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Dopo dieci giorni a Parigi non c’è ancora un accordo concreto sul clima

I rappresentanti dei 195 paesi coinvolti nei colloqui devono trovare un'intesa per tenere sotto controllo i cambiamenti climatici, ma finora ne è uscito un nulla di fatto

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È iniziata la seconda settimana della 21esima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (Cop21) che si sta tenendo a Le Bourget, nel nord di Parigi. Partecipano i ministri di tutti i 195 paesi coinvolti e hanno il compito di trovare un accordo sull’ambiente partendo dalla bozza di un testo firmato sabato 5 dicembre dai delegati dei rispettivi governi.

Tra gli obiettivi di Cop21 ci sono l’attuazione di un programma di azione concreto contro il riscaldamento globale, la promozione dell’utilizzo delle energie rinnovabili e la diminuzione delle emissioni dei gas responsabili dell’effetto serra.

I paesi più poveri hanno messo in guardia quelli più ricchi dichiarando che, nel caso in cui questi ultimi dovessero cercare di limitare la loro crescita economica per proteggere l’ambiente, gli accordi fallirebbero. 

I delegati dei governi coinvolti hanno impiegato quattro anni per produrre la bozza di un accordo di lungo termine. I ministri invece hanno solo cinque giorni a disposizione per trasformare quel testo in un’intesa accettabile per tutti i 195 paesi presenti.

Il documento è lungo 48 pagine e contiene più di 900 “parentesi quadre”, che indicano tutte quelle parti del testo sulle quali ci sono ancora divergenze.

Uno fra i principali punti di disaccordo non risolti riguarda l’obbligatorietà del rispetto dell’intesa. Secondo alcuni, l’accordo dovrebbe essere interamente vincolante mentre altri ritengono che debbano esserlo solo alcune sue parti.

Sia che diventi completamente vincolante o che sia obbligatorio il solo rispetto di alcune parti dell’accordo, non saranno previste sanzioni commerciali o embarghi per i paesi che non raggiungono gli obiettivi prestabiliti: l’unica punizione sarà quella di aver fallito di fronte al mondo intero.

Secondo alcuni analisti, non è detto che la scelta di non imporre sanzione sia necessariamente negativa. Nella diplomazia internazionale, il condizionamento del gruppo e il rischio di fare una brutta figura con gli altri paesi possono essere dei fattori fortemente motivanti per il rispetto degli obiettivi prefissati. 

In un recente paper accademico, l’esperto di diritto dell’ambiente dell’Arizona State University Dan Bodansky ha scritto che l’obbligatorietà del rispetto di un accordo non è fondamentale. Secondo Bodansky, esistono diversi accordi non vincolanti che hanno avuto un impatto concreto sui comportamenti dei paesi coinvolti, come nel caso della dichiarazione dei diritti umani di Helsinki del 1975. Mentre ci sono esempi di accordi vincolanti, come il protocollo di Kyoto del 1997, che puntualmente non sono stati rispettati.

Un’altra questione sulla quale i paesi non concordano è il livello massimo di riscaldamento globale sostenibile. Diversi stati insulari, infatti, vorrebbero che il limite di innalzamento delle temperature venisse fissato a 1,5 gradi centigradi e non a 2, come sostengono altri paesi. Il timore è che l’innalzamento dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci possa portare alla scomparsa di molte isole.

Un problema fondamentale riguarda, poi, la questione della differenziazione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo stabilita nella Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 1992. Gli stati più ricchi vogliono che tanto i paesi sviluppati quanto quelli considerati in via di sviluppo si comportino allo stesso modo.

Una simile politica tuttavia non è ben vista da alcuni paesi, tra cui la Cina, che considerano tale possibile stravolgimento come un limite alla loro crescita economica.

“Non possiamo accettare la fame come il prezzo da pagare per il successo di questo accordo”, ha dichiarato Gurdial Singh Nijar che rappresenta il gruppo di paesi Like Minded Group, che comprende Cina, India e Arabia Saudita.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, in un discorso al Cop21 lunedì 7 dicembre, ha affermato che stiamo andando incontro a una “catastrofe ambientale”, esortato i governi a raggiungere un accordo per limitare il surriscaldamento globale.

Nonostante le molte differenze tra i punti di vista delle varie nazioni, c’è la diffusa sensazione che verranno effettivamente trovati dei compromessi. La conferenza sul clima di Parigi si concluderà venerdì 11 dicembre.