezzo nelle quali la natura umana si sfaccetta. La maggior quantità, se così fosse, di eterosessuali non può essere un presupposto tale per definire “naturale” la coppia eterosessuale e “innaturale” la coppia omosessuale. Senza dimenticare, poi, che l’omosessualità esiste anche nel mondo animale.

C‘è una vasta fetta della popolazione mondiale, generalmente eterosessuali bianchi, che considera la propria caratterizzazione superiore a tutte quelle che in qualche modo si differenziano da essa. Ciò che più spaventa è il ripetersi degli errori del passato: il razzismo contro i neri, la convinzione della superiorità della razza ariana, etc., a dimostrazione che la storia insegna ma c’è ancora chi non vuole imparare.

L’omosessualità, si sostiene inoltre, è la conseguenza di traumi infantili, come la perdita della figura paterna o materna, di determinate esperienze durante la pubertà, del mancato superamento del complesso edipico. Una serie di cause che provocano una frattura nel corso “naturale” dello sviluppo psicologico, emotivo e sessuale dell’individuo.

La vita che mette a dura prova ognuno di noi, questa è la vera “natura” a cui ogni essere umano va incontro. Se anche fosse vero che l’omosessualità è in parte, o del tutto, effetto di situazioni vissute nei primi anni della propria vita, è anche vero che tutti noi attraversiamo esperienze più o meno traumatiche, ma senza dubbio importanti. Questa è la vita, questa è la “natura” umana. Un susseguirsi di eventi che ci modellano e che sovrappongono uno strato dopo l’altro fino a caratterizzarci.

Abbiamo tutti ugualmente una natura fratturata dal corso della vita. E questo non fa di noi soggetti “contro natura”.


(Fonte: Tumblr.com)

Torniamo indietro alla rivoluzione sessuale degli anni ’60 e ’70 e alla sua incompiutezza, perché proprio in essa risiedono paura e disagio, nel migliore dei casi, odio e accanimento, nel peggiore. Questa ha sì permesso che di sesso se ne parlasse di più, e più apertamente, ma ha fallito nella realizzazione del fine ultimo: liberare il sesso dalla classificazione di tabu per riconsegnarlo all’essere umano come aspetto connaturato alla vita. 

Oserei addirittura dire che, a distanza di quasi mezzo secolo, si stia verificando una sorta di effetto backfire.

A partire dall’impatto culturale di Madonna, che negli anni ‘80 con le sue provocazioni giocate sui palcoscenici, nelle lyrics, nell’atteggiamento, nella fotografia, ha letteralmente aperto la strada all’espressione pubblica della sessualità nell’entertainment, alla televisione, che dagli anni ’90 è andata via via rimpicciolendo sempre più gli outfit delle vallette, dal cinema, che ha compreso come il sesso fosse il miglior strumento di marketing, fino al più recente dominio dei social network e all’abbattimento di qualsiasi barriera nei confronti del sesso, siamo giunti ad avere oggi una società contraddittoria: impregnata di sessualità e corpi nudi, essa non è stata in grado di emancipare il sesso. 

Quando parlo di effetto backfire, mi riferisco all’ottenimento di un effetto contrario a ciò che ci si era prefissati di raggiungere con determinate azioni. Maggiori sono le proteste, le rivoluzioni e le provocazioni, maggiore sarà l’ondata indotta dagli “oppositori”.

Decidere di liberare il sesso con le provocazioni è una scelta rischiosa, perché la provocazione è un’arma a doppio taglio.

L’esempio più lampante è la recente bufala che ha visto coinvolta l’Oms e i suoi corsi di educazione di genere, che ha dato il via a una vera e propria caccia alle streghe condita da terrorismo psicologico, come scrive Il Fatto Quotidiano: “Su WhatsApp imperversa la diffusione di un volantino che sta terrorizzando le mamme di tutta Italia.

Qualcuno afferma che la fantomatica e inesistente ideologia gender sarebbe il primo passo per l’inferno, consentirebbe l’infiltrazione dell’ateismo negli animi dei bambini […]. Il gender poi provocherebbe un’altra serie di cose apocalittiche, inclusi terremoti, tsunami, la pioggia acida, l’invasione delle cavallette e l’atterraggio degli alieni in navigazione per l’universo su una navicella spaziale chiamata gay”, (qui l’articolo completo).

Le assurde informazioni hanno diffuso la notizia secondo cui i corsi di educazione di genere, obbligatori, insegnassero la masturbazione a partire dai 4 anni, i metodi contraccettivi e l’amore omosessuale a partire dai 6 anni, e via dicendo.

Il vero problema, in un caso come questo, non è tanto la mente malata di chi ha concepito la bufala, ma i milioni di italiani che ci hanno creduto e che continuano a crederci e movimentarsi per “arginare la diffusione nelle scuole” — si legge su uno dei numerosi volantini distribuiti anche online — e per restare “insieme per un solo grido: sì alla famiglia naturale come culla d’amore dei nostri tempi”.

Siamo nel XXI secolo, canzoni, film e Web ci gettano costantemente in faccia il sesso, eppure esso è ancora considerato un tabu e parlarne viene spesso valutato sporco, osceno e volgare. Se alle porte del 2016 questo è lo stato di fatto, allora la rivoluzione sessuale degli anni ’60 e ’70 ha fallito. Ma cosa ha a che fare il sesso con la transfobia? Per cominciare, direi tutto.

La sessualità riguarda il corpo e il corpo è ciò che ci dà forma e sostanza, l’involucro dentro il quale abbiamo il diritto di sentirci noi stessi. Provate a infilare una chitarra nella custodia di un sassofono. Quando la forma non combacia con il contenuto, è inutile insistere, bisogna fare qualcosa. 

Quanti di noi si sentono a disagio per un naso pronunciato, per una massa riccia di capelli, per un seno troppo piccolo o troppo grosso? Se da un lato si è da tempo superata la diatriba che portava a domandarsi se ricorrere alla chirurgia estetica fosse giusto o sbagliato, dall’altro ci troviamo ancora oggi di fronte a una donna che si fa ridurre il seno naturalmente grosso e quella che ricorre alla chirurgia per un paio di taglie in più. Non è un caso che la prima venga guardata con un cenno di assenso che sembra dire: “Ammetto il tuo uso della chirurgia estetica perché privo dell’intenzione di accrescere il tuo potere di seduzione sessuale”.

Il problema di chi considera tale la chirurgia estetica non è lo stravolgimento del corpo umano “naturale”, ma la moralità.

I passi avanti di questo momento storico non bastano. Non basta Caitlyn Jenner con il suo discorso commovente e con la sua copertina di Vanity Fair, non basta Laverne Cox a essere la prima transgender nominata per un Emmy Award e la prima di colore a recitare in un ruolo protagonista in una serie televisiva mainstream (Orange is the New Black), non basta una supermodella transgender come Andreja Pejić, non basta Tom Gabel, leader della band punk rock Against Me!, che decide di cambiare sesso e rinascere come Laura Jane Grace e, in Italia, non basta un concorrente transgender a The Voice.

Non bastano, perché ci si aspetterebbe che almeno le nuove generazioni, istruite e informate, fossero più consapevoli delle falle della società e della natura dell’essere umano, ma non è così. La Francia si sta facendo conquistare da una donna di 25 anni, colta e preparata, che porta un cognome storicamente rilevante: è Marion Maréchal-Le Pen e nel 2013 è scesa per le strade di Parigi, insieme a 70mila dimostranti, per protestare contro i matrimoni gay.

Perché interessa tanto il corpo e l’uso che un’altra persona ne fa del proprio? Come ci relazioniamo al genere non è altro che un costrutto sociale e tutti noi siamo inconsciamente in balia dei costrutti sociali.

Scrivendo tempo fa della fotografa Nan Goldin, celebre per il suo lavoro relativo alla condizione dell’essere umano, incentrato sui transgender, le drag queen e la sessualità, ho riportato alcune delle sue affermazioni. 

Una di queste diceva: “La maggior parte delle persone si spaventa quando non riesce a categorizzare gli altri — per la razza, l’età e soprattutto per il genere”. Ed è proprio qui il nodo della questione, mentre ancora una volta si torna alla paura dell’ignoto.

Da sempre, la società si adopera per mantenere saldi i propri costrutti sociali, indispensabili per collocare ogni singolo essere umano dentro una scatola definita e bollata da una serie di etichette: bianco, nero, ricco, povero, istruito, non istruito, occupato, disoccupato, studente, eterosessuale, omosessuale, bisessuale, radical chic, hipster, comunista, fascista, socialista, cattolico, ateo, bobo, conformista, anticonformista… una serie di adesivi che, messi insieme, dovrebbero definirci gli uni agli occhi degli altri, per poter essere così “inquadrati”, “compresi” e considerati “sicuri”.

Di tutte le possibili etichette e combinazioni di etichette, due in particolare spiccano in cima alle altre: “donna” e “uomo”. Non siamo noi a scegliere il nostro sesso e, nell’istante in cui veniamo al mondo, abbiamo già perso parte del nostro libero arbitrio. Addirittura, il nostro stesso nome, un nome che ci identificherà per il resto della vita e che, volente o nolente, trasmette sensazioni e impressioni agli altri, viene scelto per noi, e non da noi.

Da quel momento, ci insegnano che rosa è femmina e azzurro è maschio, ci insegnano quali giochi sono per le une e quali per gli altri, ci insegnano che quelle sono le uniche opzioni giuste e normali e che ogni altra combinazione è sintomo di malattia e devianza.

Ma la vera devianza è quella intrinseca a una società che si ostina, perché accecata dalla paura e inconsapevolmente dominata dai costrutti sociali, a fondare la propria morale su un’ideologia che è l’unico aspetto realmente “contro natura” del mondo in cui viviamo.

Le persone transgender, così come eterosessuali, omosessuali, bisessuali, queer e intersessuali che non conoscono la transfobia, l’omofobia e non approcciano il sesso, il corpo e la sessualità come aspetti proibiti e impuri, hanno superato questa dottrina sociale deviata e sono i soli ad aver compreso la vera natura libera dell’essere umano.

E se quella che stiamo vivendo oggi è una seconda rivoluzione sessuale, auguriamoci che da qui a 50 anni nessuno senta l’esigenza di scrivere della sua incompiutezza.